Nuovo Libro
Presentazione | Prologo | Capitolo 1
Parma, febbraio 1248.
Accampamento imperiale. La donna era supina. La veste, arrotolata fino al seno, lasciava scoperto il ventre: i lembi della camiciola, lacerata nel mezzo, ricadevano ai lati delle cosce divaricate. L’armaiolo si riannodò le brache in vita e la guardò in volto. Gli occhi terrorizzati che lo fissarono gli provocarono un nuovo guizzo all’inguine, ma fu solo per un attimo. Estratto il pugnale dal farsetto, afferrò la donna per i capelli e le tagliò la gola. Per un lunghissimo momento, un gorgoglio orribile riempì lo studiolo, poi fu silenzio. La testa della giovane saracena ricadde all’indietro e dallo squarcio sul collo il sangue cominciò a colare a fiotti sul pavimento. L’uomo ripulì la lama sulla veste della donna e sogghignò: proprio lui, un umile armaiolo di Parma, aveva ucciso la puttana dell’imperatore! Non appena tutta quella faccenda fosse finita, avrebbe cominciato a gloriarsene alla locanda spiegando come se la fosse goduta prima di sgozzarla. Avrebbe anche arricchito il racconto con quanti più particolari truculenti gli fosse riuscito di inventare e i suoi compari di bevute sarebbero rimasti sbalorditi. Si riscosse da quella fantasia. Doveva svolgere il compito che gli era stato assegnato e doveva farlo subito, aveva già perso fin troppo tempo. Sprangò la porta dietro di sé e osservò attentamente il locale: un tavolo a cavalletti e un sedile da viaggio erano affiancati alla parete. Poco più in là, seminascosto da una tenda di cuoio istoriato che pendeva dalla trave del soffitto, c’era un forziere d’argento massiccio. Ne saggiò il coperchio: era chiuso. Si lasciò sfuggire una bestemmia. Dove diavolo era la chiave? Era lì da qualche parte, oppure Federico l’aveva portata con sé quando aveva lasciato l’accampamento? Il tavolo era privo di tiretto e sul ripiano c’erano solo un calamaio, una penna d’oca e una pergamena raschiata più volte. Di una chiave nemmeno l’ombra. Doveva cercarla. Si guardò intorno. Appena dietro un basso divisorio di legno intagliato a motivi spiraliformi, si intravedeva un giaciglio. Aggirato il paravento, afferrò il saccone di piume e lo tenne sollevato con il braccio sinistro mentre con la mano destra frugava nel cassone di legno sottostante. Aveva già tastato quasi tutte le assi, quando, lungo una fessura, le sue dita percepirono un piccolo fagotto di tessuto ripiegato su se stesso. Lo afferrò e lo svolse: al centro della pezzuola comparve la chiave. Esultante, si voltò e la inserì nella serratura. Lo scrigno si aprì. Sul fondo era deposta una sacca di pelle. Nient’altro. La estrasse, ne sciolse rapidamente i lacci e fece scivolar fuori quello che conteneva. Quando la sua mente comprese il significato di quello che stavano fissando i suoi occhi, dalla gola gli uscì un grido di giubilo. Eccole le pergamene! Eccitato, si inginocchiò e le appoggiò sul pavimento, cominciando a scorrere in fretta i fogli. Sul primo, la lettera iniziale del testo era istoriata con una figura umana ammantata di rosso. Un fregio, azzurro come il tondo in cui era dipinta l’immagine e punteggiato da arabeschi dorati, correva a fianco delle due colonne di scrittura e incorniciava tutta la pagina: la decina di fogli che seguiva era fitta di righe vergate con inchiostro nero. L’armaiolo non sapeva leggere, ma era pronto a scommettere che quello fosse proprio il trattato scritto da Federico. Le pergamene tenute sotto chiave e l’immagine miniata lo convinsero di aver finalmente trovato il tesoro che gli era stato detto di rubare. Rimise il libro nella sacca, la richiuse e ne allacciò i legacci alla cintura. Dal pavimento dove lo aveva gettato, raccolse il mantello e se lo avvolse intorno al corpo. Poi, dopo aver gettato un’ultima occhiata distratta al cadavere della saracena, si avvicinò alla soglia dello studiolo e accostò l’orecchio alla porta: dall’andito non proveniva alcun