LA PICCOLO BORGHESE
Racconto inedito pubblicato su "Satisfiction" (Dicembre 2011)Scarica il Racconto in formato PDF


La macchina è avvolta dalla nebbia. Sopra la strada deserta, il lampione sembra ondeggiare. Una fata morgana sbucata nella notte. Lui si accende un’altra Gauloise, tira una grande boccata e socchiude gli occhi. Il fumo denso si mescola all’odore stantio di mozziconi mai buttati. Mi manca il respiro. Afferro la manovella del finestrino: le dita scivolano su una superficie unticcia. Il vetro scende solo di un paio di centimetri e si blocca. Strofino la mano sulla gonna, per ripulirla. Lui si volta. Il suo sguardo è duro. “Sai qual è il problema? Il problema è che tu sei solo una piccolo- borghese.” Tira un’altra boccata e sogghigna. “Ma cosa credi, che basti abbracciare le tesi situazioniste, organizzare un collettivo, andare in manifestazione e magari sputare addosso ai poliziotti che ti caricano, per definirsi rivoluzionari? Eh già, lei fa tutte queste cose e si sente emancipata, libera, oppositiva. Poi, però, quando si tratta di metterla sul piano pratico tutta questa emancipazione, eccola lì la contestatrice! Ah, ma sei sposato… Sì, sono sposato, e allora? Mai sentito di uno sposato che non sopporta più la moglie? E che magari si innamora di un’altra, carina, dolce, apparentemente dotata di intelligenza acuta e che per di più condivide le tue idee?” Spegne la sigaretta nel portacenere stracolmo. L’aria è irrespirabile. Si passa una mano fra i capelli lunghi e arruffati. Appoggia l’altra al volante. Alza gli occhi sul lampione: la luce è sempre più fioca. “Ma poi, cosa cazzo vuol dire innamorarsi? E’ un predicato verbale arcaico, improponibile oggi, giusto adatto a quei parassiti che infestavano le corti medievali e che grazie ai loro versi sdolcinati si scopavano le castellane! No, no, l’amore non esiste, cara mia, è solo sesso quello che fa andare avanti il mondo, altro che storie!” Estrae di nuovo il pacchetto di Gauloises, poi cambia idea e lo rimette in tasca. “Prendiamo te, per esempio. Sei un tipo interessante, hai un culo ben fatto, la faccia maliziosa, una bella voce e quindi, a me, che sono un maschio giovane e dotato di comprensibili pulsioni sessuali, viene voglia di scoparti. Normale, no? Anche se sei vergine. Sì, perché sono sicuro che non ci hai ancora provato, basta vedere la faccia spaventata che hai adesso. Ma di cosa hai paura, si può sapere? Dovresti apprezzarmi per la mia onestà, invece. Io sono qui che ti spiego, che cerco di farti crescere e tu sei lì a tremare…” Allunga una mano, la posa sulla mia coscia e stringe. “Sai, io sono un bel po’ più grande di te e le donne le conosco bene: tu hai una voglia matta di fare del sesso, ma non osi, non ti lasci andare. E se lo vengono a sapere i miei?, pensi… Ma non capisci, benedetta ragazza, che la prima istituzione da abbattere, da picconare con tutte le forze è proprio la famiglia? Ma chi credi di poter combattere, se prima non hai eliminato dal tuo orizzonte l’organismo più repressivo che esista? Ma sei cieca? Non hai visto che in giro tira un’altra aria? La tua amica, quella bionda coi capelli lunghi e le tette grosse, quella Marica o come cazzo si chiama… Non lo sai che quella si è fatta tutto il collettivo durante l’occupazione dell’anno scorso? E guardala lì, sempre contenta, allegra, pronta a scherzare: dovresti imparare da lei, altro che stare qui con questa faccia da martire…” Trae un lungo sospiro, ritira la mano e si fruga in tasca alla ricerca delle Gauloises. Ne accende un’altra. Socchiude gli occhi ed espira il fumo con forza. “Sei solo una donnetta borghese, perdio! E io, fesso, che mi vado a invischiare con una santarellina del genere. Del resto, è colpa mia: cosa mi aspettavo da una come te, minigonna, tacchi alti, truccata, mai un capello fuori posto? Il tipico esemplare di ‘so che ti piacerebbe, ma non te la dò’. Prima provochi, poi fuggi.” Scuote la testa e torna a fissare il lampione. “Ma io lo so cos’è che non ti piace in me, sono le mie infrastrutture di uomo: sono trasandato nel vestire, ho la macchina vecchia, in una parola non sono rassicurante sul piano sociale. E tu pensi, se proprio devo darla via, è meglio darla a un figlio di papà, che so, al rampollo di un avvocato, di un commercialista, piuttosto che a un assistente universitario. Il fatto che io sia un intellettuale non ti intriga neanche un po’. E io che pensavo di aver catturato il tuo interesse, la tua voglia di conoscere altri mondi… Ma non capisci, che sotto questa maschera di studioso si nasconde un uomo in cerca di un affetto vero?” Mi guarda, in attesa di una replica. Che non arriva. Sospira di nuovo. “Non so perché, ma mi capita sempre così: gli altri ascoltano le mie dissertazioni, apprezzano le mie ricerche, ne fanno oggetto di studio, mi vivono come un oggetto culturale. E basta, finita lì. E io sono sempre più solo.” Stringe la mano a pugno, la sbatte sul volante e scatta all’indietro in un gesto di ribellione. “Ma non capiscono un cazzo, nessuno capisce un cazzo, per la miseria! Io ho bisogno di essere libero, di respirare a grandi boccate la libertà che questa società repressiva ci toglie giorno dopo giorno. Perché questa è una società borghese, dove ognuno lavora per il capitale, e accumula e accumula, senza pensare, senza fermarsi a capire le esigenze degli altri. Calvinista, ecco cos’è, una società calvinista, e tu ne fai parte, cara mia, e in pieno! Tu che pensi di conservare il tesoro che hai in mezzo alle gambe per offrirlo al candidato più consono alla tua futura ascesa sociale…” Si gira. “Be’, adesso cosa fai, piangi? Piantala, non sopporto le donne che piangono! Troppo comodo piangere. Cosa pensi, di zittirmi con due lacrimucce? Eh no, cara, con me non funziona: ti ho detto solo la verità, ho tirato fuori una realtà che dovresti già conoscere da un pezzo se non fossi così piccolo-borghese. Bisogna essere chiari, lo ritengo importante, o il nostro inconscio lavora contro di noi. Da cosa credi che vengano quelle lacrime, se non dai tuoi stupidi complessi di colpa? Vedi, se tu adesso approfittassi di questa occasione di crescita che ti offro, tutti i tuoi problemi, le tue paure scomparirebbero e diventeresti finalmente una donna consapevole, sicura di te stessa…” Afferro la borsetta e cerco di aprire la portiera: resta chiusa. Tasto lungo il bordo del finestrino finché trovo il perno di sblocco. Lo sollevo: è duro, e mi rompo un’unghia. Lui si allunga verso di me, una mano che mi cinge la vita, l’altra che si insinua sotto la gonna. “Ma cosa fai, vai via? Ma non abbiamo ancora finito di parlare… Non vorrai mica lasciarmi qui senza nemmeno un bacio, vero?” I suoi capelli ondeggiano e mi sfiorano la faccia, le sue labbra cercano le mie. Mi ritraggo di scatto e scendo in fretta e furia. “Be’, sai cosa ti dico?” mi grida dietro rabbioso, “Che sei una grandissima stronza! E non pensare di farti rivedere in istituto quando ci sono io, hai capito?” Sbatte la portiera, e la sua voce stridula si perde in una sgommata assordante che riempie il silenzio della strada. Se n’è andato. Apro il portone e vedo la luce del lampione riflettersi in una pozza d’acqua. Sta piovendo e non me n’ero nemmeno accorta. Valeria Montaldi
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Satisfiction

LA BAMBINA CON LA VALIGIA
Racconto inedito pubblicato su "Avvenire" (11 Agosto 2011)Scarica il Racconto in formato PDF


Milano, giugno 1953.


Ecco, la valigia è pronta, resta solo da chiuderla. Speriamo che la nonna non senta lo schiocco dei ganci, sono proprio duri. Ma no che non mi sente, è di là nel lavatoio a sciacquare le lenzuola e la porta è chiusa. E poi se viene qui, le dico che sto giocando un po’ con la sua valigia. Ecco fatto, i ganci sono chiusi. E adesso, apriamo la porta, speriamo che non cigoli. No, non ha fatto rumore, neanche a richiuderla, meno male. Certo che non mi ero mai accorta che le scale avessero così tanti gradini! E la valigia pesa. Forse era meglio se prendevo la borsa che usa la nonna quando va al mercato, ma non era la stessa cosa: i viaggi veri si fanno con le valigie, mica con la sporta della spesa. Fa niente, cominciamo a scendere. Sulle scale non c’è nessuno, si sente solo la radio della signora del primo piano, quella che ascolta sempre la canzone della colomba che scappa e delle rose che pungono. E la portinaia? Speriamo che sia in cortile invece che in guardiola. Mi è proprio antipatica: ogni volta che passo, mi ferma e mi mette una manona appiccicaticcia sui capelli. «Ma guarda che bella bambina! Ma è anche ubbidiente questa bambina, signora?». E la nonna che le dice di sì, che le sorride tutta soddisfatta e che mi sistema i nastrini ai lati della frangia. No, no, devo stare attenta, non devo proprio farmi vedere dalla portinaia. Ma quanto pesa questa valigia! Eppure ci ho messo dentro poca roba, un pezzo di sapone da bucato, il fazzoletto grande del nonno, un paio di mutande, delle calzette e la bambola Carlina. È colpa della bambola, lo so, ma non potevo mica lasciarla a casa! La testa e le braccia pesano così tanto perché sono fatte di quella roba che chiamano porcellana. Chissà poi chi le ha dato quel nome strano: che quella roba lì la prendano dai porcelli morti? Mah, non so, comunque è proprio bella la Carlina. Me l’ha regalata la mamma l’anno scorso, quando ero ancora troppo piccola per tenerla in braccio: all’inizio, mi faceva anche un po’ paura, con quella testa così grossa che mi ciondolava sempre addosso e quegli occhi azzurri che continuavano a chiudersi ogni volta che la spostavo. Dopo, però, è diventata la mia amica del cuore e adesso le parlo, le racconto le mie storie e ci dormo insieme, anche se ogni tanto mi sveglia con quelle sue braccia dure come il legno, che mi schiacciano la pancia. Ecco, tre pianerottoli sono passati: fin qui tutto bene, a parte il gatto. Cosa ci fai lì, micino, perché non torni dalla tua padrona? Il pianerottolo è stretto e la valigia è grossa, magari ti viene contro e ti fai male! Oh, finalmente, si è spostato, è schizzato via come un fulmine! Ecco, da qui si vede la guardiola. È vuota. Corro. La valigia sbatte sull’ultimo gradino e fa un baccano d’inferno. Il cuore mi batte come un tamburo. Meglio far presto. Attraverso l’androne ed esco in strada. E adesso dove vado? Di qua c’è il chiosco dei fiori, mentre di là ci sono il negozio del pane e quello che vende la carne. La fioraia è un’altra che non mi piace. Quelle poche volte che la nonna si ferma a comprare un mazzolino, comincia a raccontarle vita morte e miracoli della nostra via. E che la figlia del Ferrari si è appena sposata con un terrone, come lo chiama lei, e che se fosse stata figlia sua l’avrebbe rinchiusa in casa piuttosto che maritarla a uno così. Che la strada è piena di cacche di cavallo e che i cani fanno pipì sulle stanghe del suo chiosco e che bisognerebbe ammazzarli tutti i cani… È proprio cattiva la fioraia, meglio starle lontano. Ecco, se cammino vicino al muro, non mi vedrà nessuno. L’importante è arrivare dalla mamma prima che esca dall’ufficio. Non vedo l’ora, così vado a vedere un’altra volta com’è fatta la sua macchina da scrivere: è una specie di grosso scatolone di ferro pieno di bottoni rotondi che lei deve schiacciare forte. La cosa strana è che dal sopra spunta un foglio bianco pieno di segni neri: quando ha finito di schiacciare i bottoni, la mamma tira fuori il foglio dalla macchina e lo porta al signore con i baffi che sta dietro al banco in fondo all’ufficio. Chissà se anche oggi è vestita con la gonna che le ha cucito la nonna e la camicetta con i buchini che mi piace tanto? Basta pensare alla mamma, devo trovare la casa dove c’è il suo ufficio. Ecco, là avanti c’è la via dove passano i tram e se seguo le rotaie ci arrivo. Qui c’è il negozio della carne. Che impressione tutti quei pezzi appesi ai ganci! Ma cos’ha messo in vetrina il macellaio, una testa intera di mucca? E ha le ciglia lunghe sugli occhi chiusi, e la lingua che sporge dai denti! Ma cosa gli è venuto in mente a quello lì? Oddio, mi ha visto, e anche la cassiera! Stanno uscendo tutti e due… «Guarda, la tosa della sciura Molteni! E con una valigia più grande di lei! Ma cosa ci fai qui? Dov’è la tua nonna? Non sarai mica da sola! Ma lo sai che potevi perderti? Vai, Margherita, va’ a casa ad avvisare quella benedetta donna: ma dove ha la testa, dico io, roba de matt…!». Il macellaio è tutto rosso come il sangue che ha sul grembiule. È arrabbiatissimo. E se adesso mi stacca la testa come ha fatto con la mucca? Magari è meglio se gli rispondo. «Voglio andare dalla mamma… Io lo so dov’è il suo ufficio, e ci vado con la valigia, così dopo mi porta a casa sua, hai capito?». Gli occhi del macellaio si allargano e adesso spalanca anche la bocca: sembra l’orco della favola del fagiolo che mi racconta la nonna. Adesso ho proprio paura e mi viene da piangere. «Piangi, piangi… vedrai cosa ti farà la nonna quando arriva! Se fossi mia nipote, ti ammazzerei di botte, altro che storie! Ma come ha fatto quella vecchia rimbambita a non accorgersi che una bambina di quattro anni scappa di casa con una valigia, dico io!». Mi siedo sul gradino. Fra poco arriverà la nonna e me le darà di santa ragione, sono sicura. Alzo la testa. Eccola. Arriva di corsa. Lei che fa fatica anche a salire le scale, com’è che riesce a correre così tanto? Piange anche lei. Si accuccia lì davanti, ansima. Le sue mani ruvide mi afferrano la testa e se la premono contro: odore di sudore, di sapone. «Ma cosa hai fatto, nani, cosa hai fatto? Cosa hai fatto, ratin? Oh, santa vergine, povera me…». Allora non mi picchia, allora mi ha già perdonato! Adesso, però, smetti di piangere, nonna, il petto ti si scuote tutto, e io non respiro. «Nonna, ti prometto che non lo faccio più…». La nonna mi guarda. Tace e tira su col naso. Si rialza, mi prende per mano e si avvia. «La valigia! È rimasta lì la valigia con la Carlina, nonna!». Senza lasciarmi la mano, la nonna si volta, allunga il braccio e raccoglie la valigia. Il macellaio e la cassiera ci guardano esterrefatti. Torniamo a casa.
... continua ...
Avvenire

IL MEDAGLIONE
Da: EROS E THANATOS - Antologia Supergiallo Mondadori (novembre 2010)Scarica il Racconto in formato PDF


Milano, agosto 1283. Monastero di Sant'Apollinare


Il preposito tacque. L'eco della sua voce vibrò ancora per qualche istante fra le navate e poi fu silenzio. Sollevato il turibolo da terra, il sacerdote cominciò ad agitarlo davanti a sé, avvicinandosi alla bara aperta: l'odore pungente dell'incenso coprì il lezzo di cadavere che impregnava l'aria soffocante della cappella. Alla luce tremula dei quattro ceri che circondavano il feretro, il viso della badessa appariva verdognolo e le labbra livide, ritratte contro i denti, formavano una sorta di fessura nerastra che andava a perdersi nella carne enfiata delle guance. Il preposito compì tre giri intorno al catafalco, mormorò sottovoce altre preghiere e poi tornò all'altare: depose il turibolo e, forzandosi a non affrettare il passo, si avviò verso la sagrestia. Entrò, richiuse la porta dietro di sé e si lasciò ricadere pesantemente sullo scanno che affiancava il tavolo. Spalancò la bocca e trasse qualche respiro profondo: quel fetore rivoltante gli aveva impregnato la gola, la pelle, la veste, perfino i capelli. Respirò ancora, ma il puzzo non se ne andava. Disgustato, si alzò, si spogliò dei paramenti sacri e si gettò sulle spalle il piviale, richiudendone le falde con la fibbia d'argento. Sarebbe tornato subito nei suoi appartamenti a palazzo e lì si sarebbe fatto portare una tinozza in cui prendere un bagno. Non era certo il primo funerale che officiava, ma non gli era mai capitato che il cadavere emanasse un odore tanto rivoltante. Pensò a quelle povere consorelle che avrebbero dovuto restare lì a vegliare fino all'alba dell'indomani, quando la badessa sarebbe stata seppellita: quante di loro si sarebbero sentite male in quell'aria viziata dai miasmi della morte? Non poche, sospettava. In ogni caso, lui aveva fatto il suo dovere: come rappresentante della chiesa metropolita milanese aveva celebrato il rito funebre per la badessa e, poiché dell'interramento si sarebbe occupato il vecchio prete confessore delle monache, per un pezzo non avrebbe più dovuto tornare al monastero. Uscì. Lì, davanti alla porta della sagrestia, il suo servo teneva per le redini il piccolo baio che lo avrebbe riportato al palazzo arcivescovile. Montò in fretta e partì: il servo lo seguì a dorso di mulo.



