Parigi, 1254. Caterina da Colleaperto, giovane donna medico, esercita nel più importante ospedale della città. Animata dall’entusiasmo per la propria professione e sostenuta dall’appoggio di Rolando Lanfranchi, illustre maestro in medicina e suo amante, può permettersi di ignorare l’ostilità dei colleghi e dell’intera corporazione. Le sue capacità sono riconosciute da una schiera crescente di clienti che la introducono a corte e le consentono di frequentare esponenti dell’alta aristocrazia. Tutto sembra procedere per il meglio, quando una scoperta inaspettata spegne ogni sua certezza: per sottrarsi a una situazione ormai insostenibile, medita la fuga, che diventa precipitosa quando apprende che sul suo capo pende una denuncia. Nessuno la difende, nemmeno Rolando. Attraversa le Alpi, diretta in Lombardia. Il cammino, lungo e faticoso, é segnato da un avvenimento drammatico che le procura grande sofferenza, lenita solo dalla presenza benevola di uno sconosciuto precettore inglese. Arriva a Milano e scopre una città contraddittoria, dove convivono miseria e lusso: mentre fame e malattie sterminano i miseri, i potenti fanno a gara per sfoggiare le vesti preziose realizzate dal sarto più famoso della città. Tormentata dal proprio passato, Caterina considera la possibilità di abbandonare la professione, ma l’inatteso contatto con i più bisognosi la spinge a riconsiderare le finalità della medicina. Le speranze che credeva perdute per sempre germoglieranno ancora. Caterina ritroverà in se stessa la donna libera e coraggiosa che è sempre stata, anticipatrice di tempi che verranno e capace di stringere fra le mani la propria vita.
NOTA DELL'AUTRICE
La medicina del Medioevo, come tutte le altre discipline del sapere, era appannaggio degli uomini. Alle donne che intendessero esercitarla veniva concesso di svolgere la funzione di levatrice e poco altro. Nonostante ciò, la storia ci conserva testimonianza di alcune donne medico, da Trotula Salernitana e Ildegarda da Bingen, fino ad Abella, Rebecca Guarna, Costanza Calende ed Ersenda, attiva alla corte del re di Francia, Luigi IX. Se ne abbiamo ancora memoria, significa che queste donne erano terapeute talmente abili da non poter essere ignorate. Il sospetto è che, insieme con loro, ce ne siano state molte altre della cui esistenza si è persa ogni traccia. Ipotesi confermata dal fatto che lo Studium di Montpellier, una delle più importanti facoltà di Medicina europee, consentiva l’accesso anche ad aspiranti allieve. La loro strada era sicuramente lastricata di difficoltà. In questo romanzo ho cercato di immaginare quanto il pregiudizio e la diffidenza potessero influire sulla condizione sociale e personale di queste donne coraggiose. Caterina da Colleaperto è un personaggio di invenzione letteraria, ma avrebbe potuto essere una qualunque fra le medichesse medievali che abbia tentato di raggiungere una dignità professionale pari a quella degli uomini. Anche il personaggio di Marco Raineri, il sarto milanese, è frutto di invenzione. Nel descrivere la sua bottega, ho voluto dar conto di una delle più significative attività artigianali di quegli anni. Sotto i vessilli di corte, così come sotto quelli comunali, il mestiere dei sarti era molto apprezzato e permetteva a chi lo svolgeva ad alto livello di accumulare cospicue fortune in denaro. Il primo documento milanese attestante l’esistenza dell’Ospitale della Colombetta data al 1279, ma altre notizie frammentarie inducono a pensare che l’ente fosse già attivo intorno alla metà del tredicesimo secolo. Si trattava di un sodalizio nato per volontà di alcuni benefattori milanesi e destinato ad assistere le fasce sociali più povere, aumentate progressivamente a causa delle precarie condizioni economiche provocate da un lungo periodo di instabilità politica. Indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, il sodalizio era amministrato da una piccola congregazione religiosa, i Fratelli della Misericordia, e retto da un priore. L’opera assistenziale era svolta da uno sparuto gruppo di monaci, affiancati da molti volontari che, condividendone vita e incombenze, mettevano spesso a disposizione anche i propri beni. Del tutto particolare nel panorama milanese, l’Ospitale della Colombetta è stato probabilmente uno dei primi esempi di quella carità laica, organizzata e operosa, di cui Milano è giustamente andata fiera nei secoli successivi. La costruzione che ho immaginato sede dell’ambulatorio è realmente esistita. Si trattava di un mulino da armi situato lungo la via che ancora oggi ne conserva il nome: sopravvissuto alla copertura del naviglio e ai bombardamenti della seconda guerra mondale, è stato abbattuto in tempi successivi nel corso di una vasta opera di ristrutturazione urbanistica che ha interessato l’area dell’antica Porta Ticinese. Alcuni dei personaggi citati nel romanzo appartengono alla realtà storica del periodo in esame: il re di Francia Luigi IX, suo fratello Alfonso di Poitiers, la sorella Isabella, Guiard de Laon, Jean de Passavant, Rutebeuf, Robert de Sorbon, Eudes Rigaud, Tazio Mandelli, Egidio da Cortenuova, Manfredi da Sesto, Manfredo Lancia d’Incisa. Le particolarità caratteriali di ognuno di loro nascono dalla mia fantasia. Per quanto attiene al particolare tipo di sostanza eccitante consumata dal personaggio di Raineri, mi sono ispirata alla “Soluzione di Fowler”, una discussa pozione arsenicale in uso un paio di secoli fa in alcune zone della Carinzia. Del tutto arbitrariamente, mi sono permessa di farne risalire le origini fino al Medioevo.