rumore. Aprì e, a passi felpati, imboccò la scala di legno. Nel vestibolo non c’era nessuno. Scivolando silenzioso nella penombra, raggiunse il portale e uscì, guardingo. Il fumo dell’incendio gli mozzò il respiro. Dalle rovine degli alloggi militari che fino al giorno prima avevano dato riparo all’esercito dell’imperatore si levavano ancora esili lingue di fuoco che, a poco a poco, andavano spegnendosi. Smorzati dalla lontananza ma chiaramente distinguibili, dal fondo del campo arrivavano fin lì i barriti e i ruggiti delle belve imprigionate nel serraglio. Sordi a quei suoni terrificanti, gruppi di uomini e donne si aggiravano per l’accampamento. Concitati, scavalcavano i cadaveri delle guardie imperiali e con gesti febbrili frugavano fra le macerie. Di tanto in tanto, qua e là si alzava un grido di esultanza e qualcuno correva via, stringendo al petto un vaso, una guarnacca di vaio, una bisaccia gonfia. Strofinandosi gli occhi che lacrimavano per il fumo, l’armaiolo esaminò il campo. Era ricoperto di cadaveri. Si mosse in fretta, serpeggiando in quel groviglio di corpi. Il suo piede urtò un ginocchio ancora coperto dalla gambiera. Con uno scricchiolio, l’arto si staccò di netto, rivelando l’enorme pozza di sangue che si allargava sul terreno. L’armaiolo scivolò su quella massa viscida e cadde bocconi, finendo addosso al morto: dalla visiera aperta dell’elmo, due occhi ciechi lo fissavano, ancora sbarrati in un’espressione di terrore. Si rialzò e procedette più cauto, osservando attentamente quella dovizia di corredi da guerra. Le spade dell’esercito imperiale, forgiate in Germania, erano famose per essere le più resistenti d’Europa e una di quelle armi gli avrebbe fatto comodo: se l’avesse rivenduta nella sua bottega, avrebbe potuto ricavarne un notevole guadagno. Avanzò ancora. Disteso su un rialzo del terreno giaceva il cadavere decapitato di un uomo. L’elmo, da cui sporgevano ossa e cartilagini sanguinolente, era rotolato poco più in là. L’armaiolo si avvicinò e con gesti esperti slacciò le fasce di cuoio della chiusura. L’elmo si aprì e la testa mozzata scivolò fuori, ricadendo a terra con un tonfo sordo. Senza curarsene, l’armaiolo valutò la consistenza del copricapo e, rigirandolo fra le mani, ne esaminò ogni lato. Era di pregevole fattura e presentava solo una piccola ammaccatura: eccetto una lunga striscia di sangue che ne percorreva la base, l’intera superficie del metallo brillava come argento polito. Reggendolo sul braccio ripiegato, tornò vicino al cadavere. Dalla cintura che stringeva la cotta di maglie di ferro pendeva il fodero vuoto della spada: l’elsa era ancora stretta nella mano. L’armaiolo la estrasse a forza dalle dita irrigidite del morto e la sollevò: era pesante e la lama, incrostata di sangue rappreso, terminava con la punta arrotondata. Osservandola meglio notò che, rilevato sull’impugnatura, correva un fregio a motivi di foglie, al cui interno era incisa la parola ‘hoffnung’: anche se non aveva idea di che cosa potesse significare quel termine sconosciuto, sapeva bene che spesso i cavalieri al servizio dell’imperatore facevano fregiare le loro armi con le insegne della propria casata. Se il corpo di quell’armigero era appartenuto a un aristocratico, come supponeva, da qualche parte doveva esserci anche uno scudo altrettanto prezioso. Stringendo al petto elmo e spada, l’armaiolo si voltò e mosse qualche passo indietro: lì a pochi piedi di distanza, abbandonato sul terreno insanguinato e coperto per metà dalle piastre di ferro dell’armatura di un altro soldato ucciso, lo trovò. Si chinò a esaminarlo: una croce di bronzo sbalzata occupava tutta la parte centrale, mentre sui bordi era cesellata in oro la stessa parola che ornava l’elsa della spada appena rubata. Ormai sicuro di aver trovato il suo bottino, infilò la mano libera sotto lo scudo, ne afferrò le cinghie e facendo leva sulla spada cominciò a tirare verso di sé. L’armatura