°°°



Novembre Seduta al tavolino, Beatrice fissava assorta la propria mano che impugnava la penna d'oca: la fiamma della candela illuminava la pergamena intonsa stesa sul tavolo. Lucia, la consorella che divideva la cella con lei, dormiva da un pezzo. Per evitarle un risveglio quanto mai inopportuno, Beatrice aveva provveduto ad aggiungere un infuso di radice di valeriana al boccale di latte e miele che la vecchia monaca era solita bere prima di coricarsi. Non poteva certo correre il rischio che si svegliasse mentre lei stava ancora scrivendo. Rilesse le prime righe.

"Io, Beatrice Grasselli, monaca del monastero di Sant'Apollinare in Milano, rendo una confessione. Chiunque leggerà questa lettera sappia che, nel pieno possesso delle mie facoltà di coscienza, dichiaro di essere colpevole dell'assassinio della nostra amata badessa, magistra Bianca Mandelli. L'assassinio in questione è stato da me perpetrato il giorno 3 agosto dell'anno 1283. Qui di seguito, non a mia discolpa ma per far comprendere i motivi che mi hanno indotto a compiere un atto tanto scellerato, spiegherò la concatenazione dei fatti. Sono nata a Milano e i miei genitori svolgevano il mestiere di sarti."

Aveva solo dieci anni quando avevano deciso di farla entrare in convento. Aveva tentato di ribellarsi: aveva pianto, aveva gridato, aveva supplicato, ma i genitori erano stati irremovibili. Avevano spiegato che il lavoro cominciava a scarseggiare, perché artigiani più giovani e intraprendenti stavano cominciando a occupare la piazza: le scarse commesse che rimanevano alla loro bottega non sarebbero certo bastate a garantire un futuro adeguato. Non potendole fornire una dote che le permettesse di trovare marito, per lei l'unica soluzione dignitosa sarebbe stata quella del convento. Le avevano detto che Bianca Mandelli, la badessa di Sant'Apollinare, era disponibile ad accoglierla come novizia. Quando ne aveva sentito pronunciare il nome, Beatrice aveva capito subito che ormai il suo destino era segnato: da qualche anno la badessa commissionava vesti e arredi sacri ai suoi genitori e il monastero era rimasto ormai l'unico cliente della bottega. Se anche quelle rare ordinazioni fossero cessate, sua madre e suo padre avrebbero fatto la fame. Sapeva di non potersi opporre in alcun modo a una decisione già presa: aveva passato molte notti a piangere nel buio della stanza sopra la bottega, poi, a poco a poco, si era rassegnata e aveva atteso il giorno in cui sarebbe entrata in convento. Aveva undici anni appena fatti quando era accaduto. Ricordava ancora il primo incontro con la badessa: con occhi pungenti, l'aveva ammonita a non deludere le sue aspettative. 'Mettiti bene in testa' le aveva detto, 'che dovrai obbedirmi, sempre e comunque: ogni insubordinazione da parte tua sarà seguita da castighi più duri di quanto tu possa immaginare.' E così era stato. A ogni mancanza involontaria, era stata punita severamente: era stata segregata per giorni e aveva patito fame e sete. Quei castighi, intesi a spegnere la sua naturale vivacità infantile, avevano lasciato il segno, facendole capire fin troppo in fretta cosa ci si attendesse da lei. Più avanti, come a verificare la sua completa sottomissione alle dure regole del noviziato, le erano state affidate le mansioni più umili e ripugnanti. Come l'ultima delle serve, raccoglieva i pitali, andava a svuotarli nel canale che scorreva dietro al monastero, li ripuliva e li riportava nelle celle. Ogni sera, dopo compieta, veniva convocata alla presenza della badessa che le chiedeva conto delle sue azioni. All'inizio quegli incontri quotidiani la terrorizzavano poi, a poco a poco, aveva imparato a non temerli, anche se non capiva perché fosse l'unica fra le novizie a dover subire quell'interrogatorio odioso. Alla fine l'aveva accettato come una consuetudine, molesta ma sopportabile. Tutto questo era durato lo spazio di due stagioni. Poi, una sera di tarda estate, la badessa le aveva comunicato che di lì a un mese un precettore si sarebbe recato al monastero per dare l'avvio alla sua istruzione: una volta imparato a leggere e scrivere, avrebbe iniziato a studiare le arti della grammatica. Il sollievo che l'aveva invasa alla prospettiva di non dover più svolgere quei compiti umilianti aveva cancellato qualunque domanda: non era comune che una semplice novizia potesse accedere alle arti liberali, ma lei non si era interrogata sui motivi di quella decisione. In uno slancio di gratitudine, si era inginocchiata davanti alla badessa e le aveva baciato le mani. Bianca non aveva reagito. Il precettore si era rivelato un insegnante esigente, ma le lunghe ore di studio non le pesavano: lo stupore di scoprire che quei ghirigori neri tracciati sulle pergamene corrispondevano alle parole che lei stessa avrebbe potuto pronunciare avevano stimolato dapprima la sua curiosità, poi il suo entusiasmo. Nel giro di tre anni, era stata in grado di padroneggiare il latino e di conoscere il pensiero dei Padri della Chiesa. Soddisfatta dai suoi progressi nell'apprendimento, la badessa si era a poco a poco addolcita. Non la obbligava più ad alcuna mansione che non fosse quella dello studio e le si rivolgeva con un certo rispetto. Confortata dal suo nuovo atteggiamento, a poco a poco Beatrice aveva cominciato a provare un timido affetto verso di lei: attenta a non contrariarla, cercava di compiacerla in ogni modo. Le altre novizie, risentite per il suo rapporto privilegiato con magistra Bianca, l'avevano isolata, costringendola alla solitudine. Gli ammiccamenti maligni che accompagnavano i loro incontri nel chiostro o in cappella la dicevano lunga su quanta dovesse essere l'invidia che nutrivano verso di lei. All'inizio ne aveva sofferto, poi ci aveva fatto l'abitudine.

"Mi dispiaceva non poter condividere con quelle giovani della mia stessa età né un pettegolezzo né uno sfogo, ma non avevo scelta. Forse è stato quell'isolamento forzato a stordirmi: in ogni istante libero dallo studio, i miei pensieri correvano alla badessa e la mia mente fantasticava confusa su di lei. Non mi spaventava più, ma ero turbata da un sentimento nuovo e incomprensibile: sentivo che Bianca mi aveva rubato l'anima. Ogni volta che le stavo vicino, era come se i miei sensi invocassero una carezza da lei: non l'ho mai ricevuta, ma questo non mi ha impedito di continuare a desiderarla, fiduciosa e trepidante. Solo ora capisco quale abisso di nefandezza mi avesse inghiottita: la amavo, con lo stesso trasporto di un innamorato. Potrà mai Dio perdonarmi per questo?"

Aveva concluso gli studi e aveva preso i voti. Qualche mese dopo, le era stata affidata la funzione di scrivano: la badessa aveva comunicato in capitolo che, considerata l'abilità della nuova consorella nelle arti della scrittura, da quel giorno sarebbe stata lei a redigere documenti e dispacci, sostituendo il vecchio amanuense che fino ad allora aveva svolto quel compito per il monastero. Le aveva spiegato che avrebbe dovuto stilare le intimazioni di pagamento ai fittavoli, rispondere alle missive inviate dalle gerarchie ecclesiastiche milanesi e tenere ogni tipo di contatto scritto con il mondo esterno. Beatrice aveva accolto con gioia quella decisione, sicura che quel nuovo incarico fosse la tacita dimostrazione di un sentimento ricambiato. Per i successivi tre anni, esaltata dai costanti contatti con Bianca, aveva vissuto in una sorta di euforia. Anche le giovani consorelle, che da novizie l'avevano emarginata, ora le si dimostravano devote, cercando spesso il suo consiglio e il suo appoggio. Pur sapendo che quel nuovo, riguardoso atteggiamento era dettato dalla sua familiarità con la badessa, utile solo a soddisfare le loro richieste, le aveva sempre aiutate. Tutto era continuato così fino a sei mesi prima, quando una serva del monastero, incaricata della spesa settimanale al mercato, l'aveva presa da parte di nascosto e le aveva detto che qualcuno le aveva affidato un'ambasciata. Sembrava che Angelina Grasselli, sua madre, fosse in punto di morte e che avesse espresso il desiderio di incontrarla ancora una volta prima di esalare l'ultimo fiato. Angelina si era raccomandata che nessuno, nemmeno la badessa, fosse messo al corrente del messaggio. L'ultima visita di sua madre al monastero risaliva a un anno prima e Beatrice ricordava ancora il disagio provato nell'assistere al comportamento sgarbato che la badessa aveva tenuto nei suoi confronti. Bianca aveva accennato un saluto scostante e si era subito allontanata. Temendo che fosse stato proprio quell'atteggiamento ruvido a indurre Angelina a voler mantenere segreto il loro incontro, aveva deciso di obbedire subito alla sua richiesta. Con un pretesto, era uscita dal monastero e aveva raggiunto la bottega. Suo padre, chino sul banco da cucito, aveva alzato gli occhi e l'aveva guardata fisso. Poi, senza parlare, l'aveva preceduta lungo la scala che portava alla stanza superiore. Aveva richiuso la porta dietro di lei e se n'era andato. Lì, con il corpo smagrito affondato in un pagliericcio che aveva visto tempi migliori, sua madre aveva spalancato gli occhi e aveva allungato una mano, facendole cenno di avvicinarsi. Beatrice si era seduta su uno sgabello traballante sistemato accanto al giaciglio e si era guardata intorno. Tutto lì dentro denunciava una povertà di cui, da bambina, non si era mai accorta: la coperta di lana tarmata, la paglia che spuntava dagli strappi del saccone, lo stipo tarlato, le assi delle pareti incurvate dall'umidità e mai sostituite. Aveva posato la mano su quella di sua madre: era gelata e le vene bluastre che ne percorrevano il dorso si confondevano con la sporgenza della ossa. Angelina aveva intrecciato le dita alle sue e, senza darle il tempo di chiedere, aveva cominciato a parlare: la sua voce era solo un sussurro. Beatrice si era chinata in avanti per poter sentire.

".Mi raccontò tutto. Mi disse che non era lei ad avermi partorito, che era stata costretta a fingere la maternità e che, in realtà, io ero figlia di Bianca Mandelli, la badessa di Sant'Apollinare.."

Beatrice aveva spalancato gli occhi e, insieme con il respiro, dalla sua gola era uscito un lamento stridulo come un guaito. Sua madre, persa nello sforzo di parlare, non se n'era nemmeno accorta e aveva continuato a spiegare. 'Vent'anni fa' aveva ansimato, 'i Mandelli erano una delle famiglie più influenti di Milano e non hanno certo accolto bene la notizia di una figlia nubile, messa incinta dal primo venuto. Bianca aveva poco più di diciott'anni e aveva perso la testa per un giovane armigero squattrinato: la loro storia andava avanti da un po' e sembra che lui volesse prenderla in sposa. Naturalmente i Mandelli hanno rifiutato. Non so che fine ha fatto il ragazzo, so solo che Bianca è stata rinchiusa in un monastero del contado e che lì, in segreto, ha aspettato di sgravarsi. Ma tutte queste cose le abbiamo sapute dopo. Poco prima che tu nascessi, io e tuo padre siamo stati convocati a palazzo Mandelli: sai, da anni cucivamo e ricamavamo le vesti di Costanza, la madre di Bianca, e lei ci conosceva tanto bene da sapere che non eravamo mai riusciti a generare figli.' All'improvviso aveva taciuto e aveva cominciato a piangere. Beatrice respirava appena: rigida sullo sgabello, guardava il viso diafano di sua madre come se fosse stato quello di una sconosciuta. Il suono dei suoi singhiozzi le arrivava come da una grande distanza, ed era stato con un sussulto che l'aveva udita parlare ancora. 'Al sicuro nella sua stanza, lontano da orecchie indiscrete,' aveva continuato Angelina 'ci ha raccontato tutto di quella figliola scapestrata. Ci ha detto che se si fosse venuto a sapere che era rimasta incinta, lo scandalo sarebbe stato tanto grave da rovinare il buon nome della famiglia. Lei e suo marito, quindi, avevano deciso di mandarla in convento: lì avrebbe ricevuto l'istruzione che forse, un giorno, le avrebbe permesso di aspirare alla carica di badessa. Dopo averci fatto tutte queste confidenze, mi ha chiesto se ero disposta a fingere di essere io la madre del piccolo che stava per nascere. Sono rimasta talmente sbalordita, che devo aver perduto coscienza. Ricordo poco, solo che tuo padre mi ha fatto sedere sul panchetto e che Costanza mi ha versato del vino da una brocca e me lo ha fatto bere. Poi ci ha messo in mano due scarselle di monete. Erano pesanti, e noi, Dio ci perdoni, le abbiamo prese. Per un po', ho legato sotto la veste un sacco pieno di piume in modo da sembrare gravida e tutti hanno creduto a quella messinscena. Poi, dopo qualche mese, un servo dei Mandelli ti ha portato da noi: c'era una balia con lui e doveva essere stata ben pagata, perché ha mantenuto il segreto per sempre. Da quel giorno tu sei stata la figlia del sarto Giacomo Grasselli e di sua moglie Angelina.'

".Mi disse che per i dieci anni successivi, fino alla morte di Costanza e di suo marito, deceduti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altra, non avevano avuto più alcun contatto con i Mandelli. Poi, un giorno, erano stati chiamati al monastero di Sant'Apollinare, dove erano attesi dalla nuova badessa. Nonostante la veste monacale ne ombreggiasse il viso, mia madre l'aveva riconosciuta subito: era Bianca. Risoluta, la badessa aveva spiegato in fretta il motivo di quella convocazione: voleva che io entrassi in convento come novizia. Angelina, che a quel punto mi amava come se fossi davvero cresciuta nel suo ventre, aveva tentato di rifiutare, ma la badessa non aveva sentito ragioni. Aveva detto che io ero figlia sua e che solo a lei sarebbe spettato decidere del mio futuro."

'Voi', li aveva minacciati, 'siete già stati lautamente ricompensati per il vostro silenzio e, se non farete quello che vi chiedo, vi accuserò di furto: dirò che, invece di riceverlo dalle mani di mia madre, quel denaro lo avete rubato e che, solo per pietà nei vostri confronti, i miei genitori non vi hanno mai denunciato. Ormai sono morti e non potranno prendere le vostre difese: mio fratello, che dieci anni fa era solo un bambino, non sa nulla di tutta questa storia. Come vedete' aveva concluso 'non siete nella condizione di poter scegliere.' Giacomo e Angelina avevano dovuto obbedire. Avevano fatto passare la decisione del monastero come propria, cercando di convincere Beatrice della bontà di quella scelta. Entrare come novizia a Sant'Apollinare, avevano affermato, era un privilegio riservato a ben poche fanciulle della sua condizione: avrebbe dovuto essere grata alla badessa, tanto magnanima da accettarla come novizia senza nemmeno richiedere una dote.

