Autrice
Raccontare significa non dare nulla per scontato.
Ad ogni nuovo romanzo si ricomincia daccapo, si rimettono alla prova invenzione e capacità narrativa. L’arroganza non deve appartenere allo scrittore, perché il pubblico va riconquistato ogni volta. Non è affatto automatico che coloro che ti hanno già apprezzato continuino a farlo, dipende da cosa proponi e dal grado di rispetto che nutri nei loro confronti. Rispettare i lettori significa non imbrogliarli, non proporre piatti riscaldati spacciandoli per nuovi: se ne accorgono subito, come è giusto che sia. Perché compito dello scrittore è coinvolgere in situazioni stimolanti, capaci di suscitare comunanza di sensazioni.
"Questa cosa l′ho vissuta anch′io, che strano ritrovarla sulla pagina scritta." È questo il filo che deve legare chi scrive a chi legge, si tratti di un 'memoir', piuttosto che di un thriller o di un romanzo storico. In altre parole, se il lettore si riconosce nei tuoi personaggi e nelle loro vicende, significa che, in qualche modo, sei riuscito a trasformare la fantasia in realtà.
Molto spesso mi si chiede perché ho scelto di ambientare i miei romanzi nel medioevo.
Rispondo sempre che non lo so, che è stato il medioevo a scegliere me, e forse è vero. Quello che è certo, però, è che, da subito, lo studio della storia di quel periodo mi ha intrigato.
Ho cercato di capire e ho scoperto che, al di là delle ovvie differenze di cultura e civiltà, alcune consonanze tra passato e presente esistono ancora. L’arroganza del potere, per esempio, l’avidità di denaro, le lobbies, i voltagabbana, le pulsioni sessuali…
Certo, i tempi sono cambiati, ma di quanto? Oggi non viviamo più nel terrore dell’inferno, come i nostri avi medievali, ma la paura della nostra caducità temporale ci spinge a indagare oroscopi, a rifugiarci nelle effimere certezze distribuite a piene mani dai mezzi di comunicazione di massa, a fidarci del potente di turno. Le nostre menti sono appannate e se di tanto in tanto si leva una voce critica a mettere in discussione una qualche presunta verità, ecco che tutti le danno addosso, nemmeno si trattasse, per l’appunto, dell’enunciato di un eretico di medievale memoria.
Fin dal primo romanzo, ho cercato di calarmi nei panni dei miei personaggi, nel loro modo di rapportarsi a un mondo materiale tanto diverso dal nostro, ma curiosamente simile nell’esercizio di passioni e desideri.
Finora, credo di esserci riuscita, anche se so di non dover abbassare la guardia: il rischio di banalizzare è sempre in agguato.
Ad ogni nuovo romanzo si ricomincia daccapo, si rimettono alla prova invenzione e capacità narrativa. L’arroganza non deve appartenere allo scrittore, perché il pubblico va riconquistato ogni volta. Non è affatto automatico che coloro che ti hanno già apprezzato continuino a farlo, dipende da cosa proponi e dal grado di rispetto che nutri nei loro confronti. Rispettare i lettori significa non imbrogliarli, non proporre piatti riscaldati spacciandoli per nuovi: se ne accorgono subito, come è giusto che sia. Perché compito dello scrittore è coinvolgere in situazioni stimolanti, capaci di suscitare comunanza di sensazioni.
"Questa cosa l′ho vissuta anch′io, che strano ritrovarla sulla pagina scritta." È questo il filo che deve legare chi scrive a chi legge, si tratti di un 'memoir', piuttosto che di un thriller o di un romanzo storico. In altre parole, se il lettore si riconosce nei tuoi personaggi e nelle loro vicende, significa che, in qualche modo, sei riuscito a trasformare la fantasia in realtà.
Molto spesso mi si chiede perché ho scelto di ambientare i miei romanzi nel medioevo.
Rispondo sempre che non lo so, che è stato il medioevo a scegliere me, e forse è vero. Quello che è certo, però, è che, da subito, lo studio della storia di quel periodo mi ha intrigato.
Ho cercato di capire e ho scoperto che, al di là delle ovvie differenze di cultura e civiltà, alcune consonanze tra passato e presente esistono ancora. L’arroganza del potere, per esempio, l’avidità di denaro, le lobbies, i voltagabbana, le pulsioni sessuali…
Certo, i tempi sono cambiati, ma di quanto? Oggi non viviamo più nel terrore dell’inferno, come i nostri avi medievali, ma la paura della nostra caducità temporale ci spinge a indagare oroscopi, a rifugiarci nelle effimere certezze distribuite a piene mani dai mezzi di comunicazione di massa, a fidarci del potente di turno. Le nostre menti sono appannate e se di tanto in tanto si leva una voce critica a mettere in discussione una qualche presunta verità, ecco che tutti le danno addosso, nemmeno si trattasse, per l’appunto, dell’enunciato di un eretico di medievale memoria.
Fin dal primo romanzo, ho cercato di calarmi nei panni dei miei personaggi, nel loro modo di rapportarsi a un mondo materiale tanto diverso dal nostro, ma curiosamente simile nell’esercizio di passioni e desideri.
Finora, credo di esserci riuscita, anche se so di non dover abbassare la guardia: il rischio di banalizzare è sempre in agguato.