Nuovo Libro
Presentazione | Prologo | Capitolo 1
Luni, novembre 1248

Accampamento imperiale.
“…questo è dunque il mio ordine. Esigo che vi ottemperiate con la massima urgenza. Se per recuperare il manoscritto, dovesse rendersi necessaria la violenza, non esitate a usarla, ma sappiate fin da ora che tutto quello che farete dovrà restare segreto. Non ho certo bisogno di suggerirvi i metodi con cui portare a termine questa operazione. Come sempre, avete la mia fiducia incondizionata. Il favore che mi renderete nel farmi rientrare in possesso del trattato sarà adeguatamente ricompensato, in denaro e benefici.”

Federico rilesse la lettera, poi, apposta la firma e il sigillo imperiale, la affidò al segretario che attendeva al lato opposto della tenda. “Questo dispaccio deve partire immediatamente.” ordinò, “Ezzelino lo dovrà ricevere entro una settimana.” L’uomo annuì e scomparve al di là dell’entrata . Federico tornò al tavolo e si sedette. Nonostante la pozione preparata dal medico di corte, il dolore alle reni lo tormentava ancora. Allungò le gambe, cercando di dare sollievo ai muscoli della schiena. Intrecciò le dita e cominciò a riflettere. Era stata una fortuna che Ezzelino avesse partecipato con lui alla riconquista di Parma perché i suoi metodi sbrigativi avevano sciolto la lingua a molte persone. Una di loro aveva indicato nell’armaiolo l’autore del furto del manoscritto: l’uomo era stato immediatamente messo sotto tortura. Quell’idiota, che sperava ancora di aver salva la vita, aveva raccontato tutto, senza tacere nemmeno il nome del mercante a cui lo aveva consegnato, un certo Guidotto dal Canale. Dopo aver fatto uccidere l’armaiolo, Ezzelino aveva cominciato a cercare il mercante. Le sue spie gli avevano riferito che, con tutta probabilità, l’uomo si era rifugiato a Milano, dove aveva bottega insieme a un parente. In un primo tempo aveva pensato di mandare uno dei suoi sicari a catturarlo, ma poi aveva cambiato idea: quella città, da sempre inespugnabile, gli aveva già creato fin troppi problemi. Sarebbe stato meglio non divulgare la notizia del ritrovamento e il suo vicario era sicuramente la persona più adatta a mantenere l’opportuna discrezione su tutta la faccenda. Inoltre, per un uomo che si circondava di musici e di poeti e che amava conservare nella propria biblioteca volumi rari e preziosi, sarebbe stato un onore svolgere quel compito delicato in favore dell’imperatore. Ricordava ancora la squisita fattura dell’affresco che Ezzelino aveva fatto dipingere nel palazzo di Bassano. Quando lo aveva visto, non aveva potuto fare a meno di chiedersi come fosse possibile che nell’animo di un tiranno tanto feroce albergasse una simile sensibilità verso le arti liberali. Allora si era meravigliato, ma adesso quella dimestichezza con pittori e miniaturisti gli avrebbe fatto comodo: una volta che avesse avuto per le mani il trattato, avrebbe sicuramente trovato qualcuno in grado di verificare se si trattasse dell’originale. Per quello che ne sapeva lui, infatti, nei nove mesi passati dal giorno del furto le pergamene avrebbero potuto essere state copiate. Era certo di aver fatto la cosa giusta: la fedeltà di Ezzelino era fuori discussione, così come la sua avversione contro il papa. Un brivido gli percorse la schiena: quell’idiota arrogante! Se mai fosse venuto a sapere del manoscritto, Innocenzo IV gli avrebbe lanciato una nuova scomunica: era pronto a scommettere che quelle righe spese a illustrare la vita degli uccelli da preda lo avrebbero profondamente irritato. Lui, che come tutti i suoi predecessori attribuiva ogni singolo accidente naturale alla volontà divina, come avrebbe potuto capire l’importanza dell’osservazione scientifica? Cosa ne sapeva lui dei precedenti trattati stilati da studiosi arabi su quella materia affascinante? Come poteva immaginare la gioia del falconiere nel crescere il pulcino fino a vederlo diventare un falco maestoso, capace di volare per miglia e poi tornare sul pugno del suo padrone con la preda ancora intatta nel becco? No, Innocenzo non avrebbe mai capito. Da anni faceva chiudere le scuole che lui aveva aperto, faceva perseguire per eresia medici, astrologi, uomini di lettere, ribadiva che era la Chiesa ad avere il primato sulla scienza, come se quest’ultima fosse una laida fucina generatrice di demoni! Ma perché, per Dio, quei maledetti preti erano tanto intolleranti verso chiunque intendesse impiegare la ragione per spiegare i fenomeni naturali? Era forse la volontà divina quella che li faceva mangiare, bere, ruttare, pisciare, cacare?! Si alzò di scatto. “Sono io l’unico re!” gridò alla tenda vuota, “Sono stato io ad essere consacrato con scettro, anello e corona, sono io l’unto del Signore, non quel maledetto! E’ stato Dio a concedermi il privilegio del comando e lo eserciterò fino all’ultimo respiro, con fede e ragione!” Premette con forza le mani sul tavolo: la rabbia lo faceva tremare. Chiuse gli occhi e respirò a fondo, fino a che il tremito cessò. Poi, a lunghi passi, uscì sulla spianata dove era stato montato l’accampamento. Le Apuane si innalzavano imponenti davanti a lui. Le cime erano coperte da nuvole spesse, grigie come piombo: sospinte da un vento gelido, andavano spostandosi a est. Da ovest, un altro fronte di nubi, ancora basso sull’orizzonte, avanzava lento verso la costa. Si voltò verso il mare: in lontananza, l’acqua ferma delle paludi si mescolava con la risacca. Nel porto quasi deserto un’unica nave era alla fonda e quattro barche di pescatori ondeggiavano vicino alla riva. Una raffica di vento lo investì, sollevando un mulinello di polvere che lo accecò. Si strofinò gli occhi irritati e rientrò nella tenda.
Scarica in formato PDF
IL MANOSCRITTO DELL'IMPERATORE