"Quando sono uscita da quella stanza ero come ubriaca. Ho disceso la scala a tentoni nel buio e sono uscita di corsa dalla bottega: non so se mio padre fosse ancora lì, di certo io non l'ho cercato. Tornata al monastero, sono stata assalita dalla febbre: per due giorni interi sono rimasta nella mia cella, accudita da una monaca anziana. Il terzo giorno è venuta la badessa che mi ha aspramente rimproverato per la mia indolenza, dicendomi che il lavoro rimasto in sospeso a causa di quel mio stupido malessere doveva essere sbrigato subito e che quindi, prima dei vespri, mi attendeva nella sua abitazione. Naturalmente ho obbedito. Dall'indomani, la mia vita è ripresa come sempre. Mentre partecipavo alle funzioni, quando consumavo i pasti in refettorio, o mentre stilavo i documenti, cercavo di non pensare, e non mi era difficile. Ero come svuotata, le parole di Angelina vagavano senza significato nella mia mente: le negavo, convincendomi che il suo era stato il delirio di una moribonda in cerca di un'assoluzione impossibile per chissà quale altro peccato commesso. Mi dicevo che la badessa, quella donna che desideravo con la stessa intensità di un amante, non poteva essere mia madre. Di tanto in tanto, invece, mi sfiorava il dubbio che fosse un antico e sconosciuto richiamo del sangue a farmi provare un sentimento tanto acuto verso di lei, ma il solo pensiero mi lacerava le viscere e lo scacciavo subito. Una volta, una sola, sono stata tentata di chiederle, ma non l'ho fatto, me ne è mancato il coraggio. Forse perché temevo la sua ira di fronte alle mie domande, o, più probabilmente, perché mi terrorizzava la possibilità di una sua conferma alle parole di Angelina. La preghiera e la penitenza erano il mio unico conforto: di notte, nel buio della cella, pregavo la Santa Vergine affinché mi liberasse dal demone che mi aveva infestato e di giorno chiedevo spesso di essere esonerata dai pasti, giustificando i miei digiuni con l'osservanza a un voto fatto molto tempo prima. Ho continuato così per un paio di settimane e, a poco a poco, mi sono sentita più forte: credevo che le mie ossessioni mi avessero finalmente abbandonato. Ormai ero certa che Angelina mi avesse raccontato una storia assurda e, anche se non capivo il motivo di quella sequela di menzogne, avevo deciso di ignorarle. Ero anche riuscita a provare un certo distacco nei confronti della badessa che, non so perché, si dimostrava sempre più scostante: se da una parte la sua freddezza mi irritava, dall'altra mi aiutava a tenere a bada i miei impulsi più profondi. Un mese dopo, un mattino, Bianca mi ha convocato nella sua abitazione e mi ha informato della morte di Angelina. Non ha aggiunto altro, se non che avevo il permesso di partecipare al suo funerale che si sarebbe tenuto il giorno dopo nella cappella vicino alla bottega. E' stato in quel momento, lì a capo chino davanti a lei, che improvvisamente ho saputo che le parole di Angelina rispondevano a verità. Non so perché, ma è stato come se mi si fosse squarciato un velo nella mente: in un istante, tutte le effimere certezze costruite faticosamente nel corso di quel mese erano crollate come un cumulo di pietre male accatastate. Svuotata di emozioni e intorpidita nei sensi, ho atteso l'indomani: al funerale partecipavano pochissime persone e mio padre, distrutto dal dolore, mi ha salutato con ritrosia, come se avesse paura di me. Durante la funzione, i suoi occhi mi spiavano, guardinghi. Non mi ha detto nulla."

Quella notte non era riuscita a prendere sonno. I suoi pensieri erano fluiti senza difficoltà, stranamente ordinati. Cullata dal lieve russare della consorella che divideva la cella con lei, li aveva inanellati l'uno nell'altro, formando una catena della cui solidità non aveva più motivo di dubitare. Angelina non aveva mentito, ormai ne era certa. Che motivo avrebbe avuto per invischiarla in una storia tanto fosca se non fosse stata vera? Perché mai avrebbe dovuto rischiare le fiamme dell'Inferno con una menzogna tanto grave, sapendo che di lì a poco si sarebbe trovata ad affrontare il giudizio divino? E poi, senza un motivo apparente, si era ricordata del medaglione. Era un tondo d'argento e recava al centro la figura di un leone smaltato di rosso. A quanto sapeva, Angelina lo aveva sempre portato al collo, senza mai separarsene: a lei non era mai piaciuto e fin da bambina si era chiesta come fosse possibile che un'umile sarta possedesse un oggetto tanto prezioso. Il sospetto terribile di aver finalmente trovato la prova che le mancava le aveva tolto il fiato. A compieta, aveva finto un imbarazzo di stomaco e aveva detto alla sua compagna di cella che non avrebbe partecipato alla funzione. Appena le preghiere salmodiate dalle monache avevano cominciato a levarsi dalla cappella, era scivolata silenziosa nell'abitazione della badessa e, facendosi luce con la candela, aveva rovistato frenetica nel forziere dei suoi abiti finché non aveva trovato quello che cercava. Due fermagli d'argento, di misure diverse, entrambi rotondi, entrambi sbalzati con la figura di un leone rosso. Uno era appuntato su un minuscolo cuscino di seta, l'altro ornava la fibbia di una cintura. Per un momento troppo lungo, aveva fissato istupidita i due fregi, identici a quello che impreziosiva il medaglione di Angelina. Poi, in fretta, aveva rimesso tutto in ordine ed era tornata al proprio giaciglio. Il mattino seguente, accampando il pretesto della visita promessa da tempo a un malato ricoverato all'Ospedale del Brolo, era tornata alla bottega. Nel vederla, suo padre era impallidito e si era lasciato cadere sullo sgabello da lavoro.

"Forse era soltanto sorpreso, o forse aveva intuito la ragione della mia presenza lì. Mi sono seduta sul panchetto dei clienti e gli ho chiesto del medaglione: lui mi ha guardato in silenzio poi, con mani tremanti, lo ha estratto dalla tasca del farsetto e lo ha posato sul banco. 'Lo vuoi tenere tu ora?' ha mormorato. Ho annuito, l'ho afferrato e l'ho stretto in pugno. 'Lo prendo in prestito per un po' gli ho detto 'ma più avanti ve lo renderò.' Mio padre ha chinato la testa e si è messo a piangere. Non ho aspettato di vederlo smettere, me ne sono andata."

Tormentata dall'incertezza, aveva riflettuto per giorni prima di decidere cosa fare,. Ora dopo ora, sentiva l'odio crescere dentro di sé: lo assaporava come un nutrimento nuovo, amaro ma corroborante. Del sentimento che l'aveva legata a Bianca era scomparsa ogni traccia, decomposta dal veleno del rancore. Alla fine si era risolta a parlarle. Era riuscita a farlo un pomeriggio, dopo aver concluso la stesura di una lettera indirizzata al priore di un altro monastero. Mentre Bianca apponeva il proprio sigillo sulla pergamena, Beatrice le aveva chiesto di ascoltarla: aveva da sottoporle una questione personale. La badessa si era meravigliata, ma aveva acconsentito. Dimostrando una calma che non credeva di possedere, Beatrice le aveva raccontato della visita ad Angelina e della sua confessione. Alla fine, le aveva domandato ragione della sua chiamata in convento.

"Non ero niente per voi," aveva affermato, amara "niente di più che un'escrescenza germogliata nel vostro ventre. Perché dunque avete voluto togliermi all'affetto dei miei genitori, perché avete deciso di appropriarvi della mia vita? Non siete stata voi ad allevarmi, non avevate alcun diritto di riprendermi: mi avete buttata via come un cucciolo indesiderato. Perché lo avete fatto?"

Per un momento, Bianca era rimasta senza parole. Poi si era alzata e aveva fronteggiato Beatrice. 'E' una menzogna' aveva sibilato, 'tutta questa storia è un'enorme menzogna. Angelina deve essere impazzita, probabilmente il morbo che l'ha portata alla tomba le ha intaccato la mente oltre che il corpo, e mi sorprende che una giovane della tua sapienza possa dare credito ai deliri di una povera demente.' Beatrice non aveva replicato. In silenzio, aveva estratto il medaglione dalla tasca della veste e lo aveva bilanciato sulle dita. "Non è l'insegna della vostra famiglia, questa?" aveva detto. Tutto il sangue era defluito dal viso della badessa: i suoi occhi sbarrati non si staccavano dal monile. Con il respiro affannoso, si era lasciata ricadere sulla panca ed era rimasta immobile per qualche istante, poi si era ripresa. 'Cosa ne sai tu di me, piccola stupida arrogante?' aveva gridato, 'Tu che non hai mai dovuto nascondere i lividi delle percosse ricevute da tuo padre, che non sei mai stata costretta a sentirti dare della sgualdrina, che non hai mai provato un sentimento tanto intenso da toglierti il senno? Come puoi ergerti a giudice delle mie azioni, come puoi sapere se sono stata io a volermi separare dall'unica testimonianza di quel che restava di un amore? Lo amavo davvero quel ragazzo, sai, lo amavo con tutta me stessa, e ne ero riamata con devozione, con un rispetto che nessuno aveva mai avuto nei miei confronti. Appena hanno saputo che era il mio amante lo hanno mandato in battaglia. E' morto come un cane, trafitto dal dardo di una balestra. Non so nemmeno dove sia sepolto.' La voce si era spezzata all'improvviso e Bianca aveva cominciato a singhiozzare. Beatrice aveva soffocato subito l'impeto di pietà che stava per assalirla e aveva ripreso a parlare. 'Non avete risposto alla mia domanda.' aveva continuato, implacabile. 'Perché avete sentito il bisogno di riavermi con voi? Cosa vi ha spinto a costringere anche me nel clausum del convento? Sentivate la mia mancanza, o volevate solo vendicarvi di una libertà che era stata concessa a me e tolta per sempre a voi? Eravate invidiosa della mia vita, magistra?' La badessa l'aveva fissata e, per un attimo, il furore che aveva letto nel suo sguardo l'aveva spaventata. In silenzio aveva atteso altre parole, ma non erano arrivate. Bianca si era alzata, aveva preso le due pergamene arrotolate che giacevano sul tavolo e gliele aveva messe in mano. 'Vai a consegnarle alla monaca portinaia.' aveva ordinato, 'Devono partire prima dei vespri.' Non aveva aggiunto altro e l'aveva congedata. Nei giorni seguenti non le aveva più affidato alcuna incombenza e l'aveva evitata, facendo in modo di non trovarsi mai sola con lei. Una settimana dopo, in capitolo, le aveva comunicato che il suo impegno di scrivano poteva considerarsi concluso. 'Da domani' aveva annunciato alle altre monache, 'sorella Beatrice affiancherà sorella Laura nella spezieria del monastero. Sorella Laura è anziana e la sua vista non è più quella di una volta: è necessario che una di voi la aiuti a distinguere le erbe l'una dall'altra e impari a preparare pozioni e impiastri. Ho deciso che sarà sorella Beatrice a farlo.' Aveva concluso dicendo che a svolgere le funzioni di scrivano sarebbe tornato il vecchio amanuense. Beatrice aveva capito subito che si trattava di una punizione. Il monastero non aveva certo bisogno di un'altra monaca farmacista ed era sicura che, più che introdurla all'arte dell'erboristeria, sorella Laura l'avrebbe costretta a scorticarsi le mani nell'orto dei semplici, mettendo a dimora nuove piante ed estirpando erbacce. E così era stato. E tuttavia, quell'attività manuale, umiliante e faticosa, l'aveva liberata da dubbi e ossessioni. Senza l'attenzione da dedicare a dispacci e documenti, e, soprattutto, senza la presenza costante della badessa al proprio fianco, i suoi pensieri si erano fatti più fluidi. Dapprima larvata, poi sempre più chiara, una risoluzione era andata prendendo forma nella sua mente.

".Ho deciso di ucciderla. Dopo tutto il male che aveva fatto, a me e ai miei genitori, quella donna non meritava di vivere. Ho riflettuto a lungo su come portare a compimento l'omicidio e, alla fine, mi sono convinta che la soluzione fosse una sola, il veleno. Per mesi, di nascosto, ho cercato di apprendere quello che sorella Laura non aveva alcuna intenzione di insegnarmi: l'ho osservata mentre separava le erbe benefiche da quelle tossiche che metteva da parte, ben chiuse in uno stipo. Un po' alla volta, ho cercato di farmi benvolere da lei: senza che me lo chiedesse le prendevo l'acqua dal pozzo, le portavo i canestri più pesanti, la aiutavo a triturare nel mortaio semi e radici. All'inizio si è mostrata diffidente verso le mie gentilezze, ma poi si è ammorbidita: alla fine mi ha lasciato preparare pozioni e decotti, sostituendola quando era troppo stanca. Era quello che volevo. Ho imparato in fretta: avevo mano libera all'interno della spezieria e non mi ci è voluto molto per sapere dove fosse nascosta la chiave dello stipo."

L'aveva sottratta una notte, poco prima della funzione del mattutino, quando tutte le consorelle dormivano ancora. Al lume della candela, aveva scelto i due rimedi che le servivano: erano già pronti per l'uso, ridotti in polvere nei loro orci. Ne aveva raccolto una cucchiaiata e poi, frugando in fondo allo stipo, aveva trovato la piccola scatola di rame che conteneva la polvere bianca. Ne aveva versato un mucchietto in un cencio e, insieme con le erbe, aveva messo tutto in tasca. Poi la notte successiva, mentre sorella Lucia dormiva, aveva mischiato le tre polveri e le aveva chiuse in una boccetta di stagno. L'aveva nascosta sotto il saccone e aveva aspettato.

".L'occasione propizia è arrivata verso la fine del mese di luglio. Al monastero si era diffusa una strana febbre che procurava vomito, diarrea e spossatezza. Le prime ad ammalarsi erano state le serve, poi sono seguite le novizie e infine le monache. Anche la badessa è caduta preda del morbo: sorella Laura l'ha assistita con dedizione fino a quando lei stessa è stata assalita da una febbre violentissima che l'ha costretta a letto per giorni e giorni. Anche Bianca continuava a star male e, sapendo che nessuna delle altre consorelle avrebbe saputo dove cercare le erbe curative, mi ha ordinato di sostituire sorella Laura nella preparazione delle pozioni. Mi ha dato istruzioni sui rimedi da scegliere, sulle dosi da impiegare e sugli orari più adatti di somministrazione: naturalmente ne sapevo più di lei, ma ho finto di essere all'oscuro di tutto."

Aveva miscelato con cura gli ingredienti nel boccale. Alle erbe curative aveva aggiunto il contenuto della boccettina di stagno, versandolo fino all'ultimo granello di polvere. Il decotto avrebbe dovuto fare effetto subito: se una quantità insufficiente di veleno le avesse causato solo un malessere, la badessa si sarebbe insospettita e avrebbe rifiutato qualunque altra cura da lei.. Bianca l'aveva accolta malvolentieri nella sua abitazione. I suoi occhi lucidi di febbre l'avevano scrutata diffidenti, ma poi aveva accettato il boccale. L'aveva portato alle labbra e aveva sorseggiato la pozione, più lentamente di quanto Beatrice desiderasse. Lei, immobile ai piedi del letto, teneva gli occhi bassi sul pavimento, sperando che il suo atteggiamento fosse interpretato come una professione di umiltà e deferenza. Solo una volta aveva alzato lo sguardo a spiare il viso della badessa, ma non vi aveva scorto alcuna smorfia di disgusto. Bianca continuava a bere, in silenzio. Alla fine, dopo aver vuotato il boccale, glielo aveva reso e l'aveva congedata. Beatrice era uscita dalla stanza: tremando in modo incontrollabile, era tornata nella spezieria e qui, finalmente sola, aveva cominciato a piangere. Quando le era parso di essersi calmata, si era lavata la faccia con l'acqua del bacile, si era ricomposta ed era tornata dalle consorelle.