che rivestiva il morto era pesante e, nonostante i suoi muscoli fossero irrobustiti da anni di lavoro, l’armaiolo riuscì a estrarre il clipeo solo al quinto tentativo. Lo sollevò e, bilanciandolo sulla spalla, si incamminò verso l’uscita dell’accampamento. Era soddisfatto. Una volta ripuliti e lucidati a dovere, dalla vendita di quei tre pezzi avrebbe ricavato una bella somma che, aggiunta al premio promesso da chi lo aveva incaricato del furto, gli avrebbe garantito un piccolo capitale. Proprio quello di cui aveva bisogno per riavviare la sua attività che quei lunghi mesi di assedio avevano mandato in rovina. Aveva quasi raggiunto la porta sud del campo, quando la sua attenzione fu attratta da un assembramento di persone da cui si levavano urla e risate sguaiate. Si avvicinò. In mezzo al gruppo che lo circondava, un uomo era accosciato su un rudimentale sedile di paglia. Le maniche di panno azzurro del suo mantello erano rivoltate fino alle spalle e rivelavano una preziosa fodera di pelliccia. Le braccia nude, abbandonate lungo i fianchi, pendevano inerti verso il terreno e gocciolavano sangue. Le mani, mozzate all’altezza dei polsi, giacevano ai suoi piedi. Il volto dell’uomo era grigio e gli occhi atterriti correvano dall’uno all’altro dei suoi aguzzini: la mandibola, rilasciata come quella di un cadavere, gli spalancava la bocca in una smorfia ebete. “E adesso Taddeo? Come farai a scrivere ancora i documenti del tuo padrone senza mani?” Le parole beffarde uscite dalla bocca del popolano che le aveva pronunciate furono seguite da altre risate e da una pioggia di sputi. Il prigioniero si accasciò e svenne. “Oh, gente, non sarà mica già morto, eh?!” chiese preoccupata una voce femminile. “Ma no, non vedi che respira?” rispose qualcuno al suo fianco “Piuttosto, portiamolo subito in città: lo devono vedere tutti, prima che crepi!” Dopo averlo infagottato nel suo mantello, lo caricarono su una carretta: una donna raccolse da terra le mani mozzate e le gettò sopra il corpo. Poi, mentre l’uomo più robusto del gruppo spingeva la carriola, tutti insieme si avviarono verso l’uscita del campo. L’armaiolo li seguì. Un ghigno compiaciuto gli stirava le labbra. Quando, il giorno prima, si era deciso di tentare l’assalto all’accampamento che Federico aveva pomposamente chiamato ‘Vittoria’, nessuno a Parma avrebbe potuto contare su un esito migliore: decine di soldati uccisi, un gran numero di prigionieri e perfino la cattura di Taddeo da Sessa, uno dei più influenti consiglieri dell’imperatore. E per lui, poi, quel bottino insperato che lo avrebbe finalmente arricchito… All’improvviso, un coro rabbioso di ruggiti riempì l’aria. Si voltò. Qualcuno aveva dato fuoco alla paglia che ricopriva il terreno del serraglio e le fiamme cominciavano a levarsi talmente alte da poter essere viste anche da lontano. Considerando che nemmeno quelle inutili fiere si sarebbero salvate, affrettò il passo verso il fossato che divideva l’area del campo dalle mura della città. Parma. Un unico doppiere era posato al centro del tavolo. Alla luce delle due candele, gli arabeschi dorati dipinti sulla pergamena brillavano: Guidotto dal Canale li sfiorò con i polpastrelli e quel contatto scabro gli procurò un brivido lungo il dorso. Si alzò, richiuse il libro fermandone le pagine con le fettucce di lino che pendevano dalla legatura e, con grande cautela, lo ripose nella sacca di cuoio. Mentre si avvicinava al forziere dove lo avrebbe nascosto, cominciò a riflettere sul viaggio che lo attendeva. Sarebbe partito per Milano dove suo cugino Ghiberto aveva le conoscenze giuste per consigliarlo sulla vendita di quelle pergamene. Non essendosi mai mosso dalla città, lo avrebbe sicuramente aiutato a scegliere la persona più adatta a cui proporle in acquisto, mentre lui, bloccato da oltre un anno lì a Parma da quel maledetto assedio, avrebbe rischiato di compiere errori di valutazione. L’aver