Bibliografia
LA FESTA - Racconto inedito
Ecco che ricomincia la musica. Questa volta è un lento. Meno male, così posso riposarmi un po’. Sono tutta sudata, dopo la sfilza di twist e madison che ho ballato con gli altri. Mi siedo su una delle panche vicino al muro e cerco di riprendere fiato: devo essere spettinata e mi sento le ascelle appiccicate al vestito. Quanto lo odio questo vestito verde! ‘Le faccia uno chemisier’ aveva detto la mamma alla sarta ‘ormai è grandina e un bell’abitino classico è quello che ci vuole, sa, per le occasioni importanti…’. Bella roba! Intanto il colore: verde bottiglia, neanche fossi una vecchia di trent’anni. Poi questo collo fatto come quello delle camicie di papà che scende duro e rigido contro il seno… Il seno. Già ne ho pochissimo, con questa apertura stretta e severa, si vede ancora di meno! E poi la gonna: tutta diritta, che non riesco nemmeno a fare un passo un po’ più lungo… Io l’avevo detto alla mamma che l’avrei voluta a pieghe la gonna, così, quando ballavo, la stoffa si sarebbe gonfiata intorno alle gambe, come i costumi delle ballerine a teatro, ma lei no, lei a dire che non sarebbe stato adatto alla mia età. ‘Troppo da grande’ aveva deciso ‘E poi, non vorrai mica andare a ballare a tredici anni!’. Eh già, ma l’abito è stato fatto più di un anno fa! Come se a casa mia si rinnovasse il guardaroba ogni anno! E adesso? Non ne ho forse quattordici di anni, non sono forse qui a ballare a una festa? Mi ricordo che quando la sarta mi ha fatto la prima prova mi è venuto da piangere: sembravo una suora. La signora Martini doveva aver capito che il vestito non mi piaceva perché ha proposto alla mamma di svasare un po’ la gonna, lasciandola più morbida, ma la mamma è stata irremovibile. Allora la sarta, senza dirle niente, ha fatto l’unica cosa possibile per rendere l’abito un po’ più giovanile: togliendosi gli spilli di bocca, ad uno ad uno li ha tutti puntati di nuovo lungo l’orlo, rendendolo più corto. La mamma non si è accorta di niente e solo dopo, a vestito finito, ha realizzato che ‘lo chemisier’, come lo chiama lei, non arrivava a coprirmi le ginocchia. Quanto si è arrabbiata con la Martini! Le ha telefonato dicendole che lei non ha mica i soldi da buttare via e che un abito deve durare e che, una volta cucito e stirato, il segno dell’orlo rimane fissato sul tessuto e che, anche a volerlo allungare, poi si vede la riga… Io ero in cucina e ho ascoltato la telefonata: non so che cosa abbia risposto la Martini alla sua sfuriata, ma dal tono sempre più gelido della mamma suppongo che abbia preso le mie parti. Quando è tornata ai fornelli, la mamma era pallida e non ha più parlato. In ogni caso, dalla Martini non ha fatto fare più niente, né per lei né per me. E adesso, con questa stoffa stretta intorno alle cosce non posso nemmeno allungare le gambe per far riposare i piedi. Ho sete, berrei volentieri un’aranciata, ma sulla pista ci sono solo tre coppie che ballano e non ho voglia di attraversarla tutta per andare al bar, mi guarderebbero tutti… Ecco, il lento è finito, adesso forse posso andare… Oh no, sta arrivando Ugo! E viene proprio verso di me! Ma cosa vuole, con quel sorriso cretino stampato sulla faccia? E’ sudato anche lui e i capelli gli si sono appiccicati sulla fronte. Com’è buffo! Ha gli occhiali storti sul naso e la camicia gli esce dalla cintura dei pantaloni: non so se ho mai visto uno più goffo di lui.
“Senti, pensavo, non è che vorresti un’aranciata? Sai, fa un caldo qui dentro… Io ho una gran sete, e tu?”. “Beh, veramente anch’io, volevo proprio andare al bar…”. “No, no, stai qui, vado io a prenderla per tutti e due!”. “Ma…”. Niente, è già schizzato via. E adesso? Cosa succede se me la offre lui l’aranciata? Dopo lo sapranno tutti e penseranno che mi sta facendo il filo… Oddio! E adesso come faccio? Pagargliela non posso, perché poi si offende. E allora? Eccolo che torna. “Grazie”. “Prego”. Certo che come conversazione non è un granché. Bevo a canna e nella foga un po’ di aranciata mi cola lungo il mento. Accidenti a me, sono la solita! Adesso mi asciugo con il dorso della mano. Ma…cosa fa, questo cretino? Mi accarezza il collo? Ma come si permette?! “Aspetta, ti aiuto, prima che ti bagni il vestito…”. La sua faccia è vicinissima alla mia, posso sentire il suo alito: sa di chewing-gum. Con uno scatto mi tiro indietro e mi appoggio al muro. Lui arrossisce e si scosta un po’. Stiamo zitti. La musica è finita, le tre coppie che ballavano tornano a sedersi. Il ragazzo che mette i dischi sul piatto del giradischi è sparito: sarà andato anche lui a bere qualcosa, in fondo è più di mezz’ora che sta lì a far divertire gli altri. Ugo ha finito la sua aranciata. Si china a mettere la bottiglietta vuota sotto la panca poi si raddrizza e mi guarda fisso. “Senti, se il prossimo ballo è un lento, lo vuoi ballare con me?”. E’ ancora più rosso di prima e gli sta venendo un tic sopra l’occhio. Forse se ne è accorto, perché si passa un dito sotto la lente degli occhiali e si sfrega la palpebra. “Sì… va bene… magari aspettiamo il secondo disco, sai, sono un po’ stanca…”. Annuisce e mi sorride ancora. Chissà poi perché vuole ballare proprio con me? Non capisco. Mi avevano detto che Ugo andava dietro a Luciana che, infatti, è seduta dall’altra parte della sala e ci lancia sguardi assassini. Oltretutto lei è molto più carina di me: ha una gonna blu a balze e una camicetta bianca aderente che le mette in risalto il seno, molto più grosso del mio. Non capisco. La musica riprende: è una canzone di Neil Sedaka che conosco quasi a memoria anche se non so cosa vogliano dire le parole in inglese. E’ bella. Mi pento quasi di non aver voluto ballare adesso, chissà cosa sarà il prossimo disco, magari è più brutto… Anch’io ho finito l’aranciata e tengo in mano la bottiglietta vuota. “Dammela, che vado a buttarla via insieme alla mia” dice Ugo, chinandosi verso di me. Ancora quella zaffata di chewing-gum. Si alza e si avvia verso il bar. Resto sola. Luciana mi fissa: adesso ha proprio gli occhi cattivi. Mi fa un sorrisetto acido e poi, indicandomi col dito, si mette a parlare fitto fitto con Cristina che le sta seduta di fianco. Cristina mi guarda e ride, coprendosi la bocca con la mano. Le guardo anch’io, decisa: ma andate a quel paese tutte e due, cosa volete da me, cosa vi ho fatto? Ugo mi invita a ballare. E allora, è forse vietato? Mi sta montando la rabbia. Sposto le gambe e una scheggia della panca si impiglia nelle calze. No! Una smagliatura! Non è possibile! L’unico paio di calze di nailon che ho, e sono già rotte! So solo io quanto ho dovuto faticare per convincere la mamma a comprarmele e adesso… Almeno la smagliatura non corresse giù fino al piede… Macché, è già arrivata alla caviglia! Accidenti, e adesso come faccio? Me la vedranno tutti quando ballo! Ma porca miseria, certo che sono ben sfortunata!… Ecco che torna Ugo. “Allora balliamo?”. La musica è ricominciata, è una canzone sdolcinata di Rita Pavone che non mi piace per niente, ma chi se ne frega, per ballare un lento va bene lo stesso. Ugo mi prende per mano e mi trascina in mezzo alla pista. Per fortuna non siamo soli, stanno arrivando altre coppie, così nessuno vedrà la mia smagliatura. Arriva anche Luciana con Edoardo e mi Guarda di nuovo con quel sorrisetto perfido: mi squadra dalla testa ai piedi e, naturalmente, vede subito la calza rotta. Il sorriso cattivo si allarga: sussurra qualcosa all’orecchio di Edoardo che volta la testa a guardarmi, anzi, a guardare le mie gambe. Ride anche lui. Dio che stronza! “Senti, Ugo, perché non andiamo un po’ più in là a ballare? Sai ho ancora caldo e là in quell’angolo c’è una finestra aperta…”. “Sì, hai ragione, vieni…”. Ecco, così va meglio: Luciana non riesce più a vedermi e qui, in effetti, fa un po’ più fresco. Però, balla bene Ugo: morbido, sciolto, non sbaglia un passo. L’unica cosa è che stringe troppo e poi, senza parere, fa scivolare le mani sul mio sedere e le lascia lì. Adesso cerco di scostarmi un po’… Macché, continua a stringere, anzi, si è praticamente appiccicato al davanti del mio vestito. Posso sentire il suo respiro caldo contro l’orecchio e l’odore persistente del suo alito al chewing-gum mi arriva fino al naso. Ma adesso cosa fa? Con la destra mi spinge il sedere in avanti, mentre con la sinistra mi accarezza il collo, proprio sotto l’attaccatura dei capelli… Cerco ancora di staccarmi, ma non ci riesco, anzi, sono sempre più incollata ai suoi pantaloni… Ma… cos’è questa roba dura che sento contro la pancia? Oddio! Oddio santissimo! Ma cosa fa questo adesso? Si strofina?! Si strofina contro di me?! Ma… “Ugo, staccati un po’, ho caldo…”. Niente. Stringe ancora e, per di più, mi dà i bacini sul collo. “Senti Ugo, forse è meglio che…”. Il disco è finito. Non mi molla. “Ugo, basta, non ho più voglia di ballare!”. Sono seccata e si vede. Finalmente si stacca. E’ tutto rosso e i suoi occhi sono come appannati: ha la faccia di un idiota. “Ma perché non vuoi ballare ancora? Senti? Stanno mettendo un altro lento…”. Non gli rispondo neanche e vado a risedermi al mio posto. Lui resta lì a guardarmi per un momento: è immobile, sembra stranito. Poi, dopo essersi raddrizzato gli occhiali, si avvia verso il bagno. Luciana sta ballando ancora, ma adesso non pensa più a me e alla mia calza smagliata perché ha altro da fare. Una delle mani di Edoardo è sparita dentro la sua camicetta, mentre l’altra le schiaccia il sedere. Le loro teste sono vicinissime e adesso lui la bacia sulla bocca e lei sta lì, attaccata, senza muovere un muscolo. Praticamente non ballano, sono fermi sul pavimento, i piedi strisciano appena di qualche centimetro, solo i fianchi di Edoardo ondeggiano piano. Chissà come sarà essere baciata da un ragazzo? Quasi quasi mi piacerebbe provare… Magari anche Ugo l’avrebbe fatto, se non fossi fuggita… D’altra parte, mi pareva di essere in balia di una piovra! Almeno chiederlo, ‘Posso stringere?’, e invece no, tutto quel brancicare senza motivo e poi tutto quello strofinio di pance… Mah, sarà per un’altra volta! Questa festa mi ha proprio stufato, meno male che fra un po’ vengono a prendermi. Speriamo che la mamma non si arrabbi troppo per la calza smagliata: già non voleva lasciarmi venire, adesso poi… La musica è finita di nuovo. Luciana e Edoardo sono tornati a sedersi, ma non dov’erano prima: sono andati nell’angolo più buio della sala. Cosa faranno lì? Non riesco a vedere. Meglio così, comunque: per lo meno la pianteranno di guardare nella mia direzione e di ridacchiare come due scemi. Mi guardo la smagliatura: adesso è arrivata fino al piede e sulla coscia, proprio dove si è strappato il filo, sento la pelle nuda. Si sta allargando, non c’è dubbio: meno male che non ho continuato a ballare, ancora un po’ e sarei rimasta con una calza sola! Uffa, sono stanca. Ugo non si vede più e anche quei due sono spariti dalla loro postazione in fondo alla sala: ma dove saranno andati? Boh, ma, tutto sommato, chi se ne frega di Ugo, di Luciana e di Edoardo? Domani quella di lettere interroga a sorpresa e non ha nemmeno voluto dirci su quale materia. ‘Farò un paio di domandine a ciascuno di voi, e potrebbero essere di storia, di italiano, di latino o di geografia. Fatevi trovare pronti, ragazzi, mi raccomando…’, ha annunciato la stronza con quel suo sorriso acido stampato in faccia! Sarà meglio che questa notte mi faccia una bella dormita. Ah, ecco la mamma. “Sì, mamma, sono pronta, devo solo prendere il cappotto. No, la mia compagna di banco resta ancora un po’, ma noi andiamo pure: non è che mi sia divertita poi così tanto…”
... continua ...