". Eravamo in poche ad assistere alla funzione, molte delle altre monache erano ancora confinate nelle loro celle a combattere contro la febbre. All'improvviso, abbiamo sentito delle urla provenire dal chiostro e, subito dopo, una novizia si è precipitata nella cappella, gridando che la badessa stava malissimo. Sembrava che, nonostante i violenti conati di vomito che la squassavano, non riuscisse a liberarsi le viscere. La novizia aveva detto che, mentre passava davanti alla sua abitazione, la porta si era aperta all'improvviso e la badessa era uscita barcollante nell'andito. Rantolava e non si reggeva in piedi, ma con il poco fiato rimasto le aveva ordinato di mandarmi subito a chiamare. Ero terrorizzata: mi sono fatta accompagnare da un'altra monaca, ma quando l'ha vista al mio fianco, la badessa l'ha cacciata in malo modo. Poi, dal letto dove giaceva, mi ha fatto cenno di avvicinarmi."

Beatrice aveva obbedito. Il viso della badessa incuteva paura: era tumefatto e lucido di sudore e i capelli, liberi dal velo, si allargavano scarmigliati sul guanciale. Dalle labbra, bolle di bava rosata colavano lungo il soggolo aperto, striando il collo messo a nudo. Le palpebre, gonfie e semichiuse, erano incrostate di muco: attraverso quelle due orrende fessure, gli occhi iniettati di sangue fissavano Beatrice. Con uno sforzo enorme, Bianca si era sollevata su un gomito e, allungando la mano bluastra, le aveva artigliato la veste, strattonandola verso di sé. 'Perché l'hai fatto?' aveva ansimato. Poi era stata scossa da una improvvisa convulsione: gli occhi si erano richiusi ed era ricaduta indietro. Gli spasimi del suo corpo facevano oscillare perfino il legno del cassone. Beatrice aveva staccato la mano della moribonda dall'abito ed era rimasta lì a respirare l'odore nauseabondo che permeava la stanza. Aveva atteso. Per un istante, la badessa aveva riaperto gli occhi e aveva tentato di parlare ancora, ma dalla sua gola erano usciti solo gorgoglii indistinti. Squassata da un ultimo spasimo, aveva spalancato la bocca in cerca d'aria e si era afflosciata sul saccone. Le sue iridi, ormai cieche, continuavano a fissare Beatrice. Immobile, senza più respiro, lei l'aveva guardata a lungo. Poi, come in dormiveglia, si era chinata, le aveva abbassato le palpebre ed era uscita dalla stanza. Aveva raggiunto il chiostro e aveva annunciato alle consorelle che la badessa aveva reso l'anima a Dio.

". Ero certa fin da prima che la pozione non le avrebbe lasciato scampo: la mistura di aconito, noce vomica e arsenico avrebbe ucciso chiunque, anche una persona più forte di lei. Nessuno ha pensato a un avvelenamento, nemmeno il medico che è venuto a certificare il decesso, perché i sintomi della febbre che l'aveva aggredita erano molto simili a quelli prodotti dai tre veleni. Il giorno dopo, come a confermare la causa della sua dipartita, sono morte altre tre monache, tra cui sorella Laura. Nessuno avrebbe potuto sospettare che si fosse trattato di un assassinio. Io, per parte mia, mi sentivo stranamente serena: ho continuato a curare le consorelle fino a quando quella malefica pestilenza si è esaurita. E' stato solo dopo che la nuova badessa nominata dal vescovo mi ha restituito le mie funzioni di scrivano, che ho ricominciato a ragionare. Ho capito che la calma che provavo in realtà non era altro che il disperato tentativo di nascondere a me stessa l'enormità di quello che avevo fatto. A poco a poco, mi sono resa conto che, senza più odio ad alimentare la mia anima, non sentivo più il bisogno di vivere. Uccidendo Bianca, avevo ucciso me stessa."

Aveva aspettato l'autunno, quando il pioppo che svettava al di là del muro di cinta del monastero aveva perso quasi tutte le foglie. Si era procurata una fune robusta e l'aveva nascosta sotto il pagliericcio. Più di una volta aveva avuto la tentazione di rivelare il proprio delitto al prete confessore, ma non lo aveva fatto: l'assassino reo confesso di una badessa non poteva certo non essere trascinato in giudizio. Era sicura che il sacerdote si sarebbe sentito in dovere di violare il segreto del sacramento e l'avrebbe denunciata alle autorità. Aveva sottratto una pergamena vergine dall'abitazione della nuova badessa e si era disposta a scrivere la propria confessione.

".Anche se so di aver compiuto un'azione scellerata, non riesco a provare rimorso: questo non prova forse che la mia anima è persa per sempre? Ho deciso di darmi la morte, è l'unica conclusione che merita la mia misera vita. Non ho altro da aggiungere, se non una preghiera a chi leggerà questa lettera. Legato alla pergamena ci sarà un piccolo involto: contiene il medaglione che Costanza Mandelli aveva donato ad Angelina come pegno di riconoscenza. Chiedo che venga restituito a mio padre, a cui chiedo perdono per il male fatto e per il dolore arrecato. Beatrice Grasselli scrisse, il dodicesimo giorno di novembre dell'anno 1283."



°°°



Era l'ora prima e faceva ancora buio. C'era un po' di vento che, a folate discontinue, spazzava la polvere del vicolo. Rimpiangendo il chiarore dell'alba che fino a qualche mese prima gli permetteva di distinguere bene il muro di cinta, il mendicante si incamminò verso il monastero. In quell'oscurità, rotta solo dalla luce fioca della luna, non si vedeva nessuno. Meglio così, pensò. Quelle monache si trattavano bene e i loro avanzi erano sempre succulenti: se fosse stato il primo fra i viandanti del quartiere a bussare alla loro porta, avrebbe avuto la razione più abbondante. Affrettò il passo, di quel tanto che gli permetteva la sua gamba zoppa. Passò sotto il pioppo, attento a non incespicare nelle radici nodose: affioravano dal terreno e già una volta lo avevano fatto cadere. Una nuvola oscurò la luna. Si fermò, e appoggiato al tronco, alzò lo sguardo al cielo. La nuvola si allontanò e la luce lattiginosa dell'astro illuminò la sommità dell'albero. Il mendicante strizzò gli occhi. Li richiuse. Li spalancò. Cosa diavolo era quella cosa che pendeva dal ramo? Si allontanò di qualche passo e osservò meglio. Era un corpo, non c'era dubbio, e da quel poco che si riusciva a vedere, la veste che lo ricopriva pareva quella di una monaca. Il velo era ricaduto sulle spalle e lasciava scoperto il collo, che aveva tutta l'aria di essere trattenuto da un cappio. Il mendicante urlò. Barcollando pericolosamente, si mise a correre. Arrivato alla porta del monastero, cominciò a tempestarla di pugni, continuando a urlare. Beatrice oscillava piano, sospinta dal vento. Il suo viso, pur contratto nell'agonia della morte, conservava un'espressione beffarda.
... continua ...
Il Medaglione

LA FESTA - Racconto inedito "Maratonadamore", reading febbraio 2010Scarica il Racconto in formato PDF


Ecco che ricomincia la musica. Questa volta è un lento. Meno male, così posso riposarmi un po'. Sono tutta sudata, dopo la sfilza di twist e madison che ho ballato con gli altri. Mi siedo su una delle panche vicino al muro e cerco di riprendere fiato: devo essere spettinata e mi sento le ascelle appiccicate al vestito. Quanto lo odio questo vestito verde! 'Le faccia uno chemisier' aveva detto la mamma alla sarta 'ormai è grandina e un bell'abitino classico è quello che ci vuole, sa, per le occasioni importanti.'. Bella roba! Intanto il colore: verde bottiglia, neanche fossi una vecchia di trent'anni. Poi questo collo fatto come quello delle camicie di papà che scende duro e rigido contro il seno. Il seno. Già ne ho pochissimo, con questa apertura stretta e severa, si vede ancora di meno! E poi la gonna: tutta diritta, che non riesco nemmeno a fare un passo un po' più lungo. Io l'avevo detto alla mamma che l'avrei voluta a pieghe la gonna, così, quando ballavo, la stoffa si sarebbe gonfiata intorno alle gambe, come i costumi delle ballerine a teatro, ma lei no, lei a dire che non sarebbe stato adatto alla mia età. 'Troppo da grande' aveva deciso 'E poi, non vorrai mica andare a ballare a tredici anni!'. Eh già, ma l'abito è stato fatto più di un anno fa! Come se a casa mia si rinnovasse il guardaroba ogni anno! E adesso? Non ne ho forse quattordici di anni, non sono forse qui a ballare a una festa? Mi ricordo che quando la sarta mi ha fatto la prima prova mi è venuto da piangere: sembravo una suora. La signora Martini doveva aver capito che il vestito non mi piaceva perché ha proposto alla mamma di svasare un po' la gonna, lasciandola più morbida, ma la mamma è stata irremovibile. Allora la sarta, senza dirle niente, ha fatto l'unica cosa possibile per rendere l'abito un po' più giovanile: togliendosi gli spilli di bocca, ad uno ad uno li ha tutti puntati di nuovo lungo l'orlo, rendendolo più corto. La mamma non si è accorta di niente e solo dopo, a vestito finito, ha realizzato che 'lo chemisier', come lo chiama lei, non arrivava a coprirmi le ginocchia. Quanto si è arrabbiata con la Martini! Le ha telefonato dicendole che lei non ha mica i soldi da buttare via e che un abito deve durare e che, una volta cucito e stirato, il segno dell'orlo rimane fissato sul tessuto e che, anche a volerlo allungare, poi si vede la riga. Io ero in cucina e ho ascoltato la telefonata: non so che cosa abbia risposto la Martini alla sua sfuriata, ma dal tono sempre più gelido della mamma suppongo che abbia preso le mie parti. Quando è tornata ai fornelli, la mamma era pallida e non ha più parlato. In ogni caso, dalla Martini non ha fatto fare più niente, né per lei né per me. E adesso, con questa stoffa stretta intorno alle cosce non posso nemmeno allungare le gambe per far riposare i piedi. Ho sete, berrei volentieri un'aranciata, ma sulla pista ci sono solo tre coppie che ballano e non ho voglia di attraversarla tutta per andare al bar, mi guarderebbero tutti. Ecco, il lento è finito, adesso forse posso andare. Oh no, sta arrivando Ugo! E viene proprio verso di me! Ma cosa vuole, con quel sorriso cretino stampato sulla faccia? E' sudato anche lui e i capelli gli si sono appiccicati sulla fronte. Com'è buffo! Ha gli occhiali storti sul naso e la camicia gli esce dalla cintura dei pantaloni: non so se ho mai visto uno più goffo di lui.
"Senti, pensavo, non è che vorresti un'aranciata? Sai, fa un caldo qui dentro. Io ho una gran sete, e tu?". "Beh, veramente anch'io, volevo proprio andare al bar.". "No, no, stai qui, vado io a prenderla per tutti e due!". "Ma.". Niente, è già schizzato via. E adesso? Cosa succede se me la offre lui l'aranciata? Dopo lo sapranno tutti e penseranno che mi sta facendo il filo. Oddio! E adesso come faccio? Pagargliela non posso, perché poi si offende. E allora? Eccolo che torna. "Grazie". "Prego". Certo che come conversazione non è un granché. Bevo a canna e nella foga un po' di aranciata mi cola lungo il mento. Accidenti a me, sono la solita! Adesso mi asciugo con il dorso della mano. Ma.cosa fa, questo cretino? Mi accarezza il collo? Ma come si permette?! "Aspetta, ti aiuto, prima che ti bagni il vestito.". La sua faccia è vicinissima alla mia, posso sentire il suo alito: sa di chewing-gum. Con uno scatto mi tiro indietro e mi appoggio al muro. Lui arrossisce e si scosta un po'. Stiamo zitti. La musica è finita, le tre coppie che ballavano tornano a sedersi. Il ragazzo che mette i dischi sul piatto del giradischi è sparito: sarà andato anche lui a bere qualcosa, in fondo è più di mezz'ora che sta lì a far divertire gli altri. Ugo ha finito la sua aranciata. Si china a mettere la bottiglietta vuota sotto la panca poi si raddrizza e mi guarda fisso. "Senti, se il prossimo ballo è un lento, lo vuoi ballare con me?". E' ancora più rosso di prima e gli sta venendo un tic sopra l'occhio. Forse se ne è accorto, perché si passa un dito sotto la lente degli occhiali e si sfrega la palpebra. "Sì. va bene. magari aspettiamo il secondo disco, sai, sono un po' stanca.". Annuisce e mi sorride ancora. Chissà poi perché vuole ballare proprio con me? Non capisco. Mi avevano detto che Ugo andava dietro a Luciana che, infatti, è seduta dall'altra parte della sala e ci lancia sguardi assassini. Oltretutto lei è molto più carina di me: ha una gonna blu a balze e una camicetta bianca aderente che le mette in risalto il seno, molto più grosso del mio. Non capisco. La musica riprende: è una canzone di Neil Sedaka che conosco quasi a memoria anche se non so cosa vogliano dire le parole in inglese. E' bella. Mi pento quasi di non aver voluto ballare adesso, chissà cosa sarà il prossimo disco, magari è più brutto. Anch'io ho finito l'aranciata e tengo in mano la bottiglietta vuota. "Dammela, che vado a buttarla via insieme alla mia" dice Ugo, chinandosi verso di me. Ancora quella zaffata di chewing-gum. Si alza e si avvia verso il bar. Resto sola. Luciana mi fissa: adesso ha proprio gli occhi cattivi. Mi fa un sorrisetto acido e poi, indicandomi col dito, si mette a parlare fitto fitto con Cristina che le sta seduta di fianco. Cristina mi guarda e ride, coprendosi la bocca con la mano. Le guardo anch'io, decisa: ma andate a quel paese tutte e due, cosa volete da me, cosa vi ho fatto? Ugo mi invita a ballare. E allora, è forse vietato? Mi sta montando la rabbia. Sposto le gambe e una scheggia della panca si impiglia nelle calze. No! Una smagliatura! Non è possibile! L'unico paio di calze di nailon che ho, e sono già rotte! So solo io quanto ho dovuto faticare per convincere la mamma a comprarmele e adesso. Almeno la smagliatura non corresse giù fino al piede. Macché, è già arrivata alla caviglia! Accidenti, e adesso come faccio? Me la vedranno tutti quando ballo! Ma porca miseria, certo che sono ben sfortunata!. Ecco che torna Ugo. "Allora balliamo?". La musica è ricominciata, è una canzone sdolcinata di Rita Pavone che non mi piace per niente, ma chi se ne frega, per ballare un lento va bene lo stesso. Ugo mi prende per mano e mi trascina in mezzo alla pista. Per fortuna non siamo soli, stanno arrivando altre coppie, così nessuno vedrà la mia smagliatura. Arriva anche Luciana con Edoardo e mi Guarda di nuovo con quel sorrisetto perfido: mi squadra dalla testa ai piedi e, naturalmente, vede subito la calza rotta. Il sorriso cattivo si allarga: sussurra qualcosa all'orecchio di Edoardo che volta la testa a guardarmi, anzi, a guardare le mie gambe. Ride anche lui. Dio che stronza! "Senti, Ugo, perché non andiamo un po' più in là a ballare? Sai ho ancora caldo e là in quell'angolo c'è una finestra aperta.". "Sì, hai ragione, vieni.". Ecco, così va meglio: Luciana non riesce più a vedermi e qui, in effetti, fa un po' più fresco. Però, balla bene Ugo: morbido, sciolto, non sbaglia un passo. L'unica cosa è che stringe troppo e poi, senza parere, fa scivolare le mani sul mio sedere e le lascia lì. Adesso cerco di scostarmi un po'. Macché, continua a stringere, anzi, si è praticamente appiccicato al davanti del mio vestito. Posso sentire il suo respiro caldo contro l'orecchio e l'odore persistente del suo alito al chewing-gum mi arriva fino al naso. Ma adesso cosa fa? Con la destra mi spinge il sedere in avanti, mentre con la sinistra mi accarezza il collo, proprio sotto l'attaccatura dei capelli. Cerco ancora di staccarmi, ma non ci riesco, anzi, sono sempre più incollata ai suoi pantaloni. Ma. cos'è questa roba dura che sento contro la pancia? Oddio! Oddio santissimo! Ma cosa fa questo adesso? Si strofina?! Si strofina contro di me?! Ma. "Ugo, staccati un po', ho caldo.". Niente. Stringe ancora e, per di più, mi dà i bacini sul collo. "Senti Ugo, forse è meglio che.". Il disco è finito. Non mi molla. "Ugo, basta, non ho più voglia di ballare!". Sono seccata e si vede. Finalmente si stacca. E' tutto rosso e i suoi occhi sono come appannati: ha la faccia di un idiota. "Ma perché non vuoi ballare ancora? Senti? Stanno mettendo un altro lento.". Non gli rispondo neanche e vado a risedermi al mio posto. Lui resta lì a guardarmi per un momento: è immobile, sembra stranito. Poi, dopo essersi raddrizzato gli occhiali, si avvia verso il bagno. Luciana sta ballando ancora, ma adesso non pensa più a me e alla mia calza smagliata perché ha altro da fare. Una delle mani di Edoardo è sparita dentro la sua camicetta, mentre l'altra le schiaccia il sedere. Le loro teste sono vicinissime e adesso lui la bacia sulla bocca e lei sta lì, attaccata, senza muovere un muscolo. Praticamente non ballano, sono fermi sul pavimento, i piedi strisciano appena di qualche centimetro, solo i fianchi di Edoardo ondeggiano piano. Chissà come sarà essere baciata da un ragazzo? Quasi quasi mi piacerebbe provare. Magari anche Ugo l'avrebbe fatto, se non fossi fuggita. D'altra parte, mi pareva di essere in balia di una piovra! Almeno chiederlo, 'Posso stringere?', e invece no, tutto quel brancicare senza motivo e poi tutto quello strofinio di pance. Mah, sarà per un'altra volta! Questa festa mi ha proprio stufato, meno male che fra un po' vengono a prendermi. Speriamo che la mamma non si arrabbi troppo per la calza smagliata: già non voleva lasciarmi venire, adesso poi. La musica è finita di nuovo. Luciana e Edoardo sono tornati a sedersi, ma non dov'erano prima: sono andati nell'angolo più buio della sala. Cosa faranno lì? Non riesco a vedere. Meglio così, comunque: per lo meno la pianteranno di guardare nella mia direzione e di ridacchiare come due scemi. Mi guardo la smagliatura: adesso è arrivata fino al piede e sulla coscia, proprio dove si è strappato il filo, sento la pelle nuda. Si sta allargando, non c'è dubbio: meno male che non ho continuato a ballare, ancora un po' e sarei rimasta con una calza sola! Uffa, sono stanca. Ugo non si vede più e anche quei due sono spariti dalla loro postazione in fondo alla sala: ma dove saranno andati? Boh, ma, tutto sommato, chi se ne frega di Ugo, di Luciana e di Edoardo? Domani quella di lettere interroga a sorpresa e non ha nemmeno voluto dirci su quale materia. 'Farò un paio di domandine a ciascuno di voi, e potrebbero essere di storia, di italiano, di latino o di geografia. Fatevi trovare pronti, ragazzi, mi raccomando.', ha annunciato la stronza con quel suo sorriso acido stampato in faccia! Sarà meglio che questa notte mi faccia una bella dormita. Ah, ecco la mamma. "Sì, mamma, sono pronta, devo solo prendere il cappotto. No, la mia compagna di banco resta ancora un po', ma noi andiamo pure: non è che mi sia divertita poi così tanto."
... continua ...
La Festa

