Giornalisti
Versione italiana | Versione inglese | Recensioni

IL MANOSCRITTO DELL’IMPERATORE
Un manoscritto conteso, capace di modificare gli equilibri politici del medioevo


TRAMA DEL ROMANZO

“… questo è dunque il mio ordine. Esigo che vi ottemperiate con la massima urgenza. Se per recuperare il manoscritto dovesse rendersi. necessaria la violenza, non esitate a usarla…”

1249. Il trattato sull’arte della falconeria, scritto di pugno dall’imperatore Federico II di Svevia, è stato rubato. Ben sapendo di aver composto un’opera scientifica che potrebbe scatenare le ire del papa, Federico incarica il suo vicario, Ezzelino da Romano, di ritrovarla in fretta, prima che sia Innocenzo IV a impossessarsene. Ezzelino, potente e feroce signore della Marca Trevigiana, scopre che il manoscritto è finito nelle mani di un mercante, pronto a rivenderlo al miglior offerente. Affidato a uno dei suoi luogotenenti il compito di recuperarlo, coinvolge nella missione anche un giovane miniaturista francese, Simone da Aix. Seguendo le tracce del mercante i due uomini arrivano al castello di San Martino, poco lontano da Lodi. Qui, sotto la tutela di Bonizzo, aristocratico ghibellino, vive Alisa: la ragazza, promessa sposa a un nobile decaduto, studia le arti della grammatica con Matthew da Willingtham, il suo precettore. Fra le mura ben munite del castello le giornate scorrono sempre uguali e la pace è incrinata solo dalle urla disumane di Bernarda, la capostipite della famiglia: da anni, la vecchia ha perso la ragione. Mentre Gualdo trama per sottrarre il manoscritto al mercante, il papa viene a sapere dell’esistenza delle pergamene. Si infuria. E’ certo che quei fogli miniati costituiscano l’ennesima eresia manifestata dall’imperatore: con i suoi deliranti enunciati Federico ha inteso sfidare ancora una volta l’autorità della Chiesa. Innocenzo IV incarica un inquisitore di recuperare il trattato e il castello viene posto sotto assedio. Le torture a cui viene sottoposto il mercante non danno esito, perché il manoscritto non è più nelle sue mani: qualcuno lo ha rubato anche a lui. Il luogotenente di Ezzelino scompare misteriosamente e l’inaspettato attacco di armigeri sconosciuti provoca una carneficina nei boschi che circondano San Martino. Al castello le ricerche del manoscritto si fanno convulse. Mentre qualcuno scopre l’esistenza di un passaggio segreto che collega i sotterranei alla campagna, Alisa e Simone si innamorano. Gli avvenimenti si susseguono in un crescendo di inganni e violenze, ma il trattato non si trova. Governata da leggi imponderabili, alla fine sarà proprio quella natura tanto cara all’imperatore a stabilire le sorti del manoscritto.

IL MANOSCRITTO DELL'IMPERATORE

Note esplicative dell'autrice

L’opera che ha dato spunto all’invenzione letteraria di questo romanzo ha per titolo “De arte venandi cum avibus” (L’arte di cacciare con il falco). Del manoscritto originale esistono due copie: una, in due libri, è conservata presso l’Università di Bologna, l’altra, in sei, è alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Entrambe sono fregiate da raffinate miniature che, aggiunte al valore storico-scientifico del testo, ne fanno una testimonianza preziosa della cultura medievale. Senza dilungarmi sulle complesse e contrastanti teorie sull’effettiva paternità di questo trattato (per approfondirle, consiglio di leggere l’insostituibile volume curato da Anna Laura Trombetti Budriesi per l’editore Laterza), mi limiterò qui a sottolineare come alcuni storici riportino che un manoscritto su questo stesso argomento sia stato rubato dall’accampamento imperiale nel 1248 e come le sue sorti successive siano legate a un mercante milanese, un certo Guglielmo Bottazio, che nel 1264 tentò di rivenderlo a Carlo d’Angiò, all’epoca ancora conte di Provenza. Con una circostanziata lettera al futuro re di Sicilia, il mercante descriveva le stupefacenti miniature che ne decoravano le pagine, magnificando l’efficacia delle immagini riprodotte e la sapienza dimostrata nell’illustrare le virtù necessarie al buon falconiere. Tralasciando le discussioni che per anni hanno impegnato gli studiosi sulla reale origine del manoscritto, basterà qui accennare alla tematica fondamentale che ne ha fatto un argomento di interesse filosofico-scientifico: come il lettore avrà già intuito nel corso della narrazione, il tono dichiaratamente naturalistico della trattazione non poteva che turbare i già precari equilibri politici del tempo. In un periodo in cui il papa era considerato l’unico depositario di un sapere trasmesso direttamente da Dio, un imperatore che osasse discettare di scienze, fossero esse mediche o matematiche o come in questo caso squisitamente naturali, era sicuramente mal tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche, in quanto percepito come arrogante oppositore delle verità rivelate dalla Chiesa. Se a questo si aggiunge che la pratica della caccia al falcone, prerogativa di re e aristocratici di alto lignaggio, era identificata con la gestione di un potere godereccio, mondano e spesso connotato di valenze paganeggianti, si può intuire quanto la possibile diffusione di un manoscritto di tal fatta potesse irritare la nutrita schiera di teologi al servizio del pontefice. E proprio dall’immaginare a quali dispute avrebbe potuto condurre la divulgazione degli argomenti contenuti in un simile ‘libro proibito’, è nata l’idea di questo romanzo. Nonostante l’assenza di qualunque nota storica su un presunto contrasto tra papa e imperatore riguardo al manoscritto, credo che l’invenzione letteraria su cui si regge la trama potrebbe non discostarsi molto dalla realtà. Il conflitto tra scienza e fede, infatti, ha segnato la storia del pensiero occidentale per secoli e anche oggi, pur essendo trascorsi quasi ottocento anni da quel lontano 1249, ci troviamo ad assistere ai contrasti fra una Chiesa che fa dell’etica religiosa una bandiera e uno Stato che fatica a difendere il proprio pensiero laico.