Autrice
Sono nata a Milano, in un afoso mezzogiorno di molti anni fa. Ho studiato, senza infamia e senza lode, al liceo classico “G. Berchet”. Poi, finalmente libera di dedicarmi alla mia vera passione, mi sono iscritta all’Università dove, fra una manifestazione e l’altra (erano gli anni a cavallo tra il 1969 e il 1973), mi sono laureata in Storia della Critica d’Arte con una tesi di ricerca sul manifesto pubblicitario italiano, materia ancora quasi del tutto sconosciuta a quel tempo. Dopo varie esperienze presso agenzie di pubblicità e uffici stampa, ho deciso di passare al giornalismo.
Per i successivi vent’anni ho scritto. Ho intervistato centinaia di personaggi legati al mondo dell’arte, della fotografia, del costume, ho dato conto di mostre e di eventi significativi nel panorama culturale milanese, ho realizzato articoli e pubblicazioni su alcuni dei più rilevanti monumenti religiosi e civili di Milano. Ho sempre cercato di restituire un’immagine viva di quello che approfondivo, che si trattasse di un famoso illustratore o della storia di una basilica secolare. Nella stesura dei miei pezzi, evitavo con cura l’abusato linguaggio da addetta ai lavori, privilegiando invece una comunicazione giornalistica più diretta, in grado di incuriosire e coinvolgere i lettori. Molti di loro hanno apprezzato questa scelta, affermando che la mia sensibilità verso luoghi e personaggi arrivava loro per via empatica, senza filtri. Questo modo di esprimermi mi ha fatto venire voglia di tentare altre strade e allora, con la presunzione tipica degli incoscienti, ho provato a cimentarmi con il genere forse più difficile, il romanzo.
Ci ho messo tre anni a terminare il primo che, prodigiosamente, è stato pubblicato in meno di sei mesi (“Il mercante di lana”, Piemme, 2001) e ha ottenuto un immediato successo di pubblico e di critica. A questo punto, sebbene con un ritardo di cui non posso che incolpare me stessa, ho capito che quella della scrittrice era la mia vera professione. Nei successivi dieci anni di lavoro sono usciti “Il signore del falco” (Piemme, 2003), “Il monaco inglese” (Rizzoli), “Il manoscritto dell’imperatore” (Rizzoli, 2008) e “La ribelle” (Rizzoli 2011). Tutti i miei romanzi sono ambientati in epoca medievale, intorno alla metà del Duecento. A fare da sfondo alle trame, si alternano luoghi diversi: i castelli ben muniti della Val d’Aosta, i vicoli e i monasteri della Milano comunale, le cascine del contado lombardo e gli affollati quartieri di Parigi, percorsi dai chiassosi studenti della Sorbona.
Non saprei dire perché a partire dalla mezza età sia nato in me l’interesse verso un periodo storico così lontano: quel che è certo è che lo studio delle vicende di quegli anni mi ha incuriosito e interessato a tal punto da convincermi che, nonostante i molti secoli trascorsi, siano ancora molte le analogie con il presente. Anche se le nostre condizioni di vita sono migliorate, l’incertezza sul futuro è la stessa, le paure sono simili, le cause scatenanti delle guerre restano immutate. E proprio a queste similitudini mi ispiro nel delineare i caratteri dei miei personaggi: spogliati dell’abito medievale, in molti di loro si potrebbero riconoscere intrallazzatori, arricchiti, capipopolo o donne che, oggi come allora, combattono per affermare la propria dignità.
La mia vita privata è del tutto lineare. Ho un marito che da trent’anni condivide con me amore e difficoltà, una figlia ormai adulta a cui mi lega un affetto profondo e grande rispetto. Per diciassette anni abbiamo goduto della compagnia di Skye, la nostra barboncina. Quando ha finito di vivere, non abbiamo resistito al vuoto provocato dalla sua mancanza e ne abbiamo adottato un’altra. E’ nera come lei, e si chiama Kilda.
Per i successivi vent’anni ho scritto. Ho intervistato centinaia di personaggi legati al mondo dell’arte, della fotografia, del costume, ho dato conto di mostre e di eventi significativi nel panorama culturale milanese, ho realizzato articoli e pubblicazioni su alcuni dei più rilevanti monumenti religiosi e civili di Milano. Ho sempre cercato di restituire un’immagine viva di quello che approfondivo, che si trattasse di un famoso illustratore o della storia di una basilica secolare. Nella stesura dei miei pezzi, evitavo con cura l’abusato linguaggio da addetta ai lavori, privilegiando invece una comunicazione giornalistica più diretta, in grado di incuriosire e coinvolgere i lettori. Molti di loro hanno apprezzato questa scelta, affermando che la mia sensibilità verso luoghi e personaggi arrivava loro per via empatica, senza filtri. Questo modo di esprimermi mi ha fatto venire voglia di tentare altre strade e allora, con la presunzione tipica degli incoscienti, ho provato a cimentarmi con il genere forse più difficile, il romanzo.
Ci ho messo tre anni a terminare il primo che, prodigiosamente, è stato pubblicato in meno di sei mesi (“Il mercante di lana”, Piemme, 2001) e ha ottenuto un immediato successo di pubblico e di critica. A questo punto, sebbene con un ritardo di cui non posso che incolpare me stessa, ho capito che quella della scrittrice era la mia vera professione. Nei successivi dieci anni di lavoro sono usciti “Il signore del falco” (Piemme, 2003), “Il monaco inglese” (Rizzoli), “Il manoscritto dell’imperatore” (Rizzoli, 2008) e “La ribelle” (Rizzoli 2011). Tutti i miei romanzi sono ambientati in epoca medievale, intorno alla metà del Duecento. A fare da sfondo alle trame, si alternano luoghi diversi: i castelli ben muniti della Val d’Aosta, i vicoli e i monasteri della Milano comunale, le cascine del contado lombardo e gli affollati quartieri di Parigi, percorsi dai chiassosi studenti della Sorbona.
Non saprei dire perché a partire dalla mezza età sia nato in me l’interesse verso un periodo storico così lontano: quel che è certo è che lo studio delle vicende di quegli anni mi ha incuriosito e interessato a tal punto da convincermi che, nonostante i molti secoli trascorsi, siano ancora molte le analogie con il presente. Anche se le nostre condizioni di vita sono migliorate, l’incertezza sul futuro è la stessa, le paure sono simili, le cause scatenanti delle guerre restano immutate. E proprio a queste similitudini mi ispiro nel delineare i caratteri dei miei personaggi: spogliati dell’abito medievale, in molti di loro si potrebbero riconoscere intrallazzatori, arricchiti, capipopolo o donne che, oggi come allora, combattono per affermare la propria dignità.
La mia vita privata è del tutto lineare. Ho un marito che da trent’anni condivide con me amore e difficoltà, una figlia ormai adulta a cui mi lega un affetto profondo e grande rispetto. Per diciassette anni abbiamo goduto della compagnia di Skye, la nostra barboncina. Quando ha finito di vivere, non abbiamo resistito al vuoto provocato dalla sua mancanza e ne abbiamo adottato un’altra. E’ nera come lei, e si chiama Kilda.