History and Mistery - L'AFFRESCO Scarica il Racconto in formato PDF
Edizioni Piemme - 2008


Marca Trevigiana,
Bassano Febbraio 1239


Bertrando uscì dal palazzo. Era frastornato: tutto era accaduto così in fretta da sembrargli impossibile. Barcollando lievemente, si mescolò alla gente che affollava la piazza del borgo, in cui si stava tenendo mercato. La neve, che occupava ancora buona parte dei vicoli circostanti, era stata spazzata dalla spianata dove decine di bancarelle esponevano le loro merci. Nonostante il freddo pungente, le porte delle botteghe a ridosso delle mura erano spalancate: donne e uomini, imbacuccati in guarnacche di pelliccia, indugiavano qua e là, chiacchierando fra loro. Un gran numero di domestici, armati di capaci panieri, percorreva lo slargo soffermandosi davanti ai banchetti, osservando i prodotti esposti, soppesandoli e contrattandone il prezzo. Urtato da qualcuno, Bertrando incespicò: per non cadere, si aggrappò al bordo di una bancarella, affondando involontariamente le mani in un sacco di castagne secche che si sparsero a terra in gran numero. "Guarda cos'hai fatto, asino!" sbraitò inviperita la donna che le vendeva "Adesso me le tiri su una per una e me le rimetti a posto, altrimenti te le faccio comprare tutte! Ma guarda che idiota doveva capitare proprio davanti al mio banco! Dài, muoviti: sono qui a vendere io, mica a tirar sera!" Imbarazzato, Bertrando si chinò, raccolse le castagne e le ripose nel sacco, mormorando una scusa. Lo sguardo arcigno della donna non lo abbandonò un istante: alla fine, quando fu certa che anche l'ultimo frutto fosse tornato al suo posto, esalò un sonoro sospiro e allungò le mani grassocce verso il bordo esterno del banco, tirando più indietro i sacchi delle sue mercanzie. Bertrando si voltò e, cercando di scansare chi gli si parava davanti, oltrepassò la Porta dei Leoni. L'abitazione che aveva affittato era poco più in là, appena fuori le mura, lungo la discesa che, piegando a destra, conduceva verso il fiume. Il proprietario era Mondino di Achilloto, uno degli uomini di masnada di Ezzelino, che, dopo aver abitato lì per qualche anno, si era trasferito in un nuovo palazzo edificato proprio accanto a quello del suo signore, a poche tese dalla rocca. Alle sue spalle, il vociare della piazza si faceva sempre più indistinto. Affrettò il passo e sorrise tra sé, non riuscendo ancora a credere alla fortuna che aveva avuto. Quando qualche giorno prima Achilloto aveva saputo che era pittore, gli aveva chiesto se intendesse fermarsi a Bassano e se avesse già un committente. Di fronte alle sue risposte incerte, gli aveva proposto un incontro con Ezzelino: forse, aveva detto, il signore avrebbe avuto bisogno dei suoi servigi. Ora, ripensando all'atmosfera che aveva respirato all'interno del palazzo, provò un brivido di soddisfazione: in quella dimora sontuosa avrebbe potuto dare il meglio di sé. Dopo aver salito una larga scala di pietra, era stato introdotto in una sala arredata con sobria eleganza: due delle pareti erano ricoperte da cortine di cuoio istoriato con scene di battaglia dai colori vivaci. La terza ospitava un focolare enorme, davanti a cui faceva bella mostra di sé un tavolo di quercia intagliata a motivi di foglie. Alcune panche e un alto scranno, impreziosito da un cuscino di seta gialla, costituivano gli unici altri arredi. Ezzelino lo aveva accolto in compagnia di una donna. Nonostante l'espressione pudica manifestata nei confronti del nuovo visitatore, Bertrando aveva colto nei suoi occhi una malcelata curiosità. 'E' mia moglie Selvaggia,' aveva detto 'la figlia dell'imperatore Federico.'. Aveva cercato di nascondere la sorpresa e si era piegato in un inchino: poi, in silenzio, aveva ascoltato la proposta che gli veniva fatta. Ezzelino gli aveva detto che, essendo prossima una visita dell'imperatore a palazzo, intendeva rendere la stanza che lo avrebbe ospitato il più consona possibile alla sua dignità regale. Per questo motivo, aveva deciso di fare affrescare una parete con una scena dove apparissero lo stesso Federico e sua moglie Isabella. Gli aveva domandato se si ritenesse in grado di dare corso a un'opera di quel genere, chiedendogli anche quali lavori avesse portato a termine fino ad allora. Fingendo sicurezza, Bertrando aveva descritto l'ultimo affresco completato in una dimora signorile di Arles, spiegando con dovizia di particolari il tipo di tecnica impiegata e il risultato ottenuto. Il signore si era mostrato soddisfatto dalla sua risposta. 'Bene.' aveva concluso 'Fra una settimana sottoporrete al mio giudizio la tavola preparatoria dell'affresco: se sarà di mio gradimento, vi affiderò il lavoro. Non preoccupatevi per la mercede: se l'opera sarà pari a quella che mi avete appena descritto, sarete pagato meglio di quanto non vi sia mai capitato fino a questo momento. Ora venite con me: vi mostrerò la camera in cui dovrete dipingere l'affresco.' Dopo averla esaminata ed aver espresso il proprio parere sulla parete più adatta ad accogliere il dipinto, era stato congedato, con l'ordine di ritornare di lì a sette giorni. Ora, mentre entrava nel locale che gli era stato dato in affitto, cercava di tenere a bada un'eccitazione crescente. Se davvero avesse potuto eseguire quell'affresco, per un po' i suoi guai sarebbero finiti: con il denaro guadagnato, avrebbe finalmente avuto una sicurezza economica capace di garantirgli qualche anno di tranquillità. Avrebbe cominciato subito: gli serviva una nuova tavola di ciliegio su cui abbozzare il disegno da mostrare a Ezzelino. Decise che, per dare un'impressione più realistica, avrebbe arricchito lo schizzo con qualche tratto di colore a secco. Avrebbe lavorato anche di notte, se fosse stato necessario: quell'incarico era troppo importante per rischiare di perderlo. Il carboncino scricchiolava sull'asse di legno. La mano si muoveva veloce, abbozzando nuove linee e cancellandone alcune appena tracciate. Di tanto in tanto, con il braccio a mezz'aria, il pittore socchiudeva gli occhi, cercando di dar forma nella mente a un'immagine non ancora definita. Anche se lo aveva visto una sola volta, Bertrando ricordava bene il volto dell'imperatore. Molti anni prima, in occasione di una sua visita a Marsiglia destinata a stabilire nuove regole per i mercanti locali e particolari privilegi per i commerci con la Sicilia, Federico aveva tenuto corte bandita. A quella festa principesca era stato invitato anche Gerardo, il suo maestro, che era stato autorizzato a condurre con sé i due garzoni di bottega. Bertrando, che era appena un ragazzo, era rimasto affascinato da quella cerimonia: mentre i musici cadenzavano le loro melodie su liuti e tamburelli, cavalieri, dame, mercanti e notabili della città rendevano omaggio all'imperatore. Rammentava che, a un certo punto, dieci saraceni avevano fatto il loro ingresso nella grande tenda allestita sulla banchina del porto: fra urla di spavento ed esclamazioni di stupore da parte dei presenti, gli schiavi avevano raggiunto il trono di Federico, trattenendo alla catena leoni, scimmie, leopardi, falchi e perfino un elefante. Dopo l'esibizione del suo serraglio, l'imperatore aveva dato inizio al banchetto, al termine del quale i servi avevano distribuito a tutti i convitati violette candite. Bertrando ricordava bene il sapore inconsueto di quel dolce che la sua bocca non aveva mai gustato prima: e il ricordo era tanto più vivo perché, mentre ancora quella prelibatezza si scioglieva sulla sua lingua, Gerardo era stato condotto al cospetto di Federico. Sebbene lui e l'altro garzone fossero rimasti alle spalle del maestro, Bertrando aveva avuto la possibilità di vedere chiaramente in viso l'imperatore. Gli occhi verdi, pungenti e indagatori, si aprivano su un volto dall'espressione risoluta; l'assenza di barba rivelava una pelle chiara, quasi diafana; i capelli, striati da sfumature rossastre, scendevano folti e riccioluti fino alla base del collo, sfiorando il bordo del mantello di zendado. Per qualche istante, mentre accoglieva l'omaggio di Gerardo, Federico aveva lasciato vagare lo sguardo, fermandolo proprio su Bertrando: lui, spaventato, aveva abbassato gli occhi di scatto e non li aveva più sollevati fino alla fine dell'udienza. Ora, ripensando a quell'occhiata penetrante che lo aveva fatto tremare, Bertrando sorrise: chi l'avrebbe mai detto che l'espressione severa dell'imperatore, rimasta impressa per sempre nella sua memoria, sarebbe stata utile a riprodurne le fattezze sull'intonaco di un affresco? Come avrebbe anche solo potuto pensare di riuscire a restituirne una sia pur vaga rassomiglianza se non lo avesse mai visto? Quell'incontro casuale era stato opera di un destino bizzarro a cui avrebbe dovuto essere grato. Arretrò di qualche passo e osservò la tavola. La figura di Federico era quasi terminata, mancava soltanto l'oggetto che avrebbe dovuto reggere in mano. Ne aveva già parlato con Ezzelino: il signore gli aveva suggerito il falco, l'abituale attributo imperiale, ma lui aveva osato proporre una diversa soluzione, più consona all'ambiente di corte. Aveva detto che, dovendo rappresentare accanto all'imperatore la moglie Isabella, gli sarebbe sembrato più opportuno che Federico fosse ritratto nel gesto di porgerle una rosa. Se un falco doveva esserci, aveva aggiunto, sarebbe stata lei a trattenerlo sulle dita, come simbolica sottomissione ai voleri del suo sposo. Dopo qualche momento di perplessità, Ezzelino aveva accennato un sorriso e aveva dato il suo assenso. 'Sarà un dipinto diverso dagli altri.' aveva detto, pensoso. Poi se n'era andato. Depose il carboncino sul bordo del tavolo, e si premette le mani sui fianchi: era stanco e un dolore sordo gli si irradiava dalla schiena alla nuca. 'E meglio che smetta per una mezz'ora,' pensò 'o non riuscirò a proseguire.' Uscì sulle assi del loggiato e stava per sporgersi a guardare nel vicolo, quando un rumore lo fece sobbalzare. Si voltò: Ezzelino era entrato nella stanza e stava avanzando verso di lui, accompagnato da un ragazzo. "Questo è Zuàn, il più giovane dei miei falconieri. Voglio che nell'affresco sia raffigurato anche lui." Il pittore non riuscì a nascondere la sorpresa. "Un. un falconiere?" "Sì, un falconiere. Avete qualcosa in contrario a ritrarlo?" Il tono di Ezzelino era minaccioso. "No." Esitò "Farò quello che desiderate, signore." Il tiranno lo fissò per un lungo istante. "Bene." disse "Allora cominciate subito: Zuàn si fermerà qui il tempo necessario a che voi tratteggiate il suo volto, poi tornerà ancora domani e ogni volta che lo riterrete utile. Badate, la raffigurazione deve riuscire somigliante." Bertrando annuì. Ezzelino lanciò un'occhiata distratta al disegno appoggiato contro il muro e uscì. Il ragazzo guardò attentamente lo schizzo. "Pare bello" disse piano, avvicinandosi alla tavola di ciliegio. Il pittore tacque, infastidito. Cosa diavolo c'entrava un falconiere in quell'affresco? Dove si era mai visto che un uomo di quella fatta comparisse in un dipinto? Per di più, l'aggiunta di un quarto personaggio avrebbe rovinato l'equilibrio generale: quando aveva spiegato al signore che, per salvaguardare la centratura dell'affresco sulla parete, le figure rappresentate non avrebbero dovuto essere più di tre, Ezzelino era sembrato d'accordo. Lui, per parte sua, avrebbe preferito che fossero solo due, Federico e Isabella, ma il signore aveva insistito per aggiungere il suonatore di viella: fin lì poteva anche capire, perché era nota a tutti la sua passione per la musica e la poesia, ma un falconiere, per Dio! Sempre più irritato, osservò le fattezze del ragazzo: non sarebbe stato facile riprodurle fedelmente, quel viso aveva un che di femmineo. Gli occhi a forma di mandorla erano contornati da ciglia lunghe e incurvate che ombreggiavano due iridi azzurre come lapislazzuli; il naso era ben fatto e le labbra piene, che ora erano aperte in un sorriso, scoprivano denti bianchissimi. Dai bordi della cuffia bigia che copriva i capelli sfuggiva qualche ricciolo biondo. "Mettetevi lì," disse, indicando la parete illuminata dalla luce che entrava dalla loggia "e state fermo." Zuàn obbedì e, a braccia conserte, rimase immobile, fissando il pittore. Bertrando afferrò il carboncino e, a tratti svelti, cominciò a delineare la figura. La ragazza era in piedi, nuda. Dietro di lei, il saccone di piume dove fino a quel momento aveva aspettato l'arrivo del suo amante recava ancora l'infossatura creata dal suo corpo disteso. Ezzelino si avvicinò e, con un gesto rapace, le afferrò i seni: erano piccoli e sodi. Le dita strinsero i capezzoli, che, a quel tocco rude si inturgidirono. Il signore si piegò e li prese fra le labbra, succhiando. Un gemito di piacere sfuggì dalla bocca della giovane. In silenzio, Ezzelino la spinse verso il giaciglio e la fece sdraiare. Senza togliersi le calze suolate, si sfilò la veste e la gettò a terra. Poi, scostati i due lembi delle brache, espose il membro: la ragazza lo fissò, sorrise e spalancò le gambe. Gli occhi del signore corsero lungo il suo corpo, sul viso, sui seni, sul ventre, sul ciuffo biondo dell'inguine, sulle cosce snelle, fino ai piedi, piccoli e delicati. Li sfiorò e li baciò. Poi, con un movimento sciolto, salì sul giaciglio, si pose sopra di lei e la penetrò. La ragazza chiuse gli occhi, accogliendolo dentro di sé e accompagnando con grazia i movimenti ritmici che la scuotevano. Dallo stambugio adiacente, le note rotonde della viella si diffusero nella stanza, attutite. Come sempre, la giovane ascoltò con gioia quella melodia, grata dell'amore che il suo amante nutriva per la musica: il suono dolce dello strumento a corde rendeva magici quei convegni clandestini, confermandola nella speranza che il suo rapporto con il signore sarebbe durato a lungo. Ezzelino si ritrasse per un momento e, appoggiato sui gomiti, la guardò: era bellissima. I capelli che le incorniciavano il viso erano umidi di sudore e un ricciolo pendeva arrotolato sulla palpebra chiusa. Lo scostò con le dita: la