NOTA DELL'AUTRICE
La medicina del Medioevo, come tutte le altre discipline del sapere, era appannaggio degli uomini. Alle donne che intendessero esercitarla veniva concesso di svolgere la funzione di levatrice e poco altro. Nonostante ciò, la storia ci conserva testimonianza di alcune donne medico, da Trotula Salernitana e Ildegarda da Bingen, fino ad Abella, Rebecca Guarna, Costanza Calende ed Ersenda, attiva alla corte del re di Francia, Luigi IX. Se ne abbiamo ancora memoria, significa che queste donne erano terapeute talmente abili da non poter essere ignorate. Il sospetto è che, insieme con loro, ce ne siano state molte altre della cui esistenza si è persa ogni traccia. Ipotesi confermata dal fatto che lo Studium di Montpellier, una delle più importanti facoltà di Medicina europee, consentiva l’accesso anche ad aspiranti allieve. La loro strada era sicuramente lastricata di difficoltà. In questo romanzo ho cercato di immaginare quanto il pregiudizio e la diffidenza potessero influire sulla condizione sociale e personale di queste donne coraggiose. Caterina da Colleaperto è un personaggio di invenzione letteraria, ma avrebbe potuto essere una qualunque fra le medichesse medievali che abbia tentato di raggiungere una dignità professionale pari a quella degli uomini. Anche il personaggio di Marco Raineri, il sarto milanese, è frutto di invenzione. Nel descrivere la sua bottega, ho voluto dar conto di una delle più significative attività artigianali di quegli anni. Sotto i vessilli di corte, così come sotto quelli comunali, il mestiere dei sarti era molto apprezzato e permetteva a chi lo svolgeva ad alto livello di accumulare cospicue fortune in denaro. Il primo documento milanese attestante l’esistenza dell’Ospitale della Colombetta data al 1279, ma altre notizie frammentarie inducono a pensare che l’ente fosse già attivo intorno alla metà del tredicesimo secolo. Si trattava di un sodalizio nato per volontà di alcuni benefattori milanesi e destinato ad assistere le fasce sociali più povere, aumentate progressivamente a causa delle precarie condizioni economiche provocate da un lungo periodo di instabilità politica. Indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, il sodalizio era amministrato da una piccola congregazione religiosa, i Fratelli della Misericordia, e retto da un priore. L’opera assistenziale era svolta da uno sparuto gruppo di monaci, affiancati da molti volontari che, condividendone vita e incombenze, mettevano spesso a disposizione anche i propri beni. Del tutto particolare nel panorama milanese, l’Ospitale della Colombetta è stato probabilmente uno dei primi esempi di quella carità laica, organizzata e operosa, di cui Milano è giustamente andata fiera nei secoli successivi. La costruzione che ho immaginato sede dell’ambulatorio è realmente esistita. Si trattava di un mulino da armi situato lungo la via che ancora oggi ne conserva il nome: sopravvissuto alla copertura del naviglio e ai bombardamenti della seconda guerra mondale, è stato abbattuto in tempi successivi nel corso di una vasta opera di ristrutturazione urbanistica che ha interessato l’area dell’antica Porta Ticinese. Alcuni dei personaggi citati nel romanzo appartengono alla realtà storica del periodo in esame: il re di Francia Luigi IX, suo fratello Alfonso di Poitiers, la sorella Isabella, Guiard de Laon, Jean de Passavant, Rutebeuf, Robert de Sorbon, Eudes Rigaud, Tazio Mandelli, Egidio da Cortenuova, Manfredi da Sesto, Manfredo Lancia d’Incisa. Le particolarità caratteriali di ognuno di loro nascono dalla mia fantasia. Per quanto attiene al particolare tipo di sostanza eccitante consumata dal personaggio di Raineri, mi sono ispirata alla “Soluzione di Fowler”, una discussa pozione arsenicale in uso un paio di secoli fa in alcune zone della Carinzia. Del tutto arbitrariamente, mi sono permessa di farne risalire le origini fino al Medioevo.