mancato per così lungo tempo la piazza di Milano non gli avrebbe consentito di soppesare con la dovuta prudenza gli effetti prodotti nella sua abituale clientela dai recenti mutamenti avvenuti nella gestione del comune. Sapeva che molti aristocratici, cacciati dalla città, si erano rifugiati nelle loro proprietà del contado e che altri, accusati di parteggiare per l’imperatore, erano stati addirittura uccisi. Si diceva anche che alcune famiglie, da sempre ghibelline, per puro calcolo politico avessero preferito schierarsi con la fazione opposta. Cosa ne sapeva lui di chi aveva cambiato bandiera? E se avesse incautamente proposto il manoscritto di Federico proprio a nobili guelfi? Con ogni probabilità, nel giro di poche ore si sarebbe ritrovato a pendere da una forca issata sul carro nella pubblica piazza… No, doveva farsi guidare da Ghiberto, non c’era dubbio Lo avrebbe lautamente ricompensato per i suoi servigi, dandogli un quinto della somma ottenuta dal compratore. Il denaro con cui aveva pagato l’armaiolo non era nulla a confronto di quello che si aspettava di ricavare dalla vendita del manoscritto. Sebbene quel bifolco ignorante, più che soddisfatto del sacchetto di monete che aveva ricevuto, avesse promesso di mantenere il silenzio sulla faccenda del furto, lui pensava che fosse meglio affrettare la partenza. L’eccitazione che percorreva la città dopo il saccheggio dell’accampamento non avrebbe garantito alcuna discrezione. I cittadini, che erano riusciti a rubare perfino la corona imperiale e l’avevano portata in cattedrale come un trofeo, non facevano altro che bere e gozzovigliare nelle locande. E se dopo una bevuta di troppo l’armaiolo avesse raccontato in giro di aver rubato il libro dell’imperatore e di averlo consegnato proprio a lui? Stava perdendo tempo, non era il momento di rimuginare. In fretta, ripose la sacca di cuoio nel forziere, lo richiuse e mise la chiave nella scarsella che teneva appesa in vita. Sarebbe partito all’alba dell’indomani.
Accampamento imperiale. La donna era supina. La veste, arrotolata fino al seno, lasciava scoperto il ventre: i lembi della camiciola, lacerata nel mezzo, ricadevano ai lati delle cosce divaricate. L’armaiolo si riannodò le brache in vita e la guardò in volto. Gli occhi terrorizzati che lo fissarono gli provocarono un nuovo guizzo all’inguine, ma fu solo per un attimo. Estratto il pugnale dal farsetto, afferrò la donna per i capelli e le tagliò la gola. Per un lunghissimo momento, un gorgoglio orribile riempì lo studiolo, poi fu silenzio. La testa della giovane saracena ricadde all’indietro e dallo squarcio sul collo il sangue cominciò a colare a fiotti sul pavimento. L’uomo ripulì la lama sulla veste della donna e sogghignò: proprio lui, un umile armaiolo di Parma, aveva ucciso la puttana dell’imperatore! Non appena tutta quella faccenda fosse finita, avrebbe cominciato a gloriarsene alla locanda spiegando come se la fosse goduta prima di sgozzarla. Avrebbe anche arricchito il racconto con quanti più particolari truculenti gli fosse riuscito di inventare e i suoi compari di bevute sarebbero rimasti sbalorditi. Si riscosse da quella fantasia. Doveva svolgere il compito che gli era stato assegnato e doveva farlo subito, aveva già perso fin troppo tempo. Sprangò la porta dietro di sé e osservò attentamente il locale: un tavolo a cavalletti e un sedile da viaggio erano affiancati alla parete. Poco più in là, seminascosto da una tenda di cuoio istoriato che pendeva dalla trave del soffitto, c’era un forziere d’argento massiccio. Ne saggiò il coperchio: era chiuso. Si lasciò sfuggire una bestemmia. Dove diavolo era la chiave? Era lì da qualche parte, oppure Federico l’aveva portata con sé quando aveva lasciato l’accampamento? Il tavolo era privo di tiretto e sul ripiano c’erano solo un calamaio, una penna d’oca e una pergamena raschiata più volte. Di una chiave nemmeno l’ombra. Doveva cercarla. Si