ragazza aprì gli occhi e lui la baciò, esplorandole la bocca con la lingua. Poi la penetrò ancora. Da dove veniva quella musica? Mentre si ripuliva in un cencio le dita nere di carboncino, Bertrando si chiese se fosse Bortolo a suonare quell'aria tanto armoniosa: il musico, che Ezzelino aveva voluto raffigurato nell'affresco, se n'era andato dalla stanza da poco più di un'ora. Ormai aveva finito di ritrarlo e, come sospettava, i suoi tratti grossolani erano stati molto più facili da riprodurre di quelli del falconiere che, nonostante le sue numerose e successive correzioni, continuavano a uscire dal suo carboncino troppo simili a quelli di una donna. Sbuffò, irritato. Coprì la tavola di ciliegio con un telo e la lasciò appoggiata al muro: poi, riposto lo straccio e gli altri strumenti in una cassa, la richiuse a chiave e uscì dalla stanza. L'andito era deserto e in quello spazio lungo e angusto la musica era ancora più percepibile. Incuriosito, mosse qualche passo verso la fonte del suono: non conosceva quell'ala del palazzo e non sapeva dove sarebbe finito. A mano a mano che procedeva, le note della viella si fecero più sonore. Doveva essere un'aria popolare: gli pareva di averla già udita in terra di Francia, dove erano numerosi i musici provenienti dal regno di Sicilia, maestri in quel tipo di melodia. Arrivato in fondo all'andito, si trovò davanti a una porta socchiusa: lì la musica era più forte. Guardingo, spinse l'uscio, che si aprì in uno spiraglio abbastanza largo da lasciargli introdurre la testa. Si sporse e spiò all'interno. Nella penombra, gli parve di scorgere un drappo di cuoio che pendeva fino al pavimento: la musica sembrava provenire da lì. Stava per spostarsi in quella direzione, quando colse un altro suono. Cadenzata allo stesso ritmo della musica, una serie di gemiti alternati a grugniti arrivò ben chiara alle sue orecchie. Stupito, avanzò di qualche passo. In fondo alla stanza, dove dall'alta finestra pioveva la luce del mattino, c'era un giaciglio: un uomo semivestito si agitava sul corpo nudo di una donna, che si muoveva in consonanza con lui. Strizzò gli occhi per vedere meglio. Era Ezzelino, non c'era dubbio: quella barba nera da demone e quel cranio calvo non potevano che essere suoi. Per un attimo, la sorpresa lo paralizzò: quel locale doveva essere lo studiolo privato del signore! E la donna? Non era certo sua moglie! Quei riccioli biondi sparsi sul cuscino erano troppo diversi dai capelli castani di Selvaggia. Si lasciò sfuggire un sorriso. Senza rendersi conto che la musica si era interrotta bruscamente, indugiò a osservare quello spettacolo più a lungo di quanto avrebbe voluto. Quando, con lo stesso lamento straziante di un gatto in amore, la donna si inarcò sul giaciglio e voltò la testa verso di lui, per un lunghissimo istante non capì. Poi, quando la sua mente comprese, raggelò. Nonostante gli occhi chiusi nello spasimo dell'orgasmo, quel volto era ben riconoscibile. Affannato, si voltò e uscì dalla stanza. Scese la scala in fretta e si precipitò nel vicolo. Lo percorse a lunghe falcate e, arrivato alla piazza, la attraversò di corsa, diretto alla casa di Achilloto. "Vi dico che vi ha visto, signore!" La voce di Bartolo era stridula, venata di paura. Sapeva di essere stato lui il responsabile di quel disastro: nella fretta di accordare lo strumento, aveva dimenticato di sprangare la porta, come faceva di solito. Quando, dalla fessura dello stambugio, aveva visto che il pittore era entrato nella camera, aveva smesso di suonare: aveva sperato che l'improvviso silenzio della viella avvertisse in qualche modo Ezzelino del pericolo. Le sue cautele non erano servite: Bertrando aveva avuto tutto il tempo di osservare e, dall'espressione sbalordita del suo viso, era certo che avesse riconosciuto la ragazza. Il signore taceva, tormentandosi la barba con le dita. Era seduto sullo scranno, nella sala grande: di lì a poco, sarebbe arrivato il suo luogotenente a portare notizie da Cremona, dove soggiornava l'imperatore. "E dite" mormorò dopo un tempo che al musico parve interminabile "il pittore ha finito di ritrarvi?" "Sì" rispose Bartolo, concitato "ha già steso il tonachino sulla sinopia e ieri ha cominciato a dipingerlo con il verdaccio: è molto svelto, credo che entro domani il mio ritratto sarà terminato. Mi ha detto che non gli servo più, ormai." "E le altre figure? A che punto sono?" "Ieri aveva cominciato a tratteggiare i contorni di." esitò, deglutendo a vuoto "di Zuàn. I ritratti dell'imperatore e sua moglie sono già conclusi, manca solo la pittura d'oro sulla corona di Federico." Tacque, esausto. Ezzelino lo fissò in silenzio. "Vi ringrazio per avermi avvisato." disse, con voce incolore "Potete andare, ora." Bartolo abbassò gli occhi e, senza voltare le spalle al suo signore, rinculò fino alla porta e uscì. Ezzelino si alzò, si avvicinò al focolare e allungò le mani verso il soffio caldo delle fiamme. Una ruga profonda di disappunto gli solcava la fronte. L'imperatore sarebbe arrivato di lì a un mese e nulla avrebbe dovuto turbare il suo soggiorno a palazzo: quella faccenda andava risolta in fretta. La mano di Bertrando tremava e il pennello tracciò una linea sghemba, là dove avrebbe dovuto essere diritta. Ritrasse il pennello e qualche goccia di cinabro cadde a terra. Doveva calmarsi, non poteva permettersi di farsi turbare da quello che aveva visto. In fondo, a lui cosa importava se Ezzelino voleva che la sua amante fosse ritratta nell'affresco? Non era affar suo, come non lo era il fatto che la facesse passare per un uomo: forse era la prudenza nei confronti di Selvaggia ad avergli suggerito quel sotterfugio. Chissà se qualcun altro sapeva? Ripensandoci ora, concluse che l'unico ad essere a conoscenza dei sollazzi che il signore si concedeva con la giovane dovesse essere il suonatore di viella. Da dove, se non dal suo strumento, infatti, poteva provenire la musica che accompagnava il convegno? All'improvviso, un'ondata di gelo gli avvolse la nuca: e se quell'uomo lo avesse visto? Se, nascosto in quello stambugio celato dalla cortina di cuoio, lo avesse notato mentre spiava Ezzelino? Con il braccio a mezz'aria, incapace di muoversi, fissò l'affresco: Ezzelino avrebbe anche potuto ucciderlo. Depose il pennello sul coperchio chiuso della cassa e si sedette sul panchetto. Erano le gambe a tremargli, ora. No, rifletté, non lo avrebbe fatto: mancava poco a che l'imperatore venisse in visita e il dipinto avrebbe dovuto essere finito prima del suo arrivo. Il signore non avrebbe certo potuto trovare un altro frescante che terminasse il lavoro per tempo. Cercò di convincersi che non stava correndo alcun pericolo: tutto sommato, lui era uomo di mondo e poteva ben capire le esigenze di Ezzelino. Quell'uomo era un guerriero e perché di tanto in tanto non avrebbe dovuto calmare i suoi appetiti ancora vigorosi sfogandoli su una fanciulla tanto attraente? Si rialzò, afferrò di nuovo il pennello e ricominciò a dipingere. Il vicolo era deserto. Nel buio, rischiarato a malapena dalla fiamma delle torce infisse sulle mura, Bortolo scendeva verso la riva del Brenta, dove aveva casa. Camminava svelto e, al ritmo dei suoi passi affrettati, la viella appesa alla spalla gli sbatteva contro le natiche. Svoltò l'angolo e si appoggiò al parapetto di sassi: nel silenzio, il rumore della corrente del fiume arrivava chiaro alle sue orecchie. Per un momento si fermò ad ascoltarlo: sembrava musica. Sospirò e si voltò. Nell'oscurità, i suoi occhi colsero un'ombra in movimento, ma non fece in tempo a capire. Si sentì spingere indietro e sbatté contro lo spigolo della spalletta. Gridò e spalancò le braccia per non cadere: una mano gli coprì la bocca, bloccandogli la testa. Mentre annaspava nel tentativo di respirare, una coltellata gli tagliò di netto la gola. Scivolò a terra come un sacco vuoto. Per qualche istante, il respiro gli uscì gorgogliante dalle labbra, poi fu silenzio. Non si accorse di essere sollevato al di là del parapetto, né di essere scaraventato nella corrente del fiume. L'alba era livida. Le nuvole, scure di pioggia, avanzavano da nord e ricoprivano quasi tutto il cielo. L'armigero attese che il suo compagno si allontanasse lungo il camminamento di ronda poi, guardando fermamente Ezzelino, parlò. "Ho eseguito i vostri ordini, signore." Ezzelino annuì. Estrasse dalla tasca della guarnacca un sacchetto e lo mise in mano al suo uomo. "Badate," disse "una parola e siete morto." "Non temete, signore, dalla mia bocca non uscirà nemmeno un fiato." Con un cenno del capo, Ezzelino lo congedò. L'armigero si girò e scomparve al di là della piccola pusterla che si apriva nella cinta delle mura. Cominciava a cadere qualche goccia di pioggia: Ezzelino si deterse il cranio bagnato con il palmo della mano e si affrettò verso l'interno del castello. Adesso restava il pittore. Era quasi certo che quell'uomo non avrebbe causato problemi: sembrava abbastanza furbo da capire che non gli sarebbe convenuto raccontare in giro quello che aveva visto. E comunque, non prima di finire l'affresco: quanto al dopo, se il denaro che gli spettava come ricompensa non fosse bastato a tacitarlo, avrebbe saputo lui come chiudergli la bocca. Sua moglie ignorava che lui avesse un'amante, e, per quanto lo riguardava, le cose avrebbero dovuto andare avanti così. Non poteva certo permettere che Selvaggia informasse l'imperatore suo padre del fatto che una cortigiana scaldava il letto del marito: era stato anche grazie a quel matrimonio se i suoi rapporti con Federico si erano rafforzati e, considerando quanto gli sarebbe stata utile quell'alleanza in futuro, tutta la faccenda doveva rimanere sotto silenzio. Sorrise tra sé, ricordando la sorpresa della ragazza quando le aveva ordinato di vestirsi da uomo e fingersi uno dei suoi falconieri. All'inizio si era dimostrata riluttante: dopo che lui le aveva fasciato i seni schiacciandoli sotto le bende di lino e le aveva fatto indossare la veste maschile, aveva pianto. Poi, però, quando si era guardata allo specchio che lui le porgeva, aveva cominciato a ridere e c'era voluto del bello e del buono per farla smettere. Si era raccolta i capelli in una crocchia molto stretta e l'aveva nascosta sotto la cuffia bigia da falconiere. Anche se supponeva che nessuno si sarebbe accorto del travestimento, aveva dovuto ricorrere alla complicità di Bortolo per rendere più sicuri i loro convegni. Tutti conoscevano la sua passione per la musica e nessuno avrebbe sospettato che quelle mezz'ore dedicate ad ascoltarla da solo nel suo minuscolo studiolo privato nascondessero qualcos'altro. Tutto era filato liscio fino a una settimana prima e sarebbe continuato così se quell'idiota non avesse dimenticato di sprangare la porta. Peggio per lui: l'importante era che l'affresco fosse portato a termine al più presto e che il viso della sua amante restasse per sempre dipinto sulla parete del palazzo Sospirò e varcò il portale del castello. "Questo è il vostro compenso." La mano di Ezzelino lasciò cadere una scarsella sul palmo aperto del pittore: era minuscola, ma pesante. "Il vostro lavoro mi ha soddisfatto, Bertrando, e credo che sarà giustamente apprezzato anche dall'imperatore, così fedelmente rappresentato dai vostri pennelli. Come sapete, Federico è in cammino verso la Marca e i miei impegni da oggi fino a quando arriverà saranno tanto fitti da non permettermi di rivedervi. Questo è un congedo: avete qualcos'altro da chiedermi, dunque?" Per un attimo, gli occhi di Bertrando guizzarono verso Selvaggia, in piedi accanto al marito. "No, mio signore." mormorò. "Bene, è la risposta che mi aspettavo da voi." sibilò Ezzelino "Se avrò ancora bisogno dei vostri servigi," aggiunse con un ghigno "i miei uomini sapranno dove trovarvi. Prima di andarvene, lascerete detto dove siete diretto e, di volta in volta, mi terrete informato di ogni vostro spostamento successivo. Mi avete inteso?" Bertrando annuì. Aveva la gola secca e gli mancava il fiato. Si inchinò e, stringendo in mano il sacchetto delle monete, arretrò fino alla porta. Uscì dal palazzo in fretta e furia, rischiando di finire addosso a un domestico che stava entrando: l'uomo barcollò e gli gridò dietro una sequela di improperi, ma lui non li sentì nemmeno, intento com'era a pensare al rischio che aveva corso. Non sapeva cosa fosse successo al suonatore di viella, ma da quando era svanito nel nulla aveva cominciato a temere per la propria vita. Non poteva esserne certo, ma sospettava che la scomparsa di Bortolo da palazzo fosse da collegarsi alla sua visita inopportuna nello studiolo. Da quel giorno non aveva più visto nemmeno Zuàn e, quando aveva chiesto a Ezzelino il permesso di far posare per un'ultima volta il suo falconiere, la sua risposta era stata un secco rifiuto. Credeva di aver capito cosa fosse accaduto, ma gli sembrava un'idea troppo orribile: preferiva pensare che fosse una sua insana fantasticheria. L'indomani si sarebbe messo in cammino per Venezia. Ad Achilloto avrebbe raccontato una menzogna: gli avrebbe detto di essere diretto in Francia. Non intendeva certo far sapere a Ezzelino dove avrebbe potuto trovarlo, nel caso avesse avuto in mente di eliminare anche lui. Chiuse il forziere da viaggio dove teneva tutti gli strumenti della sua arte, sprangò l'imposta che dava sull'altana e trascinò il panchetto davanti alla porta, per bloccarne l'apertura dall'esterno. Aveva paura e avrebbe preferito andarsene subito, ma non poteva: il locatario si sarebbe insospettito per la sua partenza affrettata e poi il pomeriggio si stava già spegnendo nel buio della sera. No, meglio restare lì nella stanza fino ai vespri e, dopo una cena frugale alla solita locanda, cercare di prendere sonno, almeno per qualche ora. Si sedette sul pagliericcio e, fissando la debole lama di luce che filtrava da una fessura tra le assi dell'anta esterna, restò in ascolto, attento a cogliere ogni nuovo rumore. Sospirò. Era certo che la notte sarebbe stata lunga e non sarebbe riuscito a dormire.