History and Mistery - L’AFFRESCO 
Edizioni Piemme - 2008
Marca Trevigiana,
Bassano Febbraio 1239
Bertrando uscì dal palazzo. Era frastornato: tutto era accaduto così in fretta da sembrargli impossibile. Barcollando lievemente, si mescolò alla gente che affollava la piazza del borgo, in cui si stava tenendo mercato. La neve, che occupava ancora buona parte dei vicoli circostanti, era stata spazzata dalla spianata dove decine di bancarelle esponevano le loro merci. Nonostante il freddo pungente, le porte delle botteghe a ridosso delle mura erano spalancate: donne e uomini, imbacuccati in guarnacche di pelliccia, indugiavano qua e là, chiacchierando fra loro. Un gran numero di domestici, armati di capaci panieri, percorreva lo slargo soffermandosi davanti ai banchetti, osservando i prodotti esposti, soppesandoli e contrattandone il prezzo. Urtato da qualcuno, Bertrando incespicò: per non cadere, si aggrappò al bordo di una bancarella, affondando involontariamente le mani in un sacco di castagne secche che si sparsero a terra in gran numero. “Guarda cos’hai fatto, asino!” sbraitò inviperita la donna che le vendeva “Adesso me le tiri su una per una e me le rimetti a posto, altrimenti te le faccio comprare tutte! Ma guarda che idiota doveva capitare proprio davanti al mio banco! Dài, muoviti: sono qui a vendere io, mica a tirar sera!” Imbarazzato, Bertrando si chinò, raccolse le castagne e le ripose nel sacco, mormorando una scusa. Lo sguardo arcigno della donna non lo abbandonò un istante: alla fine, quando fu certa che anche l’ultimo frutto fosse tornato al suo posto, esalò un sonoro sospiro e allungò le mani grassocce verso il bordo esterno del banco, tirando più indietro i sacchi delle sue mercanzie. Bertrando si voltò e, cercando di scansare chi gli si parava davanti, oltrepassò la Porta dei Leoni. L’abitazione che aveva affittato era poco più in là, appena fuori le mura, lungo la discesa che, piegando a destra, conduceva verso il fiume. Il proprietario era Mondino di Achilloto, uno degli uomini di masnada di Ezzelino, che, dopo aver abitato lì per qualche anno, si era trasferito in un nuovo palazzo edificato proprio accanto a quello del suo signore, a poche tese dalla rocca. Alle sue spalle, il vociare della piazza si faceva sempre più indistinto. Affrettò il passo e sorrise tra sé, non riuscendo ancora a credere alla fortuna che aveva avuto. Quando qualche giorno prima Achilloto aveva saputo che era pittore, gli aveva chiesto se intendesse fermarsi a Bassano e se avesse già un committente. Di fronte alle sue risposte incerte, gli aveva proposto un incontro con Ezzelino: forse, aveva detto, il signore avrebbe avuto bisogno dei suoi servigi. Ora, ripensando all’atmosfera che aveva respirato all’interno del palazzo, provò un brivido di soddisfazione: in quella dimora sontuosa avrebbe potuto dare il meglio di sé. Dopo aver salito una larga scala di pietra, era stato introdotto in una sala arredata con sobria eleganza: due delle pareti erano ricoperte da cortine di cuoio istoriato con scene di battaglia dai colori vivaci. La terza ospitava un focolare enorme, davanti a cui faceva bella mostra di sé un tavolo di quercia intagliata a motivi di foglie. Alcune panche e un alto scranno, impreziosito da un cuscino di seta gialla, costituivano gli unici altri arredi. Ezzelino lo aveva accolto in compagnia di una donna. Nonostante l’espressione pudica manifestata nei confronti del nuovo visitatore, Bertrando aveva colto nei suoi occhi una malcelata curiosità. ‘E’ mia moglie Selvaggia,’ aveva detto ‘la figlia dell’imperatore Federico.’. Aveva cercato di nascondere la sorpresa e si era piegato in un inchino: poi, in silenzio, aveva ascoltato la proposta che gli veniva fatta. Ezzelino gli aveva detto che, essendo prossima una visita dell’imperatore a palazzo, intendeva rendere la stanza che lo avrebbe ospitato il più consona possibile alla sua dignità regale. Per questo motivo, aveva deciso di fare affrescare una parete con una scena dove apparissero lo stesso Federico e sua moglie Isabella. Gli aveva domandato se si ritenesse in grado di dare corso a un’opera di quel genere, chiedendogli anche quali lavori avesse portato a termine fino ad allora. Fingendo sicurezza, Bertrando aveva descritto l’ultimo affresco completato in una dimora signorile di Arles, spiegando con dovizia di particolari il tipo di tecnica impiegata e il risultato ottenuto. Il signore si era mostrato soddisfatto dalla sua risposta. ‘Bene.’ aveva concluso ‘Fra una settimana sottoporrete al mio giudizio la tavola preparatoria dell’affresco: se sarà di mio gradimento, vi affiderò il lavoro. Non preoccupatevi per la mercede: se l’opera sarà pari a quella che mi avete appena descritto, sarete pagato meglio di quanto non vi sia mai capitato fino a questo momento. Ora venite con me: vi mostrerò la camera in cui dovrete dipingere l’affresco.’ Dopo averla esaminata ed aver espresso il proprio parere sulla parete più adatta ad accogliere il dipinto, era stato congedato, con l’ordine di ritornare di lì a sette giorni. Ora, mentre entrava nel locale che gli era stato dato in affitto, cercava di tenere a bada un’eccitazione crescente. Se davvero avesse potuto eseguire quell’affresco, per un po’ i suoi guai sarebbero finiti: con il denaro guadagnato, avrebbe finalmente avuto una sicurezza economica capace di garantirgli qualche anno di tranquillità. Avrebbe cominciato subito: gli serviva una nuova tavola di ciliegio su cui abbozzare il disegno da mostrare a Ezzelino. Decise che, per dare un’impressione più realistica, avrebbe arricchito lo schizzo con qualche tratto di colore a secco. Avrebbe lavorato anche di notte, se fosse stato necessario: quell’incarico era troppo importante per rischiare di perderlo. Il carboncino scricchiolava sull’asse di legno. La mano si muoveva veloce, abbozzando nuove linee e cancellandone alcune appena tracciate. Di tanto in tanto, con il braccio a mezz’aria, il pittore socchiudeva gli occhi, cercando di dar forma nella mente a un’immagine non ancora definita. Anche se lo aveva visto una sola volta, Bertrando ricordava bene il volto dell’imperatore. Molti anni prima, in occasione di una sua visita a Marsiglia destinata a stabilire nuove regole per i mercanti locali e particolari privilegi per i commerci con la Sicilia, Federico aveva tenuto corte bandita. A quella festa principesca era stato invitato anche Gerardo, il suo maestro, che era stato autorizzato a condurre con sé i due garzoni di bottega. Bertrando, che era appena un ragazzo, era rimasto affascinato da quella cerimonia: mentre i musici cadenzavano le loro melodie su liuti e tamburelli, cavalieri, dame, mercanti e notabili della città rendevano omaggio all’imperatore. Rammentava che, a un certo punto, dieci saraceni avevano fatto il loro ingresso nella grande tenda allestita sulla banchina del porto: fra urla di spavento ed esclamazioni di stupore da parte dei presenti, gli schiavi avevano raggiunto il trono di Federico, trattenendo alla catena leoni, scimmie, leopardi, falchi e perfino un elefante. Dopo l’esibizione del suo serraglio, l’imperatore aveva dato inizio al banchetto, al termine del quale i servi avevano distribuito a tutti i convitati violette candite. Bertrando ricordava bene il sapore inconsueto di quel dolce che la sua bocca non aveva mai gustato prima: e il ricordo era tanto più vivo perché, mentre ancora quella prelibatezza si scioglieva sulla sua lingua, Gerardo era stato condotto al cospetto di Federico. Sebbene lui e l’altro garzone fossero rimasti alle spalle del maestro, Bertrando aveva avuto la possibilità di vedere chiaramente in viso l’imperatore. Gli occhi verdi, pungenti e indagatori, si aprivano su un volto dall’espressione risoluta; l’assenza di barba rivelava una pelle chiara, quasi diafana; i capelli, striati da sfumature rossastre, scendevano folti e riccioluti fino alla base del collo, sfiorando il bordo del mantello di zendado. Per qualche istante, mentre accoglieva l’omaggio di Gerardo, Federico aveva lasciato vagare lo sguardo, fermandolo proprio su Bertrando: lui, spaventato, aveva abbassato gli occhi di scatto e non li aveva più sollevati fino alla fine dell’udienza. Ora, ripensando a quell’occhiata penetrante che lo aveva fatto tremare, Bertrando sorrise: chi l’avrebbe mai detto che l’espressione severa dell’imperatore, rimasta impressa per sempre nella sua memoria, sarebbe stata utile a riprodurne le fattezze sull’intonaco di un affresco? Come avrebbe anche solo potuto pensare di riuscire a restituirne una sia pur vaga rassomiglianza se non lo avesse mai visto? Quell’incontro casuale era stato opera di un destino bizzarro a cui avrebbe dovuto essere grato. Arretrò di qualche passo e osservò la tavola. La figura di Federico era quasi terminata, mancava soltanto l’oggetto che avrebbe dovuto reggere in mano. Ne aveva già parlato con Ezzelino: il signore gli aveva suggerito il falco, l’abituale attributo imperiale, ma lui aveva osato proporre una diversa soluzione, più consona all’ambiente di corte. Aveva detto che, dovendo rappresentare accanto all’imperatore la moglie Isabella, gli sarebbe sembrato più opportuno che Federico fosse ritratto nel gesto di porgerle una rosa. Se un falco doveva esserci, aveva aggiunto, sarebbe stata lei a trattenerlo sulle dita, come simbolica sottomissione ai voleri del suo sposo. Dopo qualche momento di perplessità, Ezzelino aveva accennato un sorriso e aveva dato il suo assenso. ‘Sarà un dipinto diverso dagli altri.’ aveva detto, pensoso. Poi se n’era andato. Depose il carboncino sul bordo del tavolo, e si premette le mani sui fianchi: era stanco e un dolore sordo gli si irradiava dalla schiena alla nuca. ‘E meglio che smetta per una mezz’ora,’ pensò ‘o non riuscirò a proseguire.’ Uscì sulle assi del loggiato e stava per sporgersi a guardare nel vicolo, quando un rumore lo fece sobbalzare. Si voltò: Ezzelino era entrato nella stanza e stava avanzando verso di lui, accompagnato da un ragazzo. “Questo è Zuàn, il più giovane dei miei falconieri. Voglio che nell’affresco sia raffigurato anche lui.” Il pittore non riuscì a nascondere la sorpresa. “Un… un falconiere?” “Sì, un falconiere. Avete qualcosa in contrario a ritrarlo?” Il tono di Ezzelino era minaccioso. “No…” Esitò “Farò quello che desiderate, signore.” Il tiranno lo fissò per un lungo istante. “Bene.” disse “Allora cominciate subito: Zuàn si fermerà qui il tempo necessario a che voi tratteggiate il suo volto, poi tornerà ancora domani e ogni volta che lo riterrete utile. Badate, la raffigurazione deve riuscire somigliante.” Bertrando annuì. Ezzelino lanciò un’occhiata distratta al disegno appoggiato contro il muro e uscì. Il ragazzo guardò attentamente lo schizzo. “Pare bello” disse piano, avvicinandosi alla tavola di ciliegio. Il pittore tacque, infastidito. Cosa diavolo c’entrava un falconiere in quell’affresco? Dove si era mai visto che un uomo di quella fatta comparisse in un dipinto? Per di più, l’aggiunta di un quarto personaggio avrebbe rovinato l’equilibrio generale: quando aveva spiegato al signore che, per salvaguardare la centratura dell’affresco sulla parete, le figure rappresentate non avrebbero dovuto essere più di tre, Ezzelino era sembrato d’accordo. Lui, per parte sua, avrebbe preferito che fossero solo due, Federico e Isabella, ma il signore aveva insistito per aggiungere il suonatore di viella: fin lì poteva anche capire, perché era nota a tutti la sua passione per la musica e la poesia, ma un falconiere, per Dio! Sempre più irritato, osservò le fattezze del ragazzo: non sarebbe stato facile riprodurle fedelmente, quel viso aveva un che di femmineo. Gli occhi a forma di mandorla erano contornati da ciglia lunghe e incurvate che ombreggiavano due iridi azzurre come lapislazzuli; il naso era ben fatto e le labbra piene, che ora erano aperte in un sorriso, scoprivano denti bianchissimi. Dai bordi della cuffia bigia che copriva i capelli sfuggiva qualche ricciolo biondo. “Mettetevi lì,” disse, indicando la parete illuminata dalla luce che entrava dalla loggia “e state fermo.” Zuàn obbedì e, a braccia conserte, rimase immobile, fissando il pittore. Bertrando afferrò il carboncino e, a tratti svelti, cominciò a delineare la figura. La ragazza era in piedi, nuda. Dietro di lei, il saccone di piume dove fino a quel momento aveva aspettato l’arrivo del suo amante recava ancora l’infossatura creata dal suo corpo disteso. Ezzelino si avvicinò e, con un gesto rapace, le afferrò i seni: erano piccoli e sodi. Le dita strinsero i capezzoli, che, a quel tocco rude si inturgidirono. Il signore si piegò e li prese fra le labbra, succhiando. Un gemito di piacere sfuggì dalla bocca della giovane. In silenzio, Ezzelino la spinse verso il giaciglio e la fece sdraiare. Senza togliersi le calze suolate, si sfilò la veste e la gettò a terra. Poi, scostati i due lembi delle brache, espose il membro: la ragazza lo fissò, sorrise e spalancò le gambe. Gli occhi del signore corsero lungo il suo corpo, sul viso, sui seni, sul ventre, sul ciuffo biondo dell’inguine, sulle cosce snelle, fino ai piedi, piccoli e delicati. Li sfiorò e li baciò. Poi, con un movimento sciolto, salì sul giaciglio, si pose sopra di lei e la penetrò. La ragazza chiuse gli occhi, accogliendolo dentro di sé e accompagnando con grazia i movimenti ritmici che la scuotevano. Dallo stambugio adiacente, le note rotonde della viella si diffusero nella stanza, attutite. Come sempre, la giovane ascoltò con gioia quella melodia, grata dell’amore che il suo amante nutriva per la musica: il suono dolce dello strumento a corde rendeva magici quei convegni clandestini, confermandola nella speranza che il suo rapporto con il signore sarebbe durato a lungo. Ezzelino si ritrasse per un momento e, appoggiato sui gomiti, la guardò: era bellissima. I capelli che le incorniciavano il viso erano umidi di sudore e un ricciolo pendeva arrotolato sulla palpebra chiusa. Lo scostò con le dita: la ragazza aprì gli