guardò intorno. Appena dietro un basso divisorio di legno intagliato a motivi spiraliformi, si intravedeva un giaciglio. Aggirato il paravento, afferrò il saccone di piume e lo tenne sollevato con il braccio sinistro mentre con la mano destra frugava nel cassone di legno sottostante. Aveva già tastato quasi tutte le assi, quando, lungo una fessura, le sue dita percepirono un piccolo fagotto di tessuto ripiegato su se stesso. Lo afferrò e lo svolse: al centro della pezzuola comparve la chiave. Esultante, si voltò e la inserì nella serratura. Lo scrigno si aprì. Sul fondo era deposta una sacca di pelle. Nient’altro. La estrasse, ne sciolse rapidamente i lacci e fece scivolar fuori quello che conteneva. Quando la sua mente comprese il significato di quello che stavano fissando i suoi occhi, dalla gola gli uscì un grido di giubilo. Eccole le pergamene! Eccitato, si inginocchiò e le appoggiò sul pavimento, cominciando a scorrere in fretta i fogli. Sul primo, la lettera iniziale del testo era istoriata con una figura umana ammantata di rosso. Un fregio, azzurro come il tondo in cui era dipinta l’immagine e punteggiato da arabeschi dorati, correva a fianco delle due colonne di scrittura e incorniciava tutta la pagina: la decina di fogli che seguiva era fitta di righe vergate con inchiostro nero. L’armaiolo non sapeva leggere, ma era pronto a scommettere che quello fosse proprio il trattato scritto da Federico. Le pergamene tenute sotto chiave e l’immagine miniata lo convinsero di aver finalmente trovato il tesoro che gli era stato detto di rubare. Rimise il libro nella sacca, la richiuse e ne allacciò i legacci alla cintura. Dal pavimento dove lo aveva gettato, raccolse il mantello e se lo avvolse intorno al corpo. Poi, dopo aver gettato un’ultima occhiata distratta al cadavere della saracena, si avvicinò alla soglia dello studiolo e accostò l’orecchio alla porta: dall’andito non proveniva alcun rumore. Aprì e, a passi felpati, imboccò la scala di legno. Nel vestibolo non c’era nessuno. Scivolando silenzioso nella penombra, raggiunse il portale e uscì, guardingo. Il fumo dell’incendio gli mozzò il respiro. Dalle rovine degli alloggi militari che fino al giorno prima avevano dato riparo all’esercito dell’imperatore si levavano ancora esili lingue di fuoco che, a poco a poco, andavano spegnendosi. Smorzati dalla lontananza ma chiaramente distinguibili, dal fondo del campo arrivavano fin lì i barriti e i ruggiti delle belve imprigionate nel serraglio. Sordi a quei suoni terrificanti, gruppi di uomini e donne si aggiravano per l’accampamento. Concitati, scavalcavano i cadaveri delle guardie imperiali e con gesti febbrili frugavano fra le macerie. Di tanto in tanto, qua e là si alzava un grido di esultanza e qualcuno correva via, stringendo al petto un vaso, una guarnacca di vaio, una bisaccia gonfia. Strofinandosi gli occhi che lacrimavano per il fumo, l’armaiolo esaminò il campo. Era ricoperto di cadaveri. Si mosse in fretta, serpeggiando in quel groviglio di corpi. Il suo piede urtò un ginocchio ancora coperto dalla gambiera. Con uno scricchiolio, l’arto si staccò di netto, rivelando l’enorme pozza di sangue che si allargava sul terreno. L’armaiolo scivolò su quella massa viscida e cadde bocconi, finendo addosso al morto: dalla visiera aperta dell’elmo, due occhi ciechi lo fissavano, ancora sbarrati in un’espressione di terrore. Si rialzò e procedette più cauto, osservando attentamente quella dovizia di corredi da guerra. Le spade dell’esercito imperiale, forgiate in Germania, erano famose per essere le più resistenti d’Europa e una di quelle armi gli avrebbe fatto comodo: se l’avesse rivenduta nella sua bottega, avrebbe potuto ricavarne un notevole guadagno. Avanzò ancora. Disteso su un rialzo del terreno giaceva il cadavere decapitato di un uomo. L’elmo, da cui sporgevano ossa e cartilagini sanguinolente, era rotolato poco più in là. L’armaiolo si avvicinò