Questo racconto, di fantasia nella definizione di alcuni personaggi, si basa, tuttavia, sulla reale esistenza di un lacerto prezioso, detto 'L'affresco di palazzo Finco'. Il dipinto è stato ritrovato per caso durante lavori di restauro compiuti in una dimora storica del centro di Bassano del Grappa. Celato sotto numerosi strati di intonaco, l'affresco, di altissima qualità, è subito stato definito un raro esempio di cultura figurativa di ambito federiciano, uno dei pochissimi giunti fino a noi. Secondo gli studiosi, si tratterebbe di un tributo all'imperatore Federico II di Svevia voluto da Ezzelino da Romano, suo fedele alleato e signore della Marca Trevigiana. Per la data di commissione e realizzazione, si ipotizza l'anno 1239, quando, secondo le cronache, in occasione di una visita ai domini di Ezzelino, l'imperatore sarebbe stato ospitato nella residenza di Ezzelino. Per quanto attiene l'identità dei personaggi raffigurati nell'opera, gli storici hanno stabilito come l'immagine centrale riproduca senza ombra di dubbio l'imperatore Federico. Rappresentato con la corona imperiale, è ritratto nell'atto di porgere una rosa alla figura femminile che sta alla sua sinistra. Quest'ultima è sicuramente da identificare con sua moglie, Isabella d'Inghilterra, che regge sulla mano guantata il falco, simbolo del potere imperiale. Alla destra dell'imperatore compaiono due figure maschili: un suonatore di viella, che potrebbe essere Uc de Saint Circ, famoso trovatore occitanico attivo alla corte dei da Romano, e un personaggio che, a tutt'ora, non si riusciti a ravvisare con certezza. Il mistero che circonda la sua identità mi ha spinto a costruire una trama fosca quanto basta a far rivivere a noi contemporanei le indubbie, atroci cupezze delle atmosfere medievali. Non c'è bisogno di aggiungere che l'invenzione letteraria di queste poche pagine non intende togliere valore a questo affresco, la cui bellezza e unicità rimangono intatte.
... continua ...
History and Mistery

Le favole del 7° piano - GRIGINO IL CAVALLINOScarica il Racconto in formato PDF
RCS Libri - 2007


Era piovuto tutta la notte e Grigino aveva freddo. Lì, dentro alla stalla, la paglia non bastava a riscaldarlo e la sua mamma era tutta spostata verso la parete di legno, vicino al papà e al fratello. La mamma si chiamava Bianca e il papà Nerone mentre suo fratello si chiamava Fulmine. Tutti bei nomi, gli sembrava, eccetto il suo: perché mai lo avessero chiamato Grigino, proprio non lo capiva. Forse dipendeva dal colore del suo mantello che era, per l'appunto, di un grigio sporco, punteggiato qua e là da piccole macchie nere. Forse era a causa del suo brutto nome, forse a causa di tutte quelle macchie, ma era sicuro che la mamma e il papà non gli volessero bene. Il fratello aveva sempre tutte le loro attenzioni, mentre lui, perfino quando andava dalla mamma a succhiare il latte, non riceveva mai una coccola. Lei stava lì infastidita e, appena finita la poppata, se ne andava in fretta, senza nemmeno dargli una leccata sul muso. Anche il papà non lo degnava di uno sguardo e anzi, giusto una settimana prima, lo aveva sentito parlare con la mucca Carlina e dirle che suo figlio era talmente brutto che il padrone aveva in mente di venderlo. Carlina aveva scosso la testa, bofonchiando qualcosa che non aveva capito. Aveva gettato uno sguardo compassionevole verso di lui e se n'era andata nel prato, dove la attendeva il suo pasto di margherite. Si era spaventato a morte. Lui non voleva andare via di lì, da quella bella stalla e da quel grande recinto dove aveva imparato a camminare. E poi, anche se non gli volevano bene, preferiva restare con la mamma e il papà e anche con Fulmine: lo trattava con sufficienza, è vero, ma era pur sempre suo fratello. Osservando quello che faceva lui, avrebbe potuto imparare ancora molte cose, come scacciare le mosche con la coda, bere al ruscello senza cadere nell'acqua o trottare sul sentiero senza inciampare nei sassi. Adesso, alzandosi tutto intorpidito dalla paglia umida, si avvicinò alla mamma per avere un po' di calore e un po' di latte. Bianca, che lo aspettava, lo guardò distratta e gli disse: "Da oggi, ti darò il latte solo una volta al giorno: è ora che cominci a mangiare la biada, come noi. Sei grande ormai e, anche se sei molto meno sveglio di tuo fratello, ti devi comportare come un cavallo normale.". Grigino la guardò smarrito. Cosa voleva dire che era meno sveglio di Fulmine? Ma lui era un cavallino piccolo, santo cielo! Una grossa lacrima gli scese dall'angolo dell'occhio e scivolò veloce verso la bocca. Un'altra la seguì e un'altra ancora, finché il latte che gli bagnava le labbra non prese un gusto salato. Continuò a succhiare, ma il sapore non era più lo stesso. Si staccò dalla mamma e lei uscì, scrollando la criniera. Grigino rimase lì, incerto sulle zampe. Era molto triste. Tentò anche lui di scuotere la criniera, ma era fatta solo di pochi peletti dritti e la scrollata gli riuscì poco convinta. Mortificato, uscì e si avviò verso il prato che fiancheggiava la stalla. "Eccolo qua il nostro Grigino!" esclamò la mucca Carlina vedendolo arrivare "Cosa ci fai qui dalle mie parti? Ti hanno mandato via? Vieni, Grigino, vieni con me che andiamo un po' più in là: dobbiamo parlare noi due.". Grigino la seguì, timido. Carlina era una mucca molto grossa e aveva due grandi mammelle sempre piene di latte. La coda, di cui andava molto fiera, arrivava quasi fino a terra. Gli occhi, grandi e castani, erano contornati da ciglia folte e ricurve, mentre le sue orecchie rotonde si muovevano in continuazione. "Perché muovi sempre le orecchie, Carlina?" chiese Grigino, osservandola stupito. "Ma perché così ascolto meglio! Sono curiosa, sai, e, credimi, a questo mondo è meglio essere curiosi che indifferenti, almeno sai che cosa ti aspetta! Tu, per esempio, lo sai perché i tuoi genitori non ti vogliono bene?" Grigino la fissò. "No, e, anzi, volevo proprio chiederlo a te." "Ecco" rispose Carlina sventolandogli affettuosamente la coda sul muso "non è che non ti vogliano bene veramente, è che quando sei nato si aspettavano che tu fossi, come dire?, più carino, più robusto. più bello, insomma! E allora, vedendoti così mingherlino, temono che il padrone voglia disfarsi di te. Sai quanto è stupido il padrone, con tutte le sue fisime sul colore del mantello, sull'altezza al garrese e tutte le sciocchezze di cui parla sempre con quei signori e quelle signore che vengono in visita. Pensa che una volta ne ha portati da me una decina e, uno alla volta, gli ha fatto tastare le mie mammelle per far vedere quanto fossero gonfie di latte: se solo fossi stata una mucca meno educata, li avrei presi tutti a calci! E invece sono rimasta lì, buona buona, ad aspettare che avessero finito. Vedi, con il passare degli anni si diventa pazienti e io sapevo che se mi fossi ribellata, il padrone me l'avrebbe fatta pagare in qualche modo. Il fatto è che mentre io sono abbastanza vecchia per capire queste cose, i tuoi genitori sono ancora molto giovani e inesperti e, soprattutto, hanno paura. E'solo per questo che ti tengono in disparte, perché non vogliono soffrire se un domani dovessero perderti." Immobile sulle zampe ancora sottili, Grigino la guardava a bocca aperta. "Su, su" riprese Carlina "non ti demoralizzare. Se vuoi, conosco un modo per rimettere a posto le cose." "E quale sarebbe?" disse Grigino con voce tremante. "Se te lo dico, mi prometti di non farlo sapere a nessuno?" Grigino annuì. "Me lo devi promettere, non basta dire di sì" aggiunse severa Carlina. "Lo prometto." "Bene, allora. Dunque: lo sai che là in alto sulla collina, dietro il boschetto di querce c'è uno stagno? L'hai mai visto?" "No, ma mi sembra che una volta ci sia andato Fulmine: ha detto che è pieno di ranocchi che saltano da una riva all'altra." "E tuo fratello ci ha mai messo le zampe dentro quello stagno?" "Non credo, anzi, diceva che tutti quei ranocchi gli facevano ribrezzo." "Ah, ah, tipico di Fulmine! Ma lasciamo perdere, che è meglio. Allora, ascolta. Quello è uno stagno magico e i ranocchi fanno parte della magia." "Cosa significa 'magia'?" "Significa che lì possono succedere delle cose che non succedono da nessun'altra parte. Ma, attento: solo chi è molto buono può essere ammesso alla magia. Tu credi di essere abbastanza buono?" "Non so cosa vuol dire essere buono, Carlina. Io." "Lo sei, lo sei!" disse Carlina, agitando le orecchie "La tua risposta lo dice da sola! Ascoltami, dunque. La prossima notte di luna piena dovrai andare allo stagno e fermarti sulla riva: starai lì senza fiatare, fino a quando non vedrai comparire un ranocchio grosso grosso. E' il re dei ranocchi e ti parlerà: non so che cosa ti dirà, ma tu dovrai fare tutto quello che ti ordina. Lui sa sempre di che cosa hanno bisogno quelli che gli si rivolgono e tu non dovrai dirgli nulla, dovrai solo ascoltare e obbedire, anche se ti sembrerà che quello che ti viene richiesto sia impossibile da fare. Hai capito bene?" Grigino fissava Carlina con gli occhi sbarrati. "Ma. io non sono mai andato così lontano da solo! E di notte, poi. E quale sarà la magia del re ranocchio per farmi voler bene dai miei genitori?" Lo sguardo di Carlina si fece severo. "Io ti ho detto quello che devi fare, non ti ho detto che cosa succederà. Se ti fidi di me vai, altrimenti, amici come prima." Con uno svolazzante colpo di coda, Carlina si voltò e riprese a pascolare fra l'erba. Grigino la fissò e tirò su col naso. "Va bene, ci andrò" disse, raccogliendo tutto il suo coraggio "Ma, non puoi accompagnarmi tu la prima volta? Non so nemmeno dov'è lo stagno." Carlina voltò il muso affondato in un cespuglio di margherite e lo guardò di sotto in su: la sua occhiata fu più eloquente di tante parole. "Se vuoi cambiare la tua vita devi fare tutto da solo: senza la volontà, la magia non può niente." Il colloquio era finito. Grigino tornò sui suoi passi adagio, riflettendo. In fondo, che cosa avrebbe avuto da perdere se avesse seguito il consiglio di Carlina? Niente. Al massimo avrebbe avuto un po' di paura a raggiungere lo stagno di notte. Forse sarebbe stato meglio andarci prima di giorno, giusto per non sbagliare strada col buio. E poi, se la mamma si fosse svegliata e si fosse accorta che non era nella stalla? Cosa sarebbe successo allora? Cercò di non pensarci ed entrò nel recinto. La luce chiara della luna illuminava il sentiero. Sebbene Grigino riuscisse a distinguere quasi tutto intorno a sé, ogni ciuffo d'erba, ogni sasso, ogni albero rappresentava un ostacolo per la sua salita verso la cima della collina. Avanzava cauto, attento a cogliere ogni rumore nel silenzio della campagna: aveva paura che Bianca e Nerone si fossero accorti della sua fuga e lo inseguissero. Ma tutto taceva: solo i grilli cantavano la loro melodia, come ogni notte. In lontananza, dall'altra parte della vallata, di tanto in tanto si udiva l'abbaiare cupo di un cane. Ansimando, un po' per la fatica e un po' per la paura, Grigino svoltò alla terza quercia, come aveva già fatto due giorni prima, quando, in pieno giorno, aveva raggiunto lo stagno. Era stato bello, allora. Alla luce del sole, l'acqua brillava, solcata da strani, lunghi insetti che ne sfioravano veloci la superficie. I ranocchi, nascosti sotto le foglie dei cespugli, gracidavano tutti insieme, riempiendo l'aria di un suono assordante. Lui si era mantenuto distante dalla riva: al riparo della quercia, era rimasto ad osservare per qualche minuto, poi se n'era andato, contento di aver scoperto un luogo così bello. Ora, però, con il buio, non era più tanto tranquillo. I ranocchi non si sentivano: forse dormivano. Avanzò piano fino alla sponda e si fermò. La luna si rifletteva nell'acqua, rotonda e bianca. C'era silenzio, lassù non si sentivano più nemmeno i grilli. Grigino allungò il collo verso lo stagno, ma non vide nulla. Deluso, stava già per ritornare sui suoi passi, quando all'improvviso tutta la superficie dell'acqua si increspò e, proprio sul sasso su cui posava gli zoccoli, comparve un enorme ranocchio. Era marrone, con grosse macchie verdastre sul dorso e continuava a gonfiare e sgonfiare la gola. Grigino fece un balzo indietro e si bloccò. "Beh, non avrai mica paura di me, vero?" gracidò il ranocchio "Guarda che sono molto più piccolo di te e, se solo tu volessi, potresti schiacciarmi con uno dei tuoi zoccoli, lo sai Grigino?" "Come fai a sapere il mio nome?" balbettò Grigino con un filo di voce. "Lo so, lo so, io so tante cose. Ma piuttosto, dimmi, cosa sei venuto a fare qui?" "Beh, io. E' stata la mucca Carlina a dirmi che avrei potuto. ma se ti disturbo, me ne vado subito." "Ah, già, Carlina. mucca simpatica. E' da un po' che non la vedo. L'ultima volta che è stata qui, abbiamo fatto una bella chiacchierata: tra una ruminata e l'altra, mi ha raccontato un sacco di cose della fattoria. Peccato che non venga più spesso. Ma torniamo a noi. Allora, qual è il tuo problema?" "Non so se ho un problema, come dici tu, ma è che sono triste perché la mia mamma e il mio papà non mi vogliono bene. Dicono che sono brutto con questo colore addosso e con tutte queste macchie, e che forse il padrone mi venderà." "Ma non farmi ridere! Chi vuoi che ti venda, solo perché sei un cavallo pezzato!" "Cosa vuol dire pezzato?" chiese Grigino. "Vuol dire che il tuo mantello ha delle macchie." "Ecco, appunto, è perché sono macchiato che nessuno mi vuole! Mio fratello, invece, ha un bel colore uniforme e il suo pelo è lucido, e infatti tutti lo ammirano e gli vogliono bene." "Tu, più che un cavallo pezzato, mi sembri un cavallo stupido! Ma non sai quanti altri cavalli esistono come te al mondo? E io allora, cosa dovrei dire io?! Anch'io sono pieno di macchie e per di più sono viscido e nessuno mi vuole toccare perché faccio ribrezzo! Eppure sono il re dei ranocchi! E allora? Guarda che a piangersi addosso non si combina niente di buono: la vita va presa di petto, Grigino, non bisogna mai avere paura di niente. E poi, insomma, francamente non vedo il motivo di tanta tristezza." Grigino tacque, deluso. Era stato tutto inutile, aveva fatto male a dare retta a Carlina: quel ranocchio sarà stato anche un re, ma non gli sembrava niente di speciale. Sospirò: il fiato uscì denso dalle sue froge e formò una nuvoletta di vapore sotto la bocca. Stava già pensando di salutare educatamente e di andarsene, quando il ranocchio riprese a parlare. "In ogni caso, siccome sei un bravo cavallino e sei ancora molto piccolo, se vuoi ti aiuterò." Gli occhi bruni di Grigino si spalancarono per la sorpresa. "Allora, vuoi entrare nella magia oppure torno a dormire?" chiese ancora il re dei ranocchi. "Sì, certo che voglio" rispose Grigino "ma cosa devo fare?" "Devi entrare nello stagno." "Entrare nell'acqua?! Ma io ho paura! Non sono mai entrato nell'acqua: e se poi non riesco più ad uscire? Se annego? Non so nuotare, io!" "Dunque, a parte il fatto che sei un fifone e che questa non è una buona cosa per un cavallo, ti faccio notare che questo è uno stagno, non un lago. Il fondo di questa pozza melmosa non arriva al tuo collo: non potresti annegare neanche se lo volessi. E comunque, la mia magia richiede che tu faccia il bagno qui, nel mio stagno. Sta a te decidere." Grigino guardò a lungo il ranocchio, poi, incerto, mosse un passo verso l'acqua. "Ecco, bravo. Adesso vieni, metti uno zoccolo davanti all'altro e entra nel mio regno." Con un balzo agile, il ranocchio saltò su un sasso un po' più lontano e rimase immobile ad aspettarlo. Grigino avanzò. Piano piano, un passo dopo l'altro, entrò nell'acqua fangosa: tremava dal freddo. "Ecco, avanti così, bravo..." lo incitava il re dei ranocchi dal suo sasso. L'acqua era arrivata al garrese. Grigino si arrestò. "Ti ho forse detto di fermarti?" chiese irritato il ranocchio. "No" balbettò Grigino "ma. qui l'acqua è profonda, non vorrei." "Devi arrivare nel centro dello stagno! Fai ancora quattro passi, fino a che ti resterà solo la testa fuori dall'acqua! Obbedisci! A questo punto la magia non può più essere annullata!" gracidò più forte il re dei ranocchi. Grigino avanzò ancora. Era terrorizzato: temeva che, da un attimo all'altro, il fondo fangoso lo avrebbe inghiottito. Finalmente giunse nel mezzo: solo il suo collo emergeva dall'acqua. "Va bene qui?" chiese con voce spezzata dalla paura. "Sì, sei nel punto giusto" rispose il ranocchio "Adesso ascolta bene: fai sette respiri lunghi, poi solleva gli occhi verso la luna e, subito dopo, immergi la testa nell'acqua." Grigino, talmente spaventato da non avere nemmeno la forza di emettere il più lieve dei nitriti, fissò i suoi occhi in quelli rotondi del ranocchio e cominciò a respirare. Uno, due, tre, quattro cinque. A poco a poco il mondo intorno a lui prese un'altra forma: il re dei ranocchi stava diventando sempre più grande, tanto che il suo corpo occupava tutta la sponda. Gli steli d'erba, fino ad allora quasi invisibili nel buio, adesso erano alti come alberi. I sassi sembravano dirupi che sprofondavano nell'acqua e l'acqua saliva, saliva, saliva. Sei, sette. La testa di Grigino scomparve sotto la superficie dello stagno. Allora, il re dei ranocchi emise un gracidio acuto, diverso da tutti gli altri, a cui risposero altri mille gracidii, provenienti da tutti gli stagni del mondo. Per un attimo, l'aria fu piena di quei gridi e di nient'altro. Poi tutto finì. Grigino riemerse. La sua testa grondava acqua. Si guardò intorno, stranito. Il ranocchio era ridiventato piccolo come prima. Piano piano, Grigino staccò gli zoccoli dal fondo melmoso e, a fatica, riguadagnò la sponda. Tremava, ma, nonostante tutto, gli sembrava che le sue zampe fossero più salde sul terreno. Si scrollò forte e i peletti della sua criniera spruzzarono goccioline tutto intorno. Voltò la testa a guardarsi il dorso. Era bagnato e non aveva più macchie: il mantello era tutto grigio. Sbalordito allungò il collo a guardare ancora: alla luce della luna, il suo corpo riluceva come argento. "Non ho più le macchie, re dei ranocchi, non ho più le macchie!" Il suo nitrito di gioia si levò alto per tutta la vallata. "Zitto, Grigino, o ti sentiranno fino alla stalla! Non sei più un cavallino pezzato ora: sei contento? Hai visto che la mia magia ha funzionato? Te lo avevo detto che non bisogna mai avere paura." Senza rispondergli, Grigino abbassò la testa, piegò le zampe anteriori, si chinò sull'erba e allungò la punta della sua lingua rosea sulla schiena del ranocchio. Quella carezza umida lo fece rotolare su se stesso due volte. Quando infine riuscì a rimettersi in equilibrio sulle zampette corte, scoppiò in una sonora, gracidante risata. "Ma guarda un po', se dovevo finire accarezzato dalla lingua di un cavallo! Io, il re dei ranocchi! Non si finisce mai di imparare a questo mondo! Dunque" continuò, cercando di ritrovare la sua dignità di re "adesso puoi andare. Vedrai che da oggi in poi le cose cambieranno, ma ricordati una cosa molto importante: il rispetto degli altri non si guadagna se prima non si ha rispetto per se stessi." "Cosa vuol dire?" chiese Grigino. "Vuol dire, per esempio, che se ti vedi brutto, ti vedranno brutto anche gli altri, oppure che se pensi che nessuno ti voglia bene, tutti penseranno che tu non meriti il loro affetto. Hai capito, Grigino? Ma adesso basta fare domande, è ora che torni dalla mamma!" "Sì, ma. e tu? Come potrò mai ringraziarti per avermi dato questo bel mantello d'argento?" "Non è me che devi ringraziare, ma il tuo coraggio: te lo avevo detto che ad avere paura non si combina mai niente di buono!" Il re ranocchio si rizzò sulle zampette posteriori e, con un balzo fulmineo, si tuffò in mezzo allo stagno. I cerchi concentrici formati dall'acqua brillarono per qualche attimo alla luce della luna, poi la superficie increspata dello stagno si calmò. Grigino si voltò e tornò verso la stalla, stando attento a non farsi sentire da nessuno: il suo incontro con il re ranocchio avrebbe dovuto rimanere un segreto fra lui e la mucca Carlina. "Nerone, torna qui, presto! Vieni a vedere cos'è successo!" Bianca fissava Grigino con gli occhi spalancati per la sorpresa. Poco prima, Nerone e Fulmine erano usciti nel recinto. Mentre aspettava che Grigino si avvicinasse per la poppata, un improvviso raggio di sole si era insinuato fra le assi del tetto e aveva illuminato il corpo di suo figlio. Bianca era rimasta senza fiato: il mantello di Grigino era diventato di un bel grigio chiaro, lucente come l'argento. Pensando di aver visto male nella penombra della stalla, aveva fatto un intero giro intorno a lui, esaminandone attentamente il pelo, in cerca delle macchie nerastre. Non c'erano più. Dopo un istante di stupore, Bianca aveva lanciato quel possente nitrito per richiamare Nerone. Grigino, incerto sul da farsi, era rimasto in piedi, in attesa: aveva fame ed era stanco perché aveva dormito male. Aveva sognato la mucca Carlina che danzava nello stagno: le sue zampe non affondavano nell'acqua ma ci scivolavano sopra come se la superficie fosse stata di ghiaccio e il re ranocchio, in bilico sulla sua schiena, gracidava forte forte. A un certo punto, un raggio luminoso sottile come un filo si era staccato dalla luna ed era sceso fino al centro dello stagno: allora il re ranocchio ci era saltato sopra e si era lasciato trasportare verso il cielo. Grigino si era svegliato di soprassalto e non era più riuscito a riprendere sonno. Chissà se il re ranocchio era davvero andato sulla luna, facendo un'altra delle sue magie? Ora, mentre ascoltava il suo stomaco gorgogliare per la fame, Grigino guardava la mamma. Era immobile davanti a lui e i suoi occhi erano umidi, come se da un momento all'altro dovesse piangere. D'un tratto, gli si avvicinò e, dopo avergli strofinato il muso sul dorso, si piegò di lato avvolgendogli la testa con la criniera bionda. "Mi fai il solletico, mamma!" nitrì piano Grigino, senza tuttavia spostarsi di un centimetro da quella posizione. Timidamente, alzò la testa e strusciò un'orecchia contro il fianco di Bianca. Lei sorrise e, dopo un ultimo sguardo amorevole, si diresse verso la porta della stalla. Grigino stava per seguirla, quando, da un buco nella parete di assi vide spuntare il muso della mucca Carlina: in realtà era solo mezzo muso perché il buco non era così grande da contenerlo tutto. "Allora, è andato tutto bene, vero?" gli sussurrò, strizzandogli l'unico occhio visibile. "Oh sì, Carlina, e sono così felice!" "Vedi?, lo sapevo che eri un bravo cavallino e che ti saresti meritato l'aiuto del re ranocchio! Sono proprio contenta, ma adesso corri, vai dalla mamma. Ah, e poi. quando vuoi chiacchierare un po' sai dove trovarmi!" Grigino si voltò e uscì. Poco più in là Bianca lo attendeva con la criniera al vento. Quando lo vide arrivare, sventolò la coda e gli si fece incontro. Il sole, adesso, illuminava tutta la campagna e sulla collina, dietro il boschetto di querce, l'acqua dello stagno brillava di mille riflessi. Da sotto il suo sasso, il re ranocchio gracidò una sola volta, poi, soddisfatto, si rimise a dormire.
... continua ...
Le favole del 7° Piano