occhi e lui la baciò, esplorandole la bocca con la lingua. Poi la penetrò ancora. Da dove veniva quella musica? Mentre si ripuliva in un cencio le dita nere di carboncino, Bertrando si chiese se fosse Bortolo a suonare quell’aria tanto armoniosa: il musico, che Ezzelino aveva voluto raffigurato nell’affresco, se n’era andato dalla stanza da poco più di un’ora. Ormai aveva finito di ritrarlo e, come sospettava, i suoi tratti grossolani erano stati molto più facili da riprodurre di quelli del falconiere che, nonostante le sue numerose e successive correzioni, continuavano a uscire dal suo carboncino troppo simili a quelli di una donna. Sbuffò, irritato. Coprì la tavola di ciliegio con un telo e la lasciò appoggiata al muro: poi, riposto lo straccio e gli altri strumenti in una cassa, la richiuse a chiave e uscì dalla stanza. L’andito era deserto e in quello spazio lungo e angusto la musica era ancora più percepibile. Incuriosito, mosse qualche passo verso la fonte del suono: non conosceva quell’ala del palazzo e non sapeva dove sarebbe finito. A mano a mano che procedeva, le note della viella si fecero più sonore. Doveva essere un’aria popolare: gli pareva di averla già udita in terra di Francia, dove erano numerosi i musici provenienti dal regno di Sicilia, maestri in quel tipo di melodia. Arrivato in fondo all’andito, si trovò davanti a una porta socchiusa: lì la musica era più forte. Guardingo, spinse l’uscio, che si aprì in uno spiraglio abbastanza largo da lasciargli introdurre la testa. Si sporse e spiò all’interno. Nella penombra, gli parve di scorgere un drappo di cuoio che pendeva fino al pavimento: la musica sembrava provenire da lì. Stava per spostarsi in quella direzione, quando colse un altro suono. Cadenzata allo stesso ritmo della musica, una serie di gemiti alternati a grugniti arrivò ben chiara alle sue orecchie. Stupito, avanzò di qualche passo. In fondo alla stanza, dove dall’alta finestra pioveva la luce del mattino, c’era un giaciglio: un uomo semivestito si agitava sul corpo nudo di una donna, che si muoveva in consonanza con lui. Strizzò gli occhi per vedere meglio. Era Ezzelino, non c’era dubbio: quella barba nera da demone e quel cranio calvo non potevano che essere suoi. Per un attimo, la sorpresa lo paralizzò: quel locale doveva essere lo studiolo privato del signore! E la donna? Non era certo sua moglie! Quei riccioli biondi sparsi sul cuscino erano troppo diversi dai capelli castani di Selvaggia… Si lasciò sfuggire un sorriso. Senza rendersi conto che la musica si era interrotta bruscamente, indugiò a osservare quello spettacolo più a lungo di quanto avrebbe voluto. Quando, con lo stesso lamento straziante di un gatto in amore, la donna si inarcò sul giaciglio e voltò la testa verso di lui, per un lunghissimo istante non capì. Poi, quando la sua mente comprese, raggelò. Nonostante gli occhi chiusi nello spasimo dell’orgasmo, quel volto era ben riconoscibile. Affannato, si voltò e uscì dalla stanza. Scese la scala in fretta e si precipitò nel vicolo. Lo percorse a lunghe falcate e, arrivato alla piazza, la attraversò di corsa, diretto alla casa di Achilloto. “Vi dico che vi ha visto, signore!” La voce di Bartolo era stridula, venata di paura. Sapeva di essere stato lui il responsabile di quel disastro: nella fretta di accordare lo strumento, aveva dimenticato di sprangare la porta, come faceva di solito. Quando, dalla fessura dello stambugio, aveva visto che il pittore era entrato nella camera, aveva smesso di suonare: aveva sperato che l’improvviso silenzio della viella avvertisse in qualche modo Ezzelino del pericolo. Le sue cautele non erano servite: Bertrando aveva avuto tutto il tempo di osservare e, dall’espressione sbalordita del suo viso, era certo che avesse riconosciuto la ragazza. Il signore taceva, tormentandosi la barba con le dita. Era seduto sullo scranno, nella sala grande: di lì a poco, sarebbe arrivato il suo luogotenente a portare notizie da Cremona, dove soggiornava l’imperatore. “E dite” mormorò dopo un tempo che al musico parve interminabile “il pittore ha finito di ritrarvi?” “Sì” rispose Bartolo, concitato “ha già steso il tonachino sulla sinopia e ieri ha cominciato a dipingerlo con il verdaccio: è molto svelto, credo che entro domani il mio ritratto sarà terminato. Mi ha detto che non gli servo più, ormai.” “E le altre figure? A che punto sono?” “Ieri aveva cominciato a tratteggiare i contorni di…” esitò, deglutendo a vuoto “di Zuàn. I ritratti dell’imperatore e sua moglie sono già conclusi, manca solo la pittura d’oro sulla corona di Federico.” Tacque, esausto. Ezzelino lo fissò in silenzio. “Vi ringrazio per avermi avvisato.” disse, con voce incolore “Potete andare, ora.” Bartolo abbassò gli occhi e, senza voltare le spalle al suo signore, rinculò fino alla porta e uscì. Ezzelino si alzò, si avvicinò al focolare e allungò le mani verso il soffio caldo delle fiamme. Una ruga profonda di disappunto gli solcava la fronte. L’imperatore sarebbe arrivato di lì a un mese e nulla avrebbe dovuto turbare il suo soggiorno a palazzo: quella faccenda andava risolta in fretta. La mano di Bertrando tremava e il pennello tracciò una linea sghemba, là dove avrebbe dovuto essere diritta. Ritrasse il pennello e qualche goccia di cinabro cadde a terra. Doveva calmarsi, non poteva permettersi di farsi turbare da quello che aveva visto. In fondo, a lui cosa importava se Ezzelino voleva che la sua amante fosse ritratta nell’affresco? Non era affar suo, come non lo era il fatto che la facesse passare per un uomo: forse era la prudenza nei confronti di Selvaggia ad avergli suggerito quel sotterfugio. Chissà se qualcun altro sapeva? Ripensandoci ora, concluse che l’unico ad essere a conoscenza dei sollazzi che il signore si concedeva con la giovane dovesse essere il suonatore di viella. Da dove, se non dal suo strumento, infatti, poteva provenire la musica che accompagnava il convegno? All’improvviso, un’ondata di gelo gli avvolse la nuca: e se quell’uomo lo avesse visto? Se, nascosto in quello stambugio celato dalla cortina di cuoio, lo avesse notato mentre spiava Ezzelino? Con il braccio a mezz’aria, incapace di muoversi, fissò l’affresco: Ezzelino avrebbe anche potuto ucciderlo. Depose il pennello sul coperchio chiuso della cassa e si sedette sul panchetto. Erano le gambe a tremargli, ora. No, rifletté, non lo avrebbe fatto: mancava poco a che l’imperatore venisse in visita e il dipinto avrebbe dovuto essere finito prima del suo arrivo. Il signore non avrebbe certo potuto trovare un altro frescante che terminasse il lavoro per tempo. Cercò di convincersi che non stava correndo alcun pericolo: tutto sommato, lui era uomo di mondo e poteva ben capire le esigenze di Ezzelino. Quell’uomo era un guerriero e perché di tanto in tanto non avrebbe dovuto calmare i suoi appetiti ancora vigorosi sfogandoli su una fanciulla tanto attraente? Si rialzò, afferrò di nuovo il pennello e ricominciò a dipingere. Il vicolo era deserto. Nel buio, rischiarato a malapena dalla fiamma delle torce infisse sulle mura, Bortolo scendeva verso la riva del Brenta, dove aveva casa. Camminava svelto e, al ritmo dei suoi passi affrettati, la viella appesa alla spalla gli sbatteva contro le natiche. Svoltò l’angolo e si appoggiò al parapetto di sassi: nel silenzio, il rumore della corrente del fiume arrivava chiaro alle sue orecchie. Per un momento si fermò ad ascoltarlo: sembrava musica. Sospirò e si voltò. Nell’oscurità, i suoi occhi colsero un’ombra in movimento, ma non fece in tempo a capire. Si sentì spingere indietro e sbatté contro lo spigolo della spalletta. Gridò e spalancò le braccia per non cadere: una mano gli coprì la bocca, bloccandogli la testa. Mentre annaspava nel tentativo di respirare, una coltellata gli tagliò di netto la gola. Scivolò a terra come un sacco vuoto. Per qualche istante, il respiro gli uscì gorgogliante dalle labbra, poi fu silenzio. Non si accorse di essere sollevato al di là del parapetto, né di essere scaraventato nella corrente del fiume. L’alba era livida. Le nuvole, scure di pioggia, avanzavano da nord e ricoprivano quasi tutto il cielo. L’armigero attese che il suo compagno si allontanasse lungo il camminamento di ronda poi, guardando fermamente Ezzelino, parlò. “Ho eseguito i vostri ordini, signore.” Ezzelino annuì. Estrasse dalla tasca della guarnacca un sacchetto e lo mise in mano al suo uomo. “Badate,” disse “una parola e siete morto.” “Non temete, signore, dalla mia bocca non uscirà nemmeno un fiato.” Con un cenno del capo, Ezzelino lo congedò. L’armigero si girò e scomparve al di là della piccola pusterla che si apriva nella cinta delle mura. Cominciava a cadere qualche goccia di pioggia: Ezzelino si deterse il cranio bagnato con il palmo della mano e si affrettò verso l’interno del castello. Adesso restava il pittore. Era quasi certo che quell’uomo non avrebbe causato problemi: sembrava abbastanza furbo da capire che non gli sarebbe convenuto raccontare in giro quello che aveva visto. E comunque, non prima di finire l’affresco: quanto al dopo, se il denaro che gli spettava come ricompensa non fosse bastato a tacitarlo, avrebbe saputo lui come chiudergli la bocca. Sua moglie ignorava che lui avesse un’amante, e, per quanto lo riguardava, le cose avrebbero dovuto andare avanti così. Non poteva certo permettere che Selvaggia informasse l’imperatore suo padre del fatto che una cortigiana scaldava il letto del marito: era stato anche grazie a quel matrimonio se i suoi rapporti con Federico si erano rafforzati e, considerando quanto gli sarebbe stata utile quell’alleanza in futuro, tutta la faccenda doveva rimanere sotto silenzio. Sorrise tra sé, ricordando la sorpresa della ragazza quando le aveva ordinato di vestirsi da uomo e fingersi uno dei suoi falconieri. All’inizio si era dimostrata riluttante: dopo che lui le aveva fasciato i seni schiacciandoli sotto le bende di lino e le aveva fatto indossare la veste maschile, aveva pianto. Poi, però, quando si era guardata allo specchio che lui le porgeva, aveva cominciato a ridere e c’era voluto del bello e del buono per farla smettere. Si era raccolta i capelli in una crocchia molto stretta e l’aveva nascosta sotto la cuffia bigia da falconiere. Anche se supponeva che nessuno si sarebbe accorto del travestimento, aveva dovuto ricorrere alla complicità di Bortolo per rendere più sicuri i loro convegni. Tutti conoscevano la sua passione per la musica e nessuno avrebbe sospettato che quelle mezz’ore dedicate ad ascoltarla da solo nel suo minuscolo studiolo privato nascondessero qualcos’altro. Tutto era filato liscio fino a una settimana prima e sarebbe continuato così se quell’idiota non avesse dimenticato di sprangare la porta. Peggio per lui: l’importante era che l’affresco fosse portato a termine al più presto e che il viso della sua amante restasse per sempre dipinto sulla parete del palazzo Sospirò e varcò il portale del castello. “Questo è il vostro compenso.” La mano di Ezzelino lasciò cadere una scarsella sul palmo aperto del pittore: era minuscola, ma pesante. “Il vostro lavoro mi ha soddisfatto, Bertrando, e credo che sarà giustamente apprezzato anche dall’imperatore, così fedelmente rappresentato dai vostri pennelli. Come sapete, Federico è in cammino verso la Marca e i miei impegni da oggi fino a quando arriverà saranno tanto fitti da non permettermi di rivedervi. Questo è un congedo: avete qualcos’altro da chiedermi, dunque?” Per un attimo, gli occhi di Bertrando guizzarono verso Selvaggia, in piedi accanto al marito. “No, mio signore.” mormorò. “Bene, è la risposta che mi aspettavo da voi.” sibilò Ezzelino “Se avrò ancora bisogno dei vostri servigi,” aggiunse con un ghigno “i miei uomini sapranno dove trovarvi. Prima di andarvene, lascerete detto dove siete diretto e, di volta in volta, mi terrete informato di ogni vostro spostamento successivo. Mi avete inteso?” Bertrando annuì. Aveva la gola secca e gli mancava il fiato. Si inchinò e, stringendo in mano il sacchetto delle monete, arretrò fino alla porta. Uscì dal palazzo in fretta e furia, rischiando di finire addosso a un domestico che stava entrando: l’uomo barcollò e gli gridò dietro una sequela di improperi, ma lui non li sentì nemmeno, intento com’era a pensare al rischio che aveva corso. Non sapeva cosa fosse successo al suonatore di viella, ma da quando era svanito nel nulla aveva cominciato a temere per la propria vita. Non poteva esserne certo, ma sospettava che la scomparsa di Bortolo da palazzo fosse da collegarsi alla sua visita inopportuna nello studiolo. Da quel giorno non aveva più visto nemmeno Zuàn e, quando aveva chiesto a Ezzelino il permesso di far posare per un’ultima volta il suo falconiere, la sua risposta era stata un secco rifiuto. Credeva di aver capito cosa fosse accaduto, ma gli sembrava un’idea troppo orribile: preferiva pensare che fosse una sua insana fantasticheria. L’indomani si sarebbe messo in cammino per Venezia. Ad Achilloto avrebbe raccontato una menzogna: gli avrebbe detto di essere diretto in Francia. Non intendeva certo far sapere a Ezzelino dove avrebbe potuto trovarlo, nel caso avesse avuto in mente di eliminare anche lui… Chiuse il forziere da viaggio dove teneva tutti gli strumenti della sua arte, sprangò l’imposta che dava sull’altana e trascinò il panchetto davanti alla porta, per bloccarne l’apertura dall’esterno. Aveva paura e avrebbe preferito andarsene subito, ma non poteva: il locatario si sarebbe insospettito per la sua partenza affrettata e poi il pomeriggio si stava già spegnendo nel buio della sera. No, meglio restare lì nella stanza fino ai vespri e, dopo una cena frugale alla solita locanda, cercare di prendere sonno, almeno per qualche ora. Si sedette sul pagliericcio e, fissando la debole lama di luce che filtrava da una fessura tra le assi dell’anta esterna, restò in ascolto, attento a cogliere ogni nuovo rumore. Sospirò. Era certo che la notte sarebbe stata lunga e non sarebbe riuscito a dormire.
Questo racconto, di fantasia nella definizione di alcuni personaggi, si basa, tuttavia, sulla reale esistenza di un lacerto prezioso, detto ‘L’affresco di palazzo Finco’. Il dipinto è stato ritrovato per caso durante lavori di restauro compiuti in una dimora storica del centro di Bassano del Grappa. Celato sotto numerosi strati di intonaco, l’affresco, di altissima qualità, è subito stato definito un raro esempio di cultura figurativa di ambito federiciano, uno dei pochissimi giunti fino a noi. Secondo gli studiosi, si tratterebbe di un tributo all’imperatore Federico II di Svevia voluto da Ezzelino da Romano, suo fedele alleato e signore della Marca Trevigiana. Per la data di commissione e realizzazione, si ipotizza l’anno 1239, quando, secondo le cronache, in occasione di una visita ai domini di Ezzelino, l’imperatore sarebbe stato ospitato nella residenza di Ezzelino. Per quanto attiene l’identità dei personaggi raffigurati nell’opera, gli storici hanno stabilito come l’immagine centrale riproduca senza ombra di dubbio l’imperatore Federico. Rappresentato con la corona imperiale, è ritratto nell’atto di porgere una rosa alla figura femminile che sta alla sua sinistra. Quest’ultima è sicuramente da identificare con sua moglie, Isabella d’Inghilterra, che regge sulla mano guantata il falco, simbolo del potere imperiale. Alla destra dell’imperatore compaiono due figure maschili: un suonatore di viella, che potrebbe essere Uc de Saint Circ, famoso trovatore occitanico attivo alla corte dei da Romano, e un personaggio che, a tutt’ora, non si riusciti a ravvisare con certezza. Il mistero che circonda la sua identità mi ha spinto a costruire una trama fosca quanto basta a far rivivere a noi contemporanei le indubbie, atroci cupezze delle atmosfere medievali. Non c’è bisogno di aggiungere che l’invenzione letteraria di queste poche pagine non intende togliere valore a questo affresco, la cui bellezza e unicità rimangono intatte.
Bassano Febbraio 1239
Bertrando uscì dal palazzo. Era frastornato: tutto era accaduto così in fretta da sembrargli impossibile. Barcollando lievemente, si mescolò alla gente che affollava la piazza del borgo, in cui si stava tenendo mercato. La neve, che occupava ancora buona parte dei vicoli circostanti, era stata spazzata dalla spianata dove decine di bancarelle esponevano le loro merci. Nonostante il freddo pungente, le porte delle botteghe a ridosso delle mura erano spalancate: donne e uomini, imbacuccati in guarnacche di pelliccia, indugiavano qua e là, chiacchierando fra loro. Un gran numero di domestici, armati di capaci panieri, percorreva lo slargo soffermandosi davanti ai banchetti, osservando i prodotti esposti, soppesandoli e contrattandone il prezzo. Urtato da qualcuno, Bertrando incespicò: per non cadere, si aggrappò al bordo di una bancarella, affondando involontariamente le mani in un sacco di castagne secche che si sparsero a terra in gran numero. “Guarda cos’hai fatto, asino!” sbraitò inviperita la donna che le vendeva “Adesso me le tiri su una per una e me le rimetti a posto, altrimenti te le faccio comprare tutte! Ma guarda che idiota doveva capitare proprio davanti al mio banco! Dài, muoviti: sono qui a vendere io, mica a tirar sera!” Imbarazzato, Bertrando si chinò, raccolse le castagne e le ripose nel sacco, mormorando una scusa. Lo sguardo arcigno della donna non lo abbandonò un istante: alla fine, quando fu certa che anche l’ultimo frutto fosse tornato al suo posto, esalò un sonoro sospiro e allungò le mani grassocce verso il bordo esterno del banco, tirando più indietro i sacchi delle sue mercanzie. Bertrando si voltò e, cercando di scansare chi gli si parava davanti, oltrepassò la Porta dei Leoni. L’abitazione che aveva affittato era poco più in là, appena fuori le mura, lungo la discesa che, piegando a destra, conduceva verso il fiume. Il proprietario era Mondino di Achilloto, uno degli uomini di masnada di Ezzelino, che, dopo aver abitato lì per qualche anno, si era trasferito in un nuovo palazzo edificato proprio accanto a quello del suo signore, a poche tese dalla rocca. Alle sue spalle, il vociare della piazza si faceva sempre più indistinto. Affrettò il passo e sorrise tra sé, non riuscendo ancora a credere alla fortuna che aveva avuto. Quando qualche giorno prima Achilloto aveva saputo che era pittore, gli aveva chiesto se intendesse fermarsi a Bassano e se avesse già un committente. Di fronte alle sue risposte incerte, gli aveva proposto un incontro con Ezzelino: forse, aveva detto, il signore avrebbe avuto bisogno dei suoi servigi. Ora, ripensando all’atmosfera che aveva respirato all’interno del palazzo, provò un brivido di soddisfazione: in quella dimora sontuosa avrebbe potuto dare il meglio di sé. Dopo aver salito una larga scala di pietra, era stato introdotto in una sala arredata con sobria eleganza: due delle pareti erano ricoperte da cortine di cuoio istoriato con scene di battaglia dai colori vivaci. La terza ospitava un focolare enorme, davanti a cui faceva bella mostra di sé un tavolo di quercia intagliata a motivi di foglie. Alcune panche e un alto scranno, impreziosito da un cuscino di seta gialla, costituivano gli unici altri arredi. Ezzelino lo aveva accolto in compagnia di una donna. Nonostante l’espressione pudica manifestata nei confronti del nuovo visitatore, Bertrando aveva colto nei suoi occhi una malcelata curiosità. ‘E’ mia moglie Selvaggia,’ aveva detto ‘la figlia dell’imperatore Federico.’. Aveva cercato di nascondere la sorpresa e si era piegato in un inchino: poi, in silenzio, aveva ascoltato la proposta che gli veniva fatta. Ezzelino gli aveva detto che, essendo prossima una visita dell’imperatore a palazzo, intendeva rendere la stanza che lo avrebbe ospitato il più consona possibile alla sua dignità regale. Per questo motivo, aveva deciso di fare affrescare una parete con una scena dove apparissero lo stesso Federico e sua moglie Isabella. Gli aveva domandato se si ritenesse in grado di dare corso a un’opera di quel genere, chiedendogli anche quali lavori avesse portato a termine fino ad allora. Fingendo sicurezza, Bertrando aveva descritto l’ultimo affresco completato in una dimora signorile di Arles, spiegando con dovizia di particolari il tipo di tecnica impiegata e il risultato ottenuto. Il signore si era mostrato soddisfatto dalla sua risposta. ‘Bene.’ aveva concluso ‘Fra una settimana sottoporrete al mio giudizio la tavola preparatoria dell’affresco: se sarà di mio gradimento, vi affiderò il lavoro. Non preoccupatevi per la mercede: se l’opera sarà pari a quella che mi avete appena descritto, sarete pagato meglio di quanto non vi sia mai capitato fino a questo momento. Ora venite con me: vi mostrerò la camera in cui dovrete dipingere l’affresco.’ Dopo averla esaminata ed aver espresso il proprio parere sulla parete più adatta ad accogliere il dipinto, era stato congedato, con l’ordine di ritornare di lì a sette giorni. Ora, mentre entrava nel locale che gli era stato dato in affitto, cercava di tenere a bada un’eccitazione crescente. Se davvero avesse potuto eseguire quell’affresco, per un po’ i suoi guai sarebbero finiti: con il denaro guadagnato, avrebbe finalmente avuto una sicurezza economica capace di garantirgli qualche anno di tranquillità. Avrebbe cominciato subito: gli serviva una nuova tavola di ciliegio su cui abbozzare il disegno da mostrare a Ezzelino. Decise che, per dare un’impressione più realistica, avrebbe arricchito lo schizzo con qualche tratto di colore a secco. Avrebbe lavorato anche di notte, se fosse stato necessario: quell’incarico era troppo importante per rischiare di perderlo. Il carboncino scricchiolava sull’asse di legno. La mano si muoveva veloce, abbozzando nuove linee e cancellandone alcune appena tracciate. Di tanto in tanto, con il braccio a mezz’aria, il pittore socchiudeva gli occhi, cercando di dar forma nella mente a un’immagine non ancora definita. Anche se lo aveva visto una sola volta, Bertrando ricordava bene il volto dell’imperatore. Molti anni prima, in occasione di una sua visita a Marsiglia destinata a stabilire nuove regole per i mercanti locali e particolari privilegi per i commerci con la Sicilia, Federico aveva tenuto corte bandita. A quella festa principesca era stato invitato anche Gerardo, il suo maestro, che era stato autorizzato a condurre con sé i due garzoni di bottega. Bertrando, che era appena un ragazzo, era rimasto affascinato da quella cerimonia: mentre i musici cadenzavano le loro melodie su liuti e tamburelli, cavalieri, dame, mercanti e notabili della città rendevano omaggio all’imperatore. Rammentava che, a un certo punto, dieci saraceni avevano fatto il loro ingresso nella grande tenda allestita sulla banchina del porto: fra urla di spavento ed esclamazioni di stupore da parte dei presenti, gli schiavi avevano raggiunto il trono di Federico, trattenendo alla catena leoni, scimmie, leopardi, falchi e perfino un elefante. Dopo l’esibizione del suo serraglio, l’imperatore aveva dato inizio al banchetto, al termine del quale i servi avevano distribuito a tutti i convitati violette candite. Bertrando ricordava bene il sapore inconsueto di quel dolce che la sua bocca non aveva mai gustato prima: e il ricordo era tanto più vivo perché, mentre ancora quella prelibatezza si scioglieva sulla sua lingua, Gerardo era stato condotto al cospetto di Federico. Sebbene lui e l’altro garzone fossero rimasti alle spalle del maestro, Bertrando aveva avuto la possibilità di vedere chiaramente in viso l’imperatore. Gli occhi verdi, pungenti e indagatori, si aprivano su un volto dall’espressione risoluta; l’assenza di barba rivelava una pelle chiara, quasi diafana; i capelli, striati da sfumature rossastre, scendevano folti e riccioluti fino alla base del collo, sfiorando il bordo del mantello di zendado. Per qualche istante, mentre accoglieva l’omaggio di Gerardo, Federico aveva lasciato vagare lo sguardo, fermandolo proprio su Bertrando: lui, spaventato, aveva abbassato gli occhi di scatto e non li aveva più sollevati fino alla fine dell’udienza. Ora, ripensando a quell’occhiata penetrante che lo aveva fatto tremare, Bertrando sorrise: chi l’avrebbe mai detto che l’espressione severa dell’imperatore, rimasta impressa per sempre nella sua memoria, sarebbe stata utile a riprodurne le fattezze sull’intonaco di un affresco? Come avrebbe anche solo potuto pensare di riuscire a restituirne una sia pur vaga rassomiglianza se non lo avesse mai visto? Quell’incontro casuale era stato opera di un destino bizzarro a cui avrebbe dovuto essere grato. Arretrò di qualche passo e osservò la tavola. La figura di Federico era quasi terminata, mancava soltanto l’oggetto che avrebbe dovuto reggere in mano. Ne aveva già parlato con Ezzelino: il signore gli aveva suggerito il falco, l’abituale attributo imperiale, ma lui aveva osato proporre una diversa soluzione, più consona all’ambiente di corte. Aveva detto che, dovendo rappresentare accanto all’imperatore la moglie Isabella, gli sarebbe sembrato più opportuno che Federico fosse ritratto nel gesto di porgerle una rosa. Se un falco doveva esserci, aveva aggiunto, sarebbe stata lei a trattenerlo sulle dita, come simbolica sottomissione ai voleri del suo sposo. Dopo qualche momento di perplessità, Ezzelino aveva accennato un sorriso e aveva dato il suo assenso. ‘Sarà un dipinto diverso dagli altri.’ aveva detto, pensoso. Poi se n’era andato. Depose il carboncino sul bordo del tavolo, e si premette le mani sui fianchi: era stanco e un dolore sordo gli si irradiava dalla schiena alla nuca. ‘E meglio che smetta per una mezz’ora,’ pensò ‘o non riuscirò a proseguire.’ Uscì sulle assi del loggiato e stava per sporgersi a guardare nel vicolo, quando un rumore lo fece sobbalzare. Si voltò: Ezzelino era entrato nella stanza e stava avanzando verso di lui, accompagnato da un ragazzo. “Questo è Zuàn, il più giovane dei miei falconieri. Voglio che nell’affresco sia raffigurato anche lui.” Il pittore non riuscì a nascondere la sorpresa. “Un… un falconiere?” “Sì, un falconiere. Avete qualcosa in contrario a ritrarlo?” Il tono di Ezzelino era minaccioso. “No…” Esitò “Farò quello che desiderate, signore.” Il tiranno lo fissò per un lungo istante. “Bene.” disse “Allora cominciate subito: Zuàn si fermerà qui il tempo necessario a che voi tratteggiate il suo volto, poi tornerà ancora domani e ogni volta che lo riterrete utile. Badate, la raffigurazione deve riuscire somigliante.” Bertrando annuì. Ezzelino lanciò un’occhiata distratta al disegno appoggiato contro il muro e uscì. Il ragazzo guardò attentamente lo schizzo. “Pare bello” disse piano, avvicinandosi alla tavola di ciliegio. Il pittore tacque, infastidito. Cosa diavolo c’entrava un falconiere in quell’affresco? Dove si era mai visto che un uomo di quella fatta comparisse in un dipinto? Per di più, l’aggiunta di un quarto personaggio avrebbe rovinato l’equilibrio generale: quando aveva spiegato al signore che, per salvaguardare la centratura dell’affresco sulla parete, le figure rappresentate non avrebbero dovuto essere più di tre, Ezzelino era sembrato d’accordo. Lui, per parte sua, avrebbe preferito che fossero solo due, Federico e Isabella, ma il signore aveva insistito per aggiungere il suonatore di viella: fin lì poteva anche capire, perché era nota a tutti la sua passione per la musica e la poesia, ma un falconiere, per Dio! Sempre più irritato, osservò le fattezze del ragazzo: non sarebbe stato facile riprodurle fedelmente, quel viso aveva un che di femmineo. Gli occhi a forma di mandorla erano contornati da ciglia lunghe e incurvate che ombreggiavano due iridi azzurre come lapislazzuli; il naso era ben fatto e le labbra piene, che ora erano aperte in un sorriso, scoprivano denti bianchissimi. Dai bordi della cuffia bigia che copriva i capelli sfuggiva qualche ricciolo biondo. “Mettetevi lì,” disse, indicando la parete illuminata dalla luce che entrava dalla loggia “e state fermo.” Zuàn obbedì e, a braccia conserte, rimase immobile, fissando il pittore. Bertrando afferrò il carboncino e, a tratti svelti, cominciò a delineare la figura. La ragazza era in piedi, nuda. Dietro di lei, il saccone di piume dove fino a quel momento aveva aspettato l’arrivo del suo amante recava ancora l’infossatura creata dal suo corpo disteso. Ezzelino si avvicinò e, con un gesto rapace, le afferrò i seni: erano piccoli e sodi. Le dita strinsero i capezzoli, che, a quel tocco rude si inturgidirono. Il signore si piegò e li prese fra le labbra, succhiando. Un gemito di piacere sfuggì dalla bocca della giovane. In silenzio, Ezzelino la spinse verso il giaciglio e la fece sdraiare. Senza togliersi le calze suolate, si sfilò la veste e la gettò a terra. Poi, scostati i due lembi delle brache, espose il membro: la ragazza lo fissò, sorrise e spalancò le gambe. Gli occhi del signore corsero lungo il suo corpo, sul viso, sui seni, sul ventre, sul ciuffo biondo dell’inguine, sulle cosce snelle, fino ai piedi, piccoli e delicati. Li sfiorò e li baciò. Poi, con un movimento sciolto, salì sul giaciglio, si pose sopra di lei e la penetrò. La ragazza chiuse gli occhi, accogliendolo dentro di sé e accompagnando con grazia i movimenti ritmici che la scuotevano. Dallo stambugio adiacente, le note rotonde della viella si diffusero nella stanza, attutite. Come sempre, la giovane ascoltò con gioia quella melodia, grata dell’amore che il suo amante nutriva per la musica: il suono dolce dello strumento a corde rendeva magici quei convegni clandestini, confermandola nella speranza che il suo rapporto con il signore sarebbe durato a lungo. Ezzelino si ritrasse per un momento e, appoggiato sui gomiti, la guardò: era bellissima. I capelli che le incorniciavano il viso erano umidi di sudore e un ricciolo pendeva arrotolato sulla palpebra chiusa. Lo scostò con le dita: la ragazza aprì gli occhi e lui la baciò, esplorandole la bocca con la lingua. Poi la penetrò ancora. Da dove veniva quella musica? Mentre si ripuliva in un cencio le dita nere di carboncino, Bertrando si chiese se fosse Bortolo a suonare quell’aria tanto armoniosa: il musico, che Ezzelino aveva voluto raffigurato nell’affresco, se n’era andato dalla stanza da poco più di un’ora. Ormai aveva finito di ritrarlo e, come sospettava, i suoi tratti grossolani erano stati molto più facili da riprodurre di quelli del falconiere che, nonostante le sue numerose e successive correzioni, continuavano a uscire dal suo carboncino troppo simili a quelli di una donna. Sbuffò, irritato. Coprì la tavola di ciliegio con un telo e la lasciò appoggiata al muro: poi, riposto lo straccio e gli altri strumenti in una cassa, la richiuse a chiave e uscì dalla stanza. L’andito era deserto e in quello spazio lungo e angusto la musica era ancora più percepibile. Incuriosito, mosse qualche passo verso la fonte del suono: non conosceva quell’ala del palazzo e non sapeva dove sarebbe finito. A mano a mano che procedeva, le note della viella si fecero più sonore. Doveva essere un’aria popolare: gli pareva di averla già udita in terra di Francia, dove erano numerosi i musici provenienti dal regno di Sicilia, maestri in quel tipo di melodia. Arrivato in fondo all’andito, si trovò davanti a una porta socchiusa: lì la musica era più forte. Guardingo, spinse l’uscio, che si aprì in uno spiraglio abbastanza largo da lasciargli introdurre la testa. Si sporse e spiò all’interno. Nella penombra, gli parve di scorgere un drappo di cuoio che pendeva fino al pavimento: la musica sembrava provenire da lì. Stava per spostarsi in quella direzione, quando colse un altro suono. Cadenzata allo stesso ritmo della musica, una serie di gemiti alternati a grugniti arrivò ben chiara alle sue orecchie. Stupito, avanzò di qualche passo. In fondo alla stanza, dove dall’alta finestra pioveva la luce del mattino, c’era un giaciglio: un uomo semivestito si agitava sul corpo nudo di una donna, che si muoveva in consonanza con lui. Strizzò gli occhi per vedere meglio. Era Ezzelino, non c’era dubbio: quella barba nera da demone e quel cranio calvo non potevano che essere suoi. Per un attimo, la sorpresa lo paralizzò: quel locale doveva essere lo studiolo privato del signore! E la donna? Non era certo sua moglie! Quei riccioli biondi sparsi sul cuscino erano troppo diversi dai capelli castani di Selvaggia… Si lasciò sfuggire un sorriso. Senza rendersi conto che la musica si era interrotta bruscamente, indugiò a osservare quello spettacolo più a lungo di quanto avrebbe voluto. Quando, con lo stesso lamento straziante di un gatto in amore, la donna si inarcò sul giaciglio e voltò la testa verso di lui, per un lunghissimo istante non capì. Poi, quando la sua mente comprese, raggelò. Nonostante gli occhi chiusi nello spasimo dell’orgasmo, quel volto era ben riconoscibile. Affannato, si voltò e uscì dalla stanza. Scese la scala in fretta e si precipitò nel vicolo. Lo percorse a lunghe falcate e, arrivato alla piazza, la attraversò di corsa, diretto alla casa di Achilloto. “Vi dico che vi ha visto, signore!” La voce di Bartolo era stridula, venata di paura. Sapeva di essere stato lui il responsabile di quel disastro: nella fretta di accordare lo strumento, aveva dimenticato di sprangare la porta, come faceva di solito. Quando, dalla fessura dello stambugio, aveva visto che il pittore era entrato nella camera, aveva smesso di suonare: aveva sperato che l’improvviso silenzio della viella avvertisse in qualche modo Ezzelino del pericolo. Le sue cautele non erano servite: Bertrando aveva avuto tutto il tempo di osservare e, dall’espressione sbalordita del suo viso, era certo che avesse riconosciuto la ragazza. Il signore taceva, tormentandosi la barba con le dita. Era seduto sullo scranno, nella sala grande: di lì a poco, sarebbe arrivato il suo luogotenente a portare notizie da Cremona, dove soggiornava l’imperatore. “E dite” mormorò dopo un tempo che al musico parve interminabile “il pittore ha finito di ritrarvi?” “Sì” rispose Bartolo, concitato “ha già steso il tonachino sulla sinopia e ieri ha cominciato a dipingerlo con il verdaccio: è molto svelto, credo che entro domani il mio ritratto sarà terminato. Mi ha detto che non gli servo più, ormai.” “E le altre figure? A che punto sono?” “Ieri aveva cominciato a tratteggiare i contorni di…” esitò, deglutendo a vuoto “di Zuàn. I ritratti dell’imperatore e sua moglie sono già conclusi, manca solo la pittura d’oro sulla corona di Federico.” Tacque, esausto. Ezzelino lo fissò in silenzio. “Vi ringrazio per avermi avvisato.” disse, con voce incolore “Potete andare, ora.” Bartolo abbassò gli occhi e, senza voltare le spalle al suo signore, rinculò fino alla porta e uscì. Ezzelino si alzò, si avvicinò al focolare e allungò le mani verso il soffio caldo delle fiamme. Una ruga profonda di disappunto gli solcava la fronte. L’imperatore sarebbe arrivato di lì a un mese e nulla avrebbe dovuto turbare il suo soggiorno a palazzo: quella faccenda andava risolta in fretta. La mano di Bertrando tremava e il pennello tracciò una linea sghemba, là dove avrebbe dovuto essere diritta. Ritrasse il pennello e qualche goccia di cinabro cadde a terra. Doveva calmarsi, non poteva permettersi di farsi turbare da quello che aveva visto. In fondo, a lui cosa importava se Ezzelino voleva che la sua amante fosse ritratta nell’affresco? Non era affar suo, come non lo era il fatto che la facesse passare per un uomo: forse era la prudenza nei confronti di Selvaggia ad avergli suggerito quel sotterfugio. Chissà se qualcun altro sapeva? Ripensandoci ora, concluse che l’unico ad essere a conoscenza dei sollazzi che il signore si concedeva con la giovane dovesse essere il suonatore di viella. Da dove, se non dal suo strumento, infatti, poteva provenire la musica che accompagnava il convegno? All’improvviso, un’ondata di gelo gli avvolse la nuca: e se quell’uomo lo avesse visto? Se, nascosto in quello stambugio celato dalla cortina di cuoio, lo avesse notato mentre spiava Ezzelino? Con il braccio a mezz’aria, incapace di muoversi, fissò l’affresco: Ezzelino avrebbe anche potuto ucciderlo. Depose il pennello sul coperchio chiuso della cassa e si sedette sul panchetto. Erano le gambe a tremargli, ora. No, rifletté, non lo avrebbe fatto: mancava poco a che l’imperatore venisse in visita e il dipinto avrebbe dovuto essere finito prima del suo arrivo. Il signore non avrebbe certo potuto trovare un altro frescante che terminasse il lavoro per tempo. Cercò di convincersi che non stava correndo alcun pericolo: tutto sommato, lui era uomo di mondo e poteva ben capire le esigenze di Ezzelino. Quell’uomo era un guerriero e perché di tanto in tanto non avrebbe dovuto calmare i suoi appetiti ancora vigorosi sfogandoli su una fanciulla tanto attraente? Si rialzò, afferrò di nuovo il pennello e ricominciò a dipingere. Il vicolo era deserto. Nel buio, rischiarato a malapena dalla fiamma delle torce infisse sulle mura, Bortolo scendeva verso la riva del Brenta, dove aveva casa. Camminava svelto e, al ritmo dei suoi passi affrettati, la viella appesa alla spalla gli sbatteva contro le natiche. Svoltò l’angolo e si appoggiò al parapetto di sassi: nel silenzio, il rumore della corrente del fiume arrivava chiaro alle sue orecchie. Per un momento si fermò ad ascoltarlo: sembrava musica. Sospirò e si voltò. Nell’oscurità, i suoi occhi colsero un’ombra in movimento, ma non fece in tempo a capire. Si sentì spingere indietro e sbatté contro lo spigolo della spalletta. Gridò e spalancò le braccia per non cadere: una mano gli coprì la bocca, bloccandogli la testa. Mentre annaspava nel tentativo di respirare, una coltellata gli tagliò di netto la gola. Scivolò a terra come un sacco vuoto. Per qualche istante, il respiro gli uscì gorgogliante dalle labbra, poi fu silenzio. Non si accorse di essere sollevato al di là del parapetto, né di essere scaraventato nella corrente del fiume. L’alba era livida. Le nuvole, scure di pioggia, avanzavano da nord e ricoprivano quasi tutto il cielo. L’armigero attese che il suo compagno si allontanasse lungo il camminamento di ronda poi, guardando fermamente Ezzelino, parlò. “Ho eseguito i vostri ordini, signore.” Ezzelino annuì. Estrasse dalla tasca della guarnacca un sacchetto e lo mise in mano al suo uomo. “Badate,” disse “una parola e siete morto.” “Non temete, signore, dalla mia bocca non uscirà nemmeno un fiato.” Con un cenno del capo, Ezzelino lo congedò. L’armigero si girò e scomparve al di là della piccola pusterla che si apriva nella cinta delle mura. Cominciava a cadere qualche goccia di pioggia: Ezzelino si deterse il cranio bagnato con il palmo della mano e si affrettò verso l’interno del castello. Adesso restava il pittore. Era quasi certo che quell’uomo non avrebbe causato problemi: sembrava abbastanza furbo da capire che non gli sarebbe convenuto raccontare in giro quello che aveva visto. E comunque, non prima di finire l’affresco: quanto al dopo, se il denaro che gli spettava come ricompensa non fosse bastato a tacitarlo, avrebbe saputo lui come chiudergli la bocca. Sua moglie ignorava che lui avesse un’amante, e, per quanto lo riguardava, le cose avrebbero dovuto andare avanti così. Non poteva certo permettere che Selvaggia informasse l’imperatore suo padre del fatto che una cortigiana scaldava il letto del marito: era stato anche grazie a quel matrimonio se i suoi rapporti con Federico si erano rafforzati e, considerando quanto gli sarebbe stata utile quell’alleanza in futuro, tutta la faccenda doveva rimanere sotto silenzio. Sorrise tra sé, ricordando la sorpresa della ragazza quando le aveva ordinato di vestirsi da uomo e fingersi uno dei suoi falconieri. All’inizio si era dimostrata riluttante: dopo che lui le aveva fasciato i seni schiacciandoli sotto le bende di lino e le aveva fatto indossare la veste maschile, aveva pianto. Poi, però, quando si era guardata allo specchio che lui le porgeva, aveva cominciato a ridere e c’era voluto del bello e del buono per farla smettere. Si era raccolta i capelli in una crocchia molto stretta e l’aveva nascosta sotto la cuffia bigia da falconiere. Anche se supponeva che nessuno si sarebbe accorto del travestimento, aveva dovuto ricorrere alla complicità di Bortolo per rendere più sicuri i loro convegni. Tutti conoscevano la sua passione per la musica e nessuno avrebbe sospettato che quelle mezz’ore dedicate ad ascoltarla da solo nel suo minuscolo studiolo privato nascondessero qualcos’altro. Tutto era filato liscio fino a una settimana prima e sarebbe continuato così se quell’idiota non avesse dimenticato di sprangare la porta. Peggio per lui: l’importante era che l’affresco fosse portato a termine al più presto e che il viso della sua amante restasse per sempre dipinto sulla parete del palazzo Sospirò e varcò il portale del castello. “Questo è il vostro compenso.” La mano di Ezzelino lasciò cadere una scarsella sul palmo aperto del pittore: era minuscola, ma pesante. “Il vostro lavoro mi ha soddisfatto, Bertrando, e credo che sarà giustamente apprezzato anche dall’imperatore, così fedelmente rappresentato dai vostri pennelli. Come sapete, Federico è in cammino verso la Marca e i miei impegni da oggi fino a quando arriverà saranno tanto fitti da non permettermi di rivedervi. Questo è un congedo: avete qualcos’altro da chiedermi, dunque?” Per un attimo, gli occhi di Bertrando guizzarono verso Selvaggia, in piedi accanto al marito. “No, mio signore.” mormorò. “Bene, è la risposta che mi aspettavo da voi.” sibilò Ezzelino “Se avrò ancora bisogno dei vostri servigi,” aggiunse con un ghigno “i miei uomini sapranno dove trovarvi. Prima di andarvene, lascerete detto dove siete diretto e, di volta in volta, mi terrete informato di ogni vostro spostamento successivo. Mi avete inteso?” Bertrando annuì. Aveva la gola secca e gli mancava il fiato. Si inchinò e, stringendo in mano il sacchetto delle monete, arretrò fino alla porta. Uscì dal palazzo in fretta e furia, rischiando di finire addosso a un domestico che stava entrando: l’uomo barcollò e gli gridò dietro una sequela di improperi, ma lui non li sentì nemmeno, intento com’era a pensare al rischio che aveva corso. Non sapeva cosa fosse successo al suonatore di viella, ma da quando era svanito nel nulla aveva cominciato a temere per la propria vita. Non poteva esserne certo, ma sospettava che la scomparsa di Bortolo da palazzo fosse da collegarsi alla sua visita inopportuna nello studiolo. Da quel giorno non aveva più visto nemmeno Zuàn e, quando aveva chiesto a Ezzelino il permesso di far posare per un’ultima volta il suo falconiere, la sua risposta era stata un secco rifiuto. Credeva di aver capito cosa fosse accaduto, ma gli sembrava un’idea troppo orribile: preferiva pensare che fosse una sua insana fantasticheria. L’indomani si sarebbe messo in cammino per Venezia. Ad Achilloto avrebbe raccontato una menzogna: gli avrebbe detto di essere diretto in Francia. Non intendeva certo far sapere a Ezzelino dove avrebbe potuto trovarlo, nel caso avesse avuto in mente di eliminare anche lui… Chiuse il forziere da viaggio dove teneva tutti gli strumenti della sua arte, sprangò l’imposta che dava sull’altana e trascinò il panchetto davanti alla porta, per bloccarne l’apertura dall’esterno. Aveva paura e avrebbe preferito andarsene subito, ma non poteva: il locatario si sarebbe insospettito per la sua partenza affrettata e poi il pomeriggio si stava già spegnendo nel buio della sera. No, meglio restare lì nella stanza fino ai vespri e, dopo una cena frugale alla solita locanda, cercare di prendere sonno, almeno per qualche ora. Si sedette sul pagliericcio e, fissando la debole lama di luce che filtrava da una fessura tra le assi dell’anta esterna, restò in ascolto, attento a cogliere ogni nuovo rumore. Sospirò. Era certo che la notte sarebbe stata lunga e non sarebbe riuscito a dormire.
Questo racconto, di fantasia nella definizione di alcuni personaggi, si basa, tuttavia, sulla reale esistenza di un lacerto prezioso, detto ‘L’affresco di palazzo Finco’. Il dipinto è stato ritrovato per caso durante lavori di restauro compiuti in una dimora storica del centro di Bassano del Grappa. Celato sotto numerosi strati di intonaco, l’affresco, di altissima qualità, è subito stato definito un raro esempio di cultura figurativa di ambito federiciano, uno dei pochissimi giunti fino a noi. Secondo gli studiosi, si tratterebbe di un tributo all’imperatore Federico II di Svevia voluto da Ezzelino da Romano, suo fedele alleato e signore della Marca Trevigiana. Per la data di commissione e realizzazione, si ipotizza l’anno 1239, quando, secondo le cronache, in occasione di una visita ai domini di Ezzelino, l’imperatore sarebbe stato ospitato nella residenza di Ezzelino. Per quanto attiene l’identità dei personaggi raffigurati nell’opera, gli storici hanno stabilito come l’immagine centrale riproduca senza ombra di dubbio l’imperatore Federico. Rappresentato con la corona imperiale, è ritratto nell’atto di porgere una rosa alla figura femminile che sta alla sua sinistra. Quest’ultima è sicuramente da identificare con sua moglie, Isabella d’Inghilterra, che regge sulla mano guantata il falco, simbolo del potere imperiale. Alla destra dell’imperatore compaiono due figure maschili: un suonatore di viella, che potrebbe essere Uc de Saint Circ, famoso trovatore occitanico attivo alla corte dei da Romano, e un personaggio che, a tutt’ora, non si riusciti a ravvisare con certezza. Il mistero che circonda la sua identità mi ha spinto a costruire una trama fosca quanto basta a far rivivere a noi contemporanei le indubbie, atroci cupezze delle atmosfere medievali. Non c’è bisogno di aggiungere che l’invenzione letteraria di queste poche pagine non intende togliere valore a questo affresco, la cui bellezza e unicità rimangono intatte.
... continua ...

Le favole del 7° piano - GRIGINO IL CAVALLINO
RCS Libri - 2007
Era piovuto tutta la notte e Grigino aveva freddo. Lì, dentro alla stalla, la paglia non bastava a riscaldarlo e la sua mamma era tutta spostata verso la parete di legno, vicino al papà e al fratello. La mamma si chiamava Bianca e il papà Nerone mentre suo fratello si chiamava Fulmine. Tutti bei nomi, gli sembrava, eccetto il suo: perché mai lo avessero chiamato Grigino, proprio non lo capiva. Forse dipendeva dal colore del suo mantello che era, per l’appunto, di un grigio sporco, punteggiato qua e là da piccole macchie nere. Forse era a causa del suo brutto nome, forse a causa di tutte quelle macchie, ma era sicuro che la mamma e il papà non gli volessero bene. Il fratello aveva sempre tutte le loro attenzioni, mentre lui, perfino quando andava dalla mamma a succhiare il latte, non riceveva mai una coccola. Lei stava lì infastidita e, appena finita la poppata, se ne andava in fretta, senza nemmeno dargli una leccata sul muso. Anche il papà non lo degnava di uno sguardo e anzi, giusto una settimana prima, lo aveva sentito parlare con la mucca Carlina e dirle che suo figlio era talmente brutto che il padrone aveva in mente di venderlo. Carlina aveva scosso la testa, bofonchiando qualcosa che non aveva capito. Aveva gettato uno sguardo compassionevole verso di lui e se n’era andata nel prato, dove la attendeva il suo pasto di margherite.
Si era spaventato a morte. Lui non voleva andare via di lì, da quella bella stalla e da quel grande recinto dove aveva imparato a camminare. E poi, anche se non gli volevano bene, preferiva restare con la mamma e il papà e anche con Fulmine: lo trattava con sufficienza, è vero, ma era pur sempre suo fratello… Osservando quello che faceva lui, avrebbe potuto imparare ancora molte cose, come scacciare le mosche con la coda, bere al ruscello senza cadere nell’acqua o trottare sul sentiero senza inciampare nei sassi…
Adesso, alzandosi tutto intorpidito dalla paglia umida, si avvicinò alla mamma per avere un po’ di calore e un po’ di latte. Bianca, che lo aspettava, lo guardò distratta e gli disse: “Da oggi, ti darò il latte solo una volta al giorno: è ora che cominci a mangiare la biada, come noi. Sei grande ormai e, anche se sei molto meno sveglio di tuo fratello, ti devi comportare come un cavallo normale.”.
Grigino la guardò smarrito. Cosa voleva dire che era meno sveglio di Fulmine? Ma lui era un cavallino piccolo, santo cielo! Una grossa lacrima gli scese dall’angolo dell’occhio e scivolò veloce verso la bocca. Un’altra la seguì e un’altra ancora, finché il latte che gli bagnava le labbra non prese un gusto salato. Continuò a succhiare, ma il sapore non era più lo stesso. Si staccò dalla mamma e lei uscì, scrollando la criniera.
Grigino rimase lì, incerto sulle zampe. Era molto triste. Tentò anche lui di scuotere la criniera, ma era fatta solo di pochi peletti dritti e la scrollata gli riuscì poco convinta. Mortificato, uscì e si avviò verso il prato che fiancheggiava la stalla.
“Eccolo qua il nostro Grigino!” esclamò la mucca Carlina vedendolo arrivare “Cosa ci fai qui dalle mie parti? Ti hanno mandato via? Vieni, Grigino, vieni con me che andiamo un po’ più in là: dobbiamo parlare noi due…”.
Grigino la seguì, timido. Carlina era una mucca molto grossa e aveva due grandi mammelle sempre piene di latte. La coda, di cui andava molto fiera, arrivava quasi fino a terra. Gli occhi, grandi e castani, erano contornati da ciglia folte e ricurve, mentre le sue orecchie rotonde si muovevano in continuazione.
“Perché muovi sempre le orecchie, Carlina?” chiese Grigino, osservandola stupito.
“Ma perché così ascolto meglio! Sono curiosa, sai, e, credimi, a questo mondo è meglio essere curiosi che indifferenti, almeno sai che cosa ti aspetta! Tu, per esempio, lo sai perché i tuoi genitori non ti vogliono bene?”
Grigino la fissò.
“No, e, anzi, volevo proprio chiederlo a te…”
“Ecco” rispose Carlina sventolandogli affettuosamente la coda sul muso “non è che non ti vogliano bene veramente, è che quando sei nato si aspettavano che tu fossi, come dire?, più carino, più robusto… più bello, insomma! E allora, vedendoti così mingherlino, temono che il padrone voglia disfarsi di te. Sai quanto è stupido il padrone, con tutte le sue fisime sul colore del mantello, sull’altezza al garrese e tutte le sciocchezze di cui parla sempre con quei signori e quelle signore che vengono in visita… Pensa che una volta ne ha portati da me una decina e, uno alla volta, gli ha fatto tastare le mie mammelle per far vedere quanto fossero gonfie di latte: se solo fossi stata una mucca meno educata, li avrei presi tutti a calci! E invece sono rimasta lì, buona buona, ad aspettare che avessero finito. Vedi, con il passare degli anni si diventa pazienti e io sapevo che se mi fossi ribellata, il padrone me l’avrebbe fatta pagare in qualche modo. Il fatto è che mentre io sono abbastanza vecchia per capire queste cose, i tuoi genitori sono ancora molto giovani e inesperti e, soprattutto, hanno paura. E’solo per questo che ti tengono in disparte, perché non vogliono soffrire se un domani dovessero perderti.”
Immobile sulle zampe ancora sottili, Grigino la guardava a bocca aperta.
“Su, su” riprese Carlina “non ti demoralizzare. Se vuoi, conosco un modo per rimettere a posto le cose.”
“E quale sarebbe?” disse Grigino con voce tremante.
“Se te lo dico, mi prometti di non farlo sapere a nessuno?”
Grigino annuì.
“Me lo devi promettere, non basta dire di sì” aggiunse severa Carlina.
“Lo prometto.”
“Bene, allora. Dunque: lo sai che là in alto sulla collina, dietro il boschetto di querce c’è uno stagno? L’hai mai visto?”
“No, ma mi sembra che una volta ci sia andato Fulmine: ha detto che è pieno di ranocchi che saltano da una riva all’altra.”
“E tuo fratello ci ha mai messo le zampe dentro quello stagno?”
“Non credo, anzi, diceva che tutti quei ranocchi gli facevano ribrezzo.”
“Ah, ah, tipico di Fulmine! Ma lasciamo perdere, che è meglio… Allora, ascolta. Quello è uno stagno magico e i ranocchi fanno parte della magia…”
“Cosa significa ‘magia’?”
“Significa che lì possono succedere delle cose che non succedono da nessun’altra parte. Ma, attento: solo chi è molto buono può essere ammesso alla magia. Tu credi di essere abbastanza buono?”
“Non so cosa vuol dire essere buono, Carlina. Io…”
“Lo sei, lo sei!” disse Carlina, agitando le orecchie “La tua risposta lo dice da sola! Ascoltami, dunque. La prossima notte di luna piena dovrai andare allo stagno e fermarti sulla riva: starai lì senza fiatare, fino a quando non vedrai comparire un ranocchio grosso grosso. E’ il re dei ranocchi e ti parlerà: non so che cosa ti dirà, ma tu dovrai fare tutto quello che ti ordina. Lui sa sempre di che cosa hanno bisogno quelli che gli si rivolgono e tu non dovrai dirgli nulla, dovrai solo ascoltare e obbedire, anche se ti sembrerà che quello che ti viene richiesto sia impossibile da fare. Hai capito bene?”
Grigino fissava Carlina con gli occhi sbarrati.
“Ma… io non sono mai andato così lontano da solo! E di notte, poi… E quale sarà la magia del re ranocchio per farmi voler bene dai miei genitori?”
Lo sguardo di Carlina si fece severo.
“Io ti ho detto quello che devi fare, non ti ho detto che cosa succederà. Se ti fidi di me vai, altrimenti, amici come prima…”
Con uno svolazzante colpo di coda, Carlina si voltò e riprese a pascolare fra l’erba.
Grigino la fissò e tirò su col naso.
“Va bene, ci andrò” disse, raccogliendo tutto il suo coraggio “Ma, non puoi accompagnarmi tu la prima volta? Non so nemmeno dov’è lo stagno…”
Carlina voltò il muso affondato in un cespuglio di margherite e lo guardò di sotto in su: la sua occhiata fu più eloquente di tante parole.
“Se vuoi cambiare la tua vita devi fare tutto da solo: senza la volontà, la magia non può niente.”
Il colloquio era finito. Grigino tornò sui suoi passi adagio, riflettendo. In fondo, che cosa avrebbe avuto da perdere se avesse seguito il consiglio di Carlina? Niente. Al massimo avrebbe avuto un po’ di paura a raggiungere lo stagno di notte. Forse sarebbe stato meglio andarci prima di giorno, giusto per non sbagliare strada col buio. E poi, se la mamma si fosse svegliata e si fosse accorta che non era nella stalla? Cosa sarebbe successo allora? Cercò di non pensarci ed entrò nel recinto.
La luce chiara della luna illuminava il sentiero. Sebbene Grigino riuscisse a distinguere quasi tutto intorno a sé, ogni ciuffo d’erba, ogni sasso, ogni albero rappresentava un ostacolo per la sua salita verso la cima della collina. Avanzava cauto, attento a cogliere ogni rumore nel silenzio della campagna: aveva paura che Bianca e Nerone si fossero accorti della sua fuga e lo inseguissero. Ma tutto taceva: solo i grilli cantavano la loro melodia, come ogni notte. In lontananza, dall’altra parte della vallata, di tanto in tanto si udiva l’abbaiare cupo di un cane.
Ansimando, un po’ per la fatica e un po’ per la paura, Grigino svoltò alla terza quercia, come aveva già fatto due giorni prima, quando, in pieno giorno, aveva raggiunto lo stagno. Era stato bello, allora. Alla luce del sole, l’acqua brillava, solcata da strani, lunghi insetti che ne sfioravano veloci la superficie. I ranocchi, nascosti sotto le foglie dei cespugli, gracidavano tutti insieme, riempiendo l’aria di un suono assordante. Lui si era mantenuto distante dalla riva: al riparo della quercia, era rimasto ad osservare per qualche minuto, poi se n’era andato, contento di aver scoperto un luogo così bello.
Ora, però, con il buio, non era più tanto tranquillo. I ranocchi non si sentivano: forse dormivano. Avanzò piano fino alla sponda e si fermò. La luna si rifletteva nell’acqua, rotonda e bianca. C’era silenzio, lassù non si sentivano più nemmeno i grilli.
Grigino allungò il collo verso lo stagno, ma non vide nulla.
Deluso, stava già per ritornare sui suoi passi, quando all’improvviso tutta la superficie dell’acqua si increspò e, proprio sul sasso su cui posava gli zoccoli, comparve un enorme ranocchio. Era marrone, con grosse macchie verdastre sul dorso e continuava a gonfiare e sgonfiare la gola.
Grigino fece un balzo indietro e si bloccò.
“Beh, non avrai mica paura di me, vero?” gracidò il ranocchio “Guarda che sono molto più piccolo di te e, se solo tu volessi, potresti schiacciarmi con uno dei tuoi zoccoli, lo sai Grigino?”
“Come fai a sapere il mio nome?” balbettò Grigino con un filo di voce.
“Lo so, lo so, io so tante cose… Ma piuttosto, dimmi, cosa sei venuto a fare qui?”
“Beh, io… E’ stata la mucca Carlina a dirmi che avrei potuto… ma se ti disturbo, me ne vado subito…”
“Ah, già, Carlina… mucca simpatica… E’ da un po’ che non la vedo. L’ultima volta che è stata qui, abbiamo fatto una bella chiacchierata: tra una ruminata e l’altra, mi ha raccontato un sacco di cose della fattoria. Peccato che non venga più spesso… Ma torniamo a noi. Allora, qual è il tuo problema?”
“Non so se ho un problema, come dici tu, ma è che sono triste perché la mia mamma e il mio papà non mi vogliono bene. Dicono che sono brutto con questo colore addosso e con tutte queste macchie, e che forse il padrone mi venderà…”
“Ma non farmi ridere! Chi vuoi che ti venda, solo perché sei un cavallo pezzato!”
“Cosa vuol dire pezzato?” chiese Grigino.
“Vuol dire che il tuo mantello ha delle macchie.”
“Ecco, appunto, è perché sono macchiato che nessuno mi vuole! Mio fratello, invece, ha un bel colore uniforme e il suo pelo è lucido, e infatti tutti lo ammirano e gli vogliono bene…”
“Tu, più che un cavallo pezzato, mi sembri un cavallo stupido! Ma non sai quanti altri cavalli esistono come te al mondo? E io allora, cosa dovrei dire io?! Anch’io sono pieno di macchie e per di più sono viscido e nessuno mi vuole toccare perché faccio ribrezzo! Eppure sono il re dei ranocchi! E allora? Guarda che a piangersi addosso non si combina niente di buono: la vita va presa di petto, Grigino, non bisogna mai avere paura di niente. E poi, insomma, francamente non vedo il motivo di tanta tristezza…”
Grigino tacque, deluso. Era stato tutto inutile, aveva fatto male a dare retta a Carlina: quel ranocchio sarà stato anche un re, ma non gli sembrava niente di speciale. Sospirò: il fiato uscì denso dalle sue froge e formò una nuvoletta di vapore sotto la bocca. Stava già pensando di salutare educatamente e di andarsene, quando il ranocchio riprese a parlare.
“In ogni caso, siccome sei un bravo cavallino e sei ancora molto piccolo, se vuoi ti aiuterò.”
Gli occhi bruni di Grigino si spalancarono per la sorpresa.
“Allora, vuoi entrare nella magia oppure torno a dormire?” chiese ancora il re dei ranocchi.
“Sì, certo che voglio” rispose Grigino “ma cosa devo fare?”
“Devi entrare nello stagno.”
“Entrare nell’acqua?! Ma io ho paura! Non sono mai entrato nell’acqua: e se poi non riesco più ad uscire? Se annego? Non so nuotare, io!”
“Dunque, a parte il fatto che sei un fifone e che questa non è una buona cosa per un cavallo, ti faccio notare che questo è uno stagno, non un lago. Il fondo di questa pozza melmosa non arriva al tuo collo: non potresti annegare neanche se lo volessi. E comunque, la mia magia richiede che tu faccia il bagno qui, nel mio stagno. Sta a te decidere.”
Grigino guardò a lungo il ranocchio, poi, incerto, mosse un passo verso l’acqua.
“Ecco, bravo. Adesso vieni, metti uno zoccolo davanti all’altro e entra nel mio regno.”
Con un balzo agile, il ranocchio saltò su un sasso un po’ più lontano e rimase immobile ad aspettarlo. Grigino avanzò. Piano piano, un passo dopo l’altro, entrò nell’acqua fangosa: tremava dal freddo.
“Ecco, avanti così, bravo...” lo incitava il re dei ranocchi dal suo sasso.
L’acqua era arrivata al garrese. Grigino si arrestò.
“Ti ho forse detto di fermarti?” chiese irritato il ranocchio.
“No” balbettò Grigino “ma… qui l’acqua è profonda, non vorrei…”
“Devi arrivare nel centro dello stagno! Fai ancora quattro passi, fino a che ti resterà solo la testa fuori dall’acqua! Obbedisci! A questo punto la magia non può più essere annullata!” gracidò più forte il re dei ranocchi.
Grigino avanzò ancora. Era terrorizzato: temeva che, da un attimo all’altro, il fondo fangoso lo avrebbe inghiottito. Finalmente giunse nel mezzo: solo il suo collo emergeva dall’acqua.
“Va bene qui?” chiese con voce spezzata dalla paura.
“Sì, sei nel punto giusto” rispose il ranocchio “Adesso ascolta bene: fai sette respiri lunghi, poi solleva gli occhi verso la luna e, subito dopo, immergi la testa nell’acqua.”