e con gesti esperti slacciò le fasce di cuoio della chiusura. L’elmo si aprì e la testa mozzata scivolò fuori, ricadendo a terra con un tonfo sordo. Senza curarsene, l’armaiolo valutò la consistenza del copricapo e, rigirandolo fra le mani, ne esaminò ogni lato. Era di pregevole fattura e presentava solo una piccola ammaccatura: eccetto una lunga striscia di sangue che ne percorreva la base, l’intera superficie del metallo brillava come argento polito. Reggendolo sul braccio ripiegato, tornò vicino al cadavere. Dalla cintura che stringeva la cotta di maglie di ferro pendeva il fodero vuoto della spada: l’elsa era ancora stretta nella mano. L’armaiolo la estrasse a forza dalle dita irrigidite del morto e la sollevò: era pesante e la lama, incrostata di sangue rappreso, terminava con la punta arrotondata. Osservandola meglio notò che, rilevato sull’impugnatura, correva un fregio a motivi di foglie, al cui interno era incisa la parola ‘hoffnung’: anche se non aveva idea di che cosa potesse significare quel termine sconosciuto, sapeva bene che spesso i cavalieri al servizio dell’imperatore facevano fregiare le loro armi con le insegne della propria casata. Se il corpo di quell’armigero era appartenuto a un aristocratico, come supponeva, da qualche parte doveva esserci anche uno scudo altrettanto prezioso. Stringendo al petto elmo e spada, l’armaiolo si voltò e mosse qualche passo indietro: lì a pochi piedi di distanza, abbandonato sul terreno insanguinato e coperto per metà dalle piastre di ferro dell’armatura di un altro soldato ucciso, lo trovò. Si chinò a esaminarlo: una croce di bronzo sbalzata occupava tutta la parte centrale, mentre sui bordi era cesellata in oro la stessa parola che ornava l’elsa della spada appena rubata. Ormai sicuro di aver trovato il suo bottino, infilò la mano libera sotto lo scudo, ne afferrò le cinghie e facendo leva sulla spada cominciò a tirare verso di sé. L’armatura che rivestiva il morto era pesante e, nonostante i suoi muscoli fossero irrobustiti da anni di lavoro, l’armaiolo riuscì a estrarre il clipeo solo al quinto tentativo. Lo sollevò e, bilanciandolo sulla spalla, si incamminò verso l’uscita dell’accampamento. Era soddisfatto. Una volta ripuliti e lucidati a dovere, dalla vendita di quei tre pezzi avrebbe ricavato una bella somma che, aggiunta al premio promesso da chi lo aveva incaricato del furto, gli avrebbe garantito un piccolo capitale. Proprio quello di cui aveva bisogno per riavviare la sua attività che quei lunghi mesi di assedio avevano mandato in rovina. Aveva quasi raggiunto la porta sud del campo, quando la sua attenzione fu attratta da un assembramento di persone da cui si levavano urla e risate sguaiate. Si avvicinò. In mezzo al gruppo che lo circondava, un uomo era accosciato su un rudimentale sedile di paglia. Le maniche di panno azzurro del suo mantello erano rivoltate fino alle spalle e rivelavano una preziosa fodera di pelliccia. Le braccia nude, abbandonate lungo i fianchi, pendevano inerti verso il terreno e gocciolavano sangue. Le mani, mozzate all’altezza dei polsi, giacevano ai suoi piedi. Il volto dell’uomo era grigio e gli occhi atterriti correvano dall’uno all’altro dei suoi aguzzini: la mandibola, rilasciata come quella di un cadavere, gli spalancava la bocca in una smorfia ebete. “E adesso Taddeo? Come farai a scrivere ancora i documenti del tuo padrone senza mani?” Le parole beffarde uscite dalla bocca del popolano che le aveva pronunciate furono seguite da altre risate e da una pioggia di sputi. Il prigioniero si accasciò e svenne. “Oh, gente, non sarà mica già morto, eh?!” chiese preoccupata una voce femminile. “Ma no, non vedi che respira?” rispose qualcuno al suo fianco “Piuttosto, portiamolo subito in città: lo devono vedere tutti, prima che crepi!” Dopo averlo infagottato nel suo mantello, lo caricarono su una carretta: una donna raccolse da terra le mani mozzate e le gettò