IL SOGNO DI TAREKScarica il Racconto in formato PDF
Racconto per Repubblica “L’Estate degli Scrittori” - 2004


Tarek si incamminò lungo la strada che arrivava in piazza del Duomo. Era stanco e quei pantaloni troppo larghi che gli avevano dato i frati di San Francesco continuavano a scendergli lungo i fianchi. Aveva fame. La pastasciutta che aveva mangiato alla mensa dei poveri era talmente diversa dal cibo a cui era abituato, che l' aveva lasciata quasi tutta nel piatto: non che non fosse buona, ma aveva un sapore così strano e poi tutto quel rosso che pareva sangue~ Qualche metro più avanti si apriva un giardino contornato da una cancellata. Dentro, qualche panchina, molte cartacce e qualche chiazza d' erba bruciacchiata dal calore del sole estivo. A giudicare dalla luce sempre più opaca, dovevano essere all' incirca le otto di sera. Dalle finestre aperte delle case, filtravano i lampi azzurrini delle televisioni accese e nell' aria ferma si diffondevano le voci querule dei giornalisti che leggevano i notiziari. Entrò nel giardino: non c' era nessuno. In fondo, dietro una costruzione bassa, un grande albero allungava i suoi rami su un muro di mattoni. Si sedette sull' erba e appoggiò la schiena sull' edera che si abbarbicava lungo il muro. Non sapeva che cosa avrebbe fatto quella notte, né l' indomani: per il momento aveva solo bisogno di riposare. Un cane, sbucato da chissà dove, comparve poco lontano da lui: con un fremito di disgusto, osservò quell' essere impuro che gli si avvicinava. L' animale si accostò cauto alle sue scarpe sformate, si fermò, le annusò, poi, dopo un attimo di esitazione, si allontanò verso un cespuglio e orinò. Poi scomparve. Tarek respirò a fondo. L' odore dolciastro di quell' erba stenta gli rammentò quello del suo villaggio. A poco a poco si tranquillizzò. Gli occhi gli si chiusero. Davanti alle sue palpebre serrate cominciarono a formarsi immagini confuse: il volto di sua madre velato dallo chador, gli occhi curiosi del suo fratellino più piccolo, il fuoco che divampava dal motore dell' auto incendiata sulla strada, i due corpi carbonizzati che sporgevano irrigiditi dalle lamiere contorte~ All' improvviso, si sentì sfiorare una spalla. Accucciato di fianco a lui, un uomo lo guardava: aveva un abito lungo e scuro, quasi uguale a quello dei frati di San Francesco. «Da dove vieni?», gli chiese. Pur conoscendo così poco l' italiano, Tarek capì il significato della domanda: com' era possibile? Spaventato, si guardò intorno con l' intenzione di fuggire, ma si fermò subito. L' albero non c' era più: al suo posto, i rami più bassi di un ciliegio e di un pruno sfioravano un lungo filare di vite. Più in là, scorreva una piccola roggia. L' uomo accanto a lui sorrise benevolo. «Vedi?,» disse «questa è la braida di Porta Romana, che coltiviamo noi monaci di San Pietro. Vieni,» aggiunse, prendendolo per il gomito «vieni con me: non vorrai passare la notte qui, vero? Ti accompagno al nostro ospizio: è appena qui dietro e lì mangerai un po' di zuppa insieme agli altri pellegrini e avrai un pagliericcio dove dormire. Vieni, Tarek, vieni~». Tornando a chiedersi come gli fosse possibile comprendere tanto bene quella lingua straniera e come facesse quell' uomo a conoscere il suo nome, lo seguì, frastornato. Oltrepassarono l' arco d' ingresso alla braida e uscirono: la strada di prima non c' era più. Un dedalo di vicoli su cui affacciavano casupole diroccate si aprì davanti a lui: Tarek si sorprese a pensare a quanto quel luogo assomigliasse alla parte più vecchia del suo villaggio. «Ecco, siamo arrivati». Dietro un basso muro di mattoni svettava la parte superiore della facciata di una chiesa. «Questa è la cappella di San Pietro» spiegò il monaco «e questo è il nostro ospizio. Vedi?, laggiù c' è la foresteria. Aspettami qui, torno fra un attimo». Tarek lo vide scomparire oltre una porticina. Rimasto solo, cominciò ad avere paura.. Cosa ci faceva lì? Dov' era finita la strada con le rotaie del tram, dov' erano finiti i negozi, le auto, la gente?~ Cos' era tutto quel silenzio? Si voltò e uscì in fretta. Si mise a correre, senza sapere dove andare. Dov' era il giardino? In quel labirinto di vicoli si era perso. Con il cuore in gola tornò sui suoi passi e inaspettatamente si ritrovò davanti alla braida. Entrò e, correndo ancora, arrivò fino al muro opposto: qui, rannicchiandosi nell' angolo più in ombra, si sedette. Lì non lo avrebbe visto nessuno. Chiuse gli occhi. La luce del sole baluginò dietro le sue palpebre serrate. Le sollevò a fatica e le sue pupille si ritrovarono a fissare la corteccia grigiastra del grande albero. Si alzò di scatto. L' erba secca era ancora lì sotto i suoi piedi, le panchine erano al loro posto. Il suono perentorio della sirena di un' autoambulanza si stava avvicinando, accompagnato dal clacson isterico di un' auto. Sbalordito, finalmente capì: si era addormentato e aveva dormito tutta la notte. Quello strano incontro che gli pareva di aver fatto non era stato altro che un sogno. Sospirò di sollievo e uscì dal giardino, incamminandosi verso la direzione da cui era venuto. Aveva appena oltrepassato l' entrata di un garage, quando il suo sguardo cadde su una piccola chiesa che, la sera prima, non aveva notato. La osservò, incerto. Era semidiroccata e il portone era sbarrato. Si avvicinò. Un cartello giallo issato su un tubo di ferro scrostato recava una scritta. Non riuscì a leggerla: quei caratteri non avevano nessun significato per lui. Lasciò perdere e continuò per la sua strada. La vecchia che lo seguiva di pochi passi e che lo aveva visto soffermarsi davanti al cartello, sorrise stupita. "Rob de matt!" pensò "Adess anca i vù cumprà se metten a vardà la giesa del nost San Pedrin! Eh, l' è propi vera, el mund l' è adré a girà a l' incuntrari!"
... continua ...
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