Grigino, talmente spaventato da non avere nemmeno la forza di emettere il più lieve dei nitriti, fissò i suoi occhi in quelli rotondi del ranocchio e cominciò a respirare. Uno, due, tre, quattro cinque… A poco a poco il mondo intorno a lui prese un’altra forma: il re dei ranocchi stava diventando sempre più grande, tanto che il suo corpo occupava tutta la sponda. Gli steli d’erba, fino ad allora quasi invisibili nel buio, adesso erano alti come alberi. I sassi sembravano dirupi che sprofondavano nell’acqua e l’acqua saliva, saliva, saliva…
Sei, sette… La testa di Grigino scomparve sotto la superficie dello stagno.
Allora, il re dei ranocchi emise un gracidio acuto, diverso da tutti gli altri, a cui risposero altri mille gracidii, provenienti da tutti gli stagni del mondo. Per un attimo, l’aria fu piena di quei gridi e di nient’altro.
Poi tutto finì.
Grigino riemerse. La sua testa grondava acqua. Si guardò intorno, stranito. Il ranocchio era ridiventato piccolo come prima. Piano piano, Grigino staccò gli zoccoli dal fondo melmoso e, a fatica, riguadagnò la sponda. Tremava, ma, nonostante tutto, gli sembrava che le sue zampe fossero più salde sul terreno.
Si scrollò forte e i peletti della sua criniera spruzzarono goccioline tutto intorno.
Voltò la testa a guardarsi il dorso. Era bagnato e non aveva più macchie: il mantello era tutto grigio.
Sbalordito allungò il collo a guardare ancora: alla luce della luna, il suo corpo riluceva come argento.
“Non ho più le macchie, re dei ranocchi, non ho più le macchie!”
Il suo nitrito di gioia si levò alto per tutta la vallata.
“Zitto, Grigino, o ti sentiranno fino alla stalla! Non sei più un cavallino pezzato ora: sei contento? Hai visto che la mia magia ha funzionato? Te lo avevo detto che non bisogna mai avere paura…”
Senza rispondergli, Grigino abbassò la testa, piegò le zampe anteriori, si chinò sull’erba e allungò la punta della sua lingua rosea sulla schiena del ranocchio. Quella carezza umida lo fece rotolare su se stesso due volte. Quando infine riuscì a rimettersi in equilibrio sulle zampette corte, scoppiò in una sonora, gracidante risata.
“Ma guarda un po’, se dovevo finire accarezzato dalla lingua di un cavallo! Io, il re dei ranocchi! Non si finisce mai di imparare a questo mondo! Dunque” continuò, cercando di ritrovare la sua dignità di re “adesso puoi andare. Vedrai che da oggi in poi le cose cambieranno, ma ricordati una cosa molto importante: il rispetto degli altri non si guadagna se prima non si ha rispetto per se stessi.”
“Cosa vuol dire?” chiese Grigino.
“Vuol dire, per esempio, che se ti vedi brutto, ti vedranno brutto anche gli altri, oppure che se pensi che nessuno ti voglia bene, tutti penseranno che tu non meriti il loro affetto. Hai capito, Grigino? Ma adesso basta fare domande, è ora che torni dalla mamma!”
“Sì, ma… e tu? Come potrò mai ringraziarti per avermi dato questo bel mantello d’argento?”
“Non è me che devi ringraziare, ma il tuo coraggio: te lo avevo detto che ad avere paura non si combina mai niente di buono!”
Il re ranocchio si rizzò sulle zampette posteriori e, con un balzo fulmineo, si tuffò in mezzo allo stagno. I cerchi concentrici formati dall’acqua brillarono per qualche attimo alla luce della luna, poi la superficie increspata dello stagno si calmò.
Grigino si voltò e tornò verso la stalla, stando attento a non farsi sentire da nessuno: il suo incontro con il re ranocchio avrebbe dovuto rimanere un segreto fra lui e la mucca Carlina.
“Nerone, torna qui, presto! Vieni a vedere cos’è successo!”
Bianca fissava Grigino con gli occhi spalancati per la sorpresa.
Poco prima, Nerone e Fulmine erano usciti nel recinto. Mentre aspettava che Grigino si avvicinasse per la poppata, un improvviso raggio di sole si era insinuato fra le assi del tetto e aveva illuminato il corpo di suo figlio. Bianca era rimasta senza fiato: il mantello di Grigino era diventato di un bel grigio chiaro, lucente come l’argento. Pensando di aver visto male nella penombra della stalla, aveva fatto un intero giro intorno a lui, esaminandone attentamente il pelo, in cerca delle macchie nerastre.
Non c’erano più.
Dopo un istante di stupore, Bianca aveva lanciato quel possente nitrito per richiamare Nerone. Grigino, incerto sul da farsi, era rimasto in piedi, in attesa: aveva fame ed era stanco perché aveva dormito male. Aveva sognato la mucca Carlina che danzava nello stagno: le sue zampe non affondavano nell’acqua ma ci scivolavano sopra come se la superficie fosse stata di ghiaccio e il re ranocchio, in bilico sulla sua schiena, gracidava forte forte. A un certo punto, un raggio luminoso sottile come un filo si era staccato dalla luna ed era sceso fino al centro dello stagno: allora il re ranocchio ci era saltato sopra e si era lasciato trasportare verso il cielo. Grigino si era svegliato di soprassalto e non era più riuscito a riprendere sonno.
Chissà se il re ranocchio era davvero andato sulla luna, facendo un’altra delle sue magie?
Ora, mentre ascoltava il suo stomaco gorgogliare per la fame, Grigino guardava la mamma. Era immobile davanti a lui e i suoi occhi erano umidi, come se da un momento all’altro dovesse piangere. D’un tratto, gli si avvicinò e, dopo avergli strofinato il muso sul dorso, si piegò di lato avvolgendogli la testa con la criniera bionda.
“Mi fai il solletico, mamma!” nitrì piano Grigino, senza tuttavia spostarsi di un centimetro da quella posizione. Timidamente, alzò la testa e strusciò un’orecchia contro il fianco di Bianca. Lei sorrise e, dopo un ultimo sguardo amorevole, si diresse verso la porta della stalla. Grigino stava per seguirla, quando, da un buco nella parete di assi vide spuntare il muso della mucca Carlina: in realtà era solo mezzo muso perché il buco non era così grande da contenerlo tutto.
“Allora, è andato tutto bene, vero?” gli sussurrò, strizzandogli l’unico occhio visibile.
“Oh sì, Carlina, e sono così felice!”
“Vedi?, lo sapevo che eri un bravo cavallino e che ti saresti meritato l’aiuto del re ranocchio! Sono proprio contenta, ma adesso corri, vai dalla mamma. Ah, e poi… quando vuoi chiacchierare un po’ sai dove trovarmi!”
Grigino si voltò e uscì. Poco più in là Bianca lo attendeva con la criniera al vento. Quando lo vide arrivare, sventolò la coda e gli si fece incontro. Il sole, adesso, illuminava tutta la campagna e sulla collina, dietro il boschetto di querce, l’acqua dello stagno brillava di mille riflessi. Da sotto il suo sasso, il re ranocchio gracidò una sola volta, poi, soddisfatto, si rimise a dormire.
... continua ...

Il sogno di Tarek
Racconto per Repubblica “L’Estate degli Scrittori” - 2004
Tarek si incamminò lungo la strada che arrivava in piazza del Duomo. Era stanco e quei pantaloni troppo larghi che gli avevano dato i frati di San Francesco continuavano a scendergli lungo i fianchi. Aveva fame. La pastasciutta che aveva mangiato alla mensa dei poveri era talmente diversa dal cibo a cui era abituato, che l' aveva lasciata quasi tutta nel piatto: non che non fosse buona, ma aveva un sapore così strano e poi tutto quel rosso che pareva sangue~ Qualche metro più avanti si apriva un giardino contornato da una cancellata. Dentro, qualche panchina, molte cartacce e qualche chiazza d' erba bruciacchiata dal calore del sole estivo. A giudicare dalla luce sempre più opaca, dovevano essere all' incirca le otto di sera. Dalle finestre aperte delle case, filtravano i lampi azzurrini delle televisioni accese e nell' aria ferma si diffondevano le voci querule dei giornalisti che leggevano i notiziari. Entrò nel giardino: non c' era nessuno. In fondo, dietro una costruzione bassa, un grande albero allungava i suoi rami su un muro di mattoni. Si sedette sull' erba e appoggiò la schiena sull' edera che si abbarbicava lungo il muro. Non sapeva che cosa avrebbe fatto quella notte, né l' indomani: per il momento aveva solo bisogno di riposare. Un cane, sbucato da chissà dove, comparve poco lontano da lui: con un fremito di disgusto, osservò quell' essere impuro che gli si avvicinava. L' animale si accostò cauto alle sue scarpe sformate, si fermò, le annusò, poi, dopo un attimo di esitazione, si allontanò verso un cespuglio e orinò. Poi scomparve. Tarek respirò a fondo. L' odore dolciastro di quell' erba stenta gli rammentò quello del suo villaggio. A poco a poco si tranquillizzò. Gli occhi gli si chiusero. Davanti alle sue palpebre serrate cominciarono a formarsi immagini confuse: il volto di sua madre velato dallo chador, gli occhi curiosi del suo fratellino più piccolo, il fuoco che divampava dal motore dell' auto incendiata sulla strada, i due corpi carbonizzati che sporgevano irrigiditi dalle lamiere contorte~ All' improvviso, si sentì sfiorare una spalla. Accucciato di fianco a lui, un uomo lo guardava: aveva un abito lungo e scuro, quasi uguale a quello dei frati di San Francesco. «Da dove vieni?», gli chiese. Pur conoscendo così poco l' italiano, Tarek capì il significato della domanda: com' era possibile? Spaventato, si guardò intorno con l' intenzione di fuggire, ma si fermò subito. L' albero non c' era più: al suo posto, i rami più bassi di un ciliegio e di un pruno sfioravano un lungo filare di vite. Più in là, scorreva una piccola roggia. L' uomo accanto a lui sorrise benevolo. «Vedi?,» disse «questa è la braida di Porta Romana, che coltiviamo noi monaci di San Pietro. Vieni,» aggiunse, prendendolo per il gomito «vieni con me: non vorrai passare la notte qui, vero? Ti accompagno al nostro ospizio: è appena qui dietro e lì mangerai un po' di zuppa insieme agli altri pellegrini e avrai un pagliericcio dove dormire. Vieni, Tarek, vieni~». Tornando a chiedersi come gli fosse possibile comprendere tanto bene quella lingua straniera e come facesse quell' uomo a conoscere il suo nome, lo seguì, frastornato. Oltrepassarono l' arco d' ingresso alla braida e uscirono: la strada di prima non c' era più. Un dedalo di vicoli su cui affacciavano casupole diroccate si aprì davanti a lui: Tarek si sorprese a pensare a quanto quel luogo assomigliasse alla parte più vecchia del suo villaggio. «Ecco, siamo arrivati». Dietro un basso muro di mattoni svettava la parte superiore della facciata di una chiesa. «Questa è la cappella di San Pietro» spiegò il monaco «e questo è il nostro ospizio. Vedi?, laggiù c' è la foresteria. Aspettami qui, torno fra un attimo». Tarek lo vide scomparire oltre una porticina. Rimasto solo, cominciò ad avere paura.. Cosa ci faceva lì? Dov' era finita la strada con le rotaie del tram, dov' erano finiti i negozi, le auto, la gente?~ Cos' era tutto quel silenzio? Si voltò e uscì in fretta. Si mise a correre, senza sapere dove andare. Dov' era il giardino? In quel labirinto di vicoli si era perso. Con il cuore in gola tornò sui suoi passi e inaspettatamente si ritrovò davanti alla braida. Entrò e, correndo ancora, arrivò fino al muro opposto: qui, rannicchiandosi nell' angolo più in ombra, si sedette. Lì non lo avrebbe visto nessuno. Chiuse gli occhi. La luce del sole baluginò dietro le sue palpebre serrate. Le sollevò a fatica e le sue pupille si ritrovarono a fissare la corteccia grigiastra del grande albero. Si alzò di scatto. L' erba secca era ancora lì sotto i suoi piedi, le panchine erano al loro posto. Il suono perentorio della sirena di un' autoambulanza si stava avvicinando, accompagnato dal clacson isterico di un' auto. Sbalordito, finalmente capì: si era addormentato e aveva dormito tutta la notte. Quello strano incontro che gli pareva di aver fatto non era stato altro che un sogno. Sospirò di sollievo e uscì dal giardino, incamminandosi verso la direzione da cui era venuto. Aveva appena oltrepassato l' entrata di un garage, quando il suo sguardo cadde su una piccola chiesa che, la sera prima, non aveva notato. La osservò, incerto. Era semidiroccata e il portone era sbarrato. Si avvicinò. Un cartello giallo issato su un tubo di ferro scrostato recava una scritta. Non riuscì a leggerla: quei caratteri non avevano nessun significato per lui. Lasciò perdere e continuò per la sua strada. La vecchia che lo seguiva di pochi passi e che lo aveva visto soffermarsi davanti al cartello, sorrise stupita. "Rob de matt!" pensò "Adess anca i vù cumprà se metten a vardà la giesa del nost San Pedrin! Eh, l' è propi vera, el mund l' è adré a girà a l' incuntrari!"
... continua ...