sopra il corpo. Poi, mentre l’uomo più robusto del gruppo spingeva la carriola, tutti insieme si avviarono verso l’uscita del campo. L’armaiolo li seguì. Un ghigno compiaciuto gli stirava le labbra. Quando, il giorno prima, si era deciso di tentare l’assalto all’accampamento che Federico aveva pomposamente chiamato ‘Vittoria’, nessuno a Parma avrebbe potuto contare su un esito migliore: decine di soldati uccisi, un gran numero di prigionieri e perfino la cattura di Taddeo da Sessa, uno dei più influenti consiglieri dell’imperatore. E per lui, poi, quel bottino insperato che lo avrebbe finalmente arricchito… All’improvviso, un coro rabbioso di ruggiti riempì l’aria. Si voltò. Qualcuno aveva dato fuoco alla paglia che ricopriva il terreno del serraglio e le fiamme cominciavano a levarsi talmente alte da poter essere viste anche da lontano. Considerando che nemmeno quelle inutili fiere si sarebbero salvate, affrettò il passo verso il fossato che divideva l’area del campo dalle mura della città. Parma. Un unico doppiere era posato al centro del tavolo. Alla luce delle due candele, gli arabeschi dorati dipinti sulla pergamena brillavano: Guidotto dal Canale li sfiorò con i polpastrelli e quel contatto scabro gli procurò un brivido lungo il dorso. Si alzò, richiuse il libro fermandone le pagine con le fettucce di lino che pendevano dalla legatura e, con grande cautela, lo ripose nella sacca di cuoio. Mentre si avvicinava al forziere dove lo avrebbe nascosto, cominciò a riflettere sul viaggio che lo attendeva. Sarebbe partito per Milano dove suo cugino Ghiberto aveva le conoscenze giuste per consigliarlo sulla vendita di quelle pergamene. Non essendosi mai mosso dalla città, lo avrebbe sicuramente aiutato a scegliere la persona più adatta a cui proporle in acquisto, mentre lui, bloccato da oltre un anno lì a Parma da quel maledetto assedio, avrebbe rischiato di compiere errori di valutazione. L’aver mancato per così lungo tempo la piazza di Milano non gli avrebbe consentito di soppesare con la dovuta prudenza gli effetti prodotti nella sua abituale clientela dai recenti mutamenti avvenuti nella gestione del comune. Sapeva che molti aristocratici, cacciati dalla città, si erano rifugiati nelle loro proprietà del contado e che altri, accusati di parteggiare per l’imperatore, erano stati addirittura uccisi. Si diceva anche che alcune famiglie, da sempre ghibelline, per puro calcolo politico avessero preferito schierarsi con la fazione opposta. Cosa ne sapeva lui di chi aveva cambiato bandiera? E se avesse incautamente proposto il manoscritto di Federico proprio a nobili guelfi? Con ogni probabilità, nel giro di poche ore si sarebbe ritrovato a pendere da una forca issata sul carro nella pubblica piazza… No, doveva farsi guidare da Ghiberto, non c’era dubbio Lo avrebbe lautamente ricompensato per i suoi servigi, dandogli un quinto della somma ottenuta dal compratore. Il denaro con cui aveva pagato l’armaiolo non era nulla a confronto di quello che si aspettava di ricavare dalla vendita del manoscritto. Sebbene quel bifolco ignorante, più che soddisfatto del sacchetto di monete che aveva ricevuto, avesse promesso di mantenere il silenzio sulla faccenda del furto, lui pensava che fosse meglio affrettare la partenza. L’eccitazione che percorreva la città dopo il saccheggio dell’accampamento non avrebbe garantito alcuna discrezione. I cittadini, che erano riusciti a rubare perfino la corona imperiale e l’avevano portata in cattedrale come un trofeo, non facevano altro che bere e gozzovigliare nelle locande. E se dopo una bevuta di troppo l’armaiolo avesse raccontato in giro di aver rubato il libro dell’imperatore e di averlo consegnato proprio a lui? Stava perdendo tempo, non era il momento di rimuginare. In fretta, ripose la sacca di cuoio nel forziere, lo richiuse e mise la chiave nella scarsella che teneva appesa in vita. Sarebbe partito all’